- L’adozione della Retail investment strategy, il nuovo pacchetto di norme che mira a rendere più semplice e sicuro l’accesso dei risparmiatori ai mercati finanziari, resta al momento un miraggio
- Francesco Mocci (Advant Nctm): “La consulenza dovrebbe fare da filtro tra i risparmi degli investitori retail parcheggiati su conti correnti e il mondo dell’economia reale”
Intervista realizzata da Pieremilio Gadda
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Il dibattito normativo europeo sul futuro della consulenza resta aperto. L’adozione della Retail investment strategy, il nuovo pacchetto che mira a rendere più semplice e sicuro l’accesso dei risparmiatori ai mercati finanziari, sembra al momento essersi arenata. Il tutto mentre l’entusiasmo iniziale sul regolamento FiDa si è raffreddato. Cosa sta succedendo ai piani alti della Commissione europea e delle altre istituzioni coinvolte? La Savings and investments union potrebbe racchiudere e integrare le diverse istanze? We Wealth ne ha discusso con Francesco Mocci, partner di Advant Nctm, intercettato in occasione della XV edizione del Salone del risparmio.
Parliamo di evoluzione del quadro normativo. Sappiamo che ci sono vari cantieri aperti, alcuni anche da parecchio tempo, a partire dalla Retail investment strategy (Ris). A che punto siamo? Cosa sta succedendo ai piani alti della Commissione europea e delle altre istituzioni che sono coinvolte?
La Ris si è abbastanza arenata attualmente. Speriamo che non diventi una di quelle tante opere incompiute, per restare alla metafora dei cantieri. Si era partiti con una proposta della Commissione europea nel 2023, cui è seguita una controproposta dell’Econ, la commissione per i problemi economici e monetari, e poi finalmente la versione del Consiglio. Ma naturalmente occorre trovare una sintesi tra queste tre posizioni.
Per questo esistono i cosiddetti triloghi, dialoghi informali iniziati solo recentemente e non con esiti entusiasmanti, a quanto ci viene raccontato. Devo dire che hanno influito anche le questioni politiche. Il Parlamento europeo ha cambiato composizione, il Consiglio se n’è occupato abbastanza tardi, quindi è anche naturale un po’ di ritardo. Certo, questa situazione non manca di destare qualche preoccupazione, perché di recente la Commissione ha paventato la possibilità di ritirare la proposta qualora non si giunga a una sintesi accettabile o si arrivi a un risultato non soddisfacente, troppo lontano dagli obiettivi iniziali.
Tra questi obiettivi iniziali si cita soprattutto quello del value for money, ovvero il rapporto qualità-prezzo che dovrebbe guidare gli intermediari nella produzione e nella distribuzione dei prodotti e che via via nel corso delle varie versioni della Ris si è sempre più affievolito. La proposta originaria della Commissione europea era molto ambiziosa, a mio giudizio anche troppo. Prevedeva un raffronto fra il costo dei prodotti e dei benchmark elaborati dall’Esma, una sorta di calmiere dei prezzi inaudito per un mercato finanziario capitalistico come il nostro. Quasi una misura sovietica.
Si è passati poi una versione un po’ più light del Parlamento europeo che sostituiva i benchmark con un confronto con i peer, quindi con i competitor che offrivano lo stesso tipo di prodotti. Peraltro si precisava che il value for money non dovesse essere misurato solo sul costo ma anche su altri elementi che dimostrassero la qualità del servizio reso dal prodotto stesso. Fino a questa sintesi del Consiglio che media un po’ tra le due posizioni. Richiama di nuovo i benchmark, che però sono alternativi ai peer. Se si dovesse arrivare a una versione troppo light del value for money o degli incentivi, la Commissione europea si riserva di ritirarla. Naturalmente sarebbe una grossa delusione per chi la studia da anni e per chi si attende novità. Oltre che un colpo alla credibilità dell’istituzione.
Un altro capitolo è quello dell’Open finance, o meglio, del regolamento FiDA. Sulla carta potrebbe aprire una maggiore competizione e nuove opportunità per gli intermediari più veloci a intercettarne il senso, ma anche in questo caso sembra ci siano delle difficoltà…
La filosofia sottostante della bozza del regolamento FiDA – a sua volta datata 2023 – era sicuramente positiva. Si poneva sulla scia dell’Open banking, della PSD2 e quindi di un’apertura alla possibilità di condividere dati sui contratti, sulla profilatura dei clienti, sullo scoring creditizio. Però questa misura, ancora peggio della Ris se vogliamo, si è totalmente arenata. Perché della Ris almeno se ne parla, è un provvedimento in pipeline. La FiDA invece è scomparsa.
Com’è possibile? Diciamo che i temi su cui ci si concentrava erano soprattutto due. Innanzitutto, l’industria ha sollevato perplessità sull’ennesima misura che rischiava di aumentare i costi di compliance. Il secondo tema è invece un tema di privacy, perché le informazioni che si andrebbero a condividere sulla base del regolamento FiDA sono informazioni molto sensibili sulla situazione finanziaria dei clienti, sugli obiettivi di investimento, sulle valutazioni che le banche e gli intermediari hanno fatto sul loro merito. Per cui, l’entusiasmo iniziale si è sempre più raffreddato e adesso non sembra essere nell’agenda immediata delle istituzioni europee.
Le priorità della Commissione europea sembrano essere focalizzate oggi soprattutto sulla Savings and investments union. Da questo punto di vista, possiamo aspettarci che quel provvedimento faccia in qualche modo da scudo, che riesca a racchiudere e integrare anche le istanze che sembrano essersi un po’ perse per strada?
È un provvedimento che ha delle esigenze diverse. Innanzitutto, è una strategia generale, quindi non ha lo stesso grado di dettaglio che possono avere Ris o FiDA. La Commissione promette di portare dei provvedimenti alle bozze di proposta già nei prossimi quadrimestri. Quindi sappiamo che entro il 2025 non sarà facile, considerando che andrà svolta un’analisi di impatto e consultato il mercato. Cosa si pone come obiettivo? Sostanzialmente canalizzare risorse verso l’economia reale, che nell’Unione europea ristagna. Contemporaneamente, si cerca anche di invogliare gli investitori istituzionali a investire nel mercato dei capitali con un sistema di parziale regulation e incentivazioni fiscali. Sarà interessante vedere come, perché sappiamo che la normativa fiscale non è armonizzata a livello dell’Unione, quindi saranno gli Stati a fare la voce grossa.
Naturalmente esistono anche in questo caso dei rischi. Un po’ perché per esempio – nell’ambito della canalizzazione di investimenti retail – si fa leva su prodotti molto semplici su cui l’investitore possa investire direttamente anche senza avvalersi di un consulente, disintermediando il mercato finanziario. Non so se sia un aspetto desiderabile. Secondo me, la consulenza dovrebbe fare da filtro tra i risparmi degli investitori retail parcheggiati su conti correnti e il mondo dell’economia reale. Credo che soprattutto per gli investitori private, quindi con patrimoni più consistenti, il ruolo dei consulenti sia fondamentale. Vedremo cosa accadrà. Un altro aspetto significativo della Savings and investments union è che mentre negli ultimi anni c’è stato sempre detto che gli investimenti nelle armi sono investimenti poco etici, adesso viene scritto espressamente che l’Unione Europea ha bisogno di risorse da dedicare agli armamenti, alla difesa. Quindi il contesto geopolitico influenza le scelte regolatorie.

