Retail investment strategy: il punto sulle nuove regole per i banker

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Tre persone in abiti da lavoro sono sedute a un tavolo e stanno esaminando attentamente un documento. Una persona indica una sezione del documento con una penna, forse per discutere della propria strategia di investimento al dettaglio, mentre le altre due la osservano attentamente. Lo sfondo è leggermente sfocato, a suggerire un ambiente d'ufficio.

Dopo la fumata bianca del Consiglio europeo alla Retail investment strategy, ci si attendeva un testo definitivo entro il primo semestre del 2025. Ma l’adozione della direttiva non sembrerebbe all’orizzonte. We Wealth ne ha discusso con Francesco Mocci, partner di Advant Nctm

Indice

  • Nonostante i tentativi di Parlamento e Consiglio di ridurre la portata rivoluzionaria delle posizioni inizialmente sostenute dalla Commissione, le soluzioni fin qui discusse e proposte sulla Retail investment strategy continuano a non convincere vasti segmenti del mercato
  • Mocci (Advant Nctm): “Nel tentativo di disciplinare argomenti di capitale importanza nel mercato, le istituzioni europee sembrano avere intrapreso la strada di una maggiore complessità delle regole”

Sono trascorsi otto mesi dalla fumata bianca del Consiglio europeo alla Retail investment strategy, il nuovo pacchetto di norme che mira a rendere più semplice e sicuro l’accesso dei risparmiatori ai mercati finanziari. Ma, da allora, non si registrano significativi passi in avanti. Anzi, l’adozione della direttiva “non si vede più all’orizzonte”, racconta a We Wealth Francesco Mocci, partner di Advant Nctm. A che punto siamo?

“Dopo che a giugno 2024 anche il Consiglio europeo aveva diffuso la propria versione della direttiva omnibus nell’ambito della Retail investment strategy, in seguito alla proposta iniziale della Commissione e alla versione intermedia dell’Econ – comitato permanente in seno al Parlamento europeo – avrebbe dovuto avviarsi la procedura di trilogo, una consultazione informale tra le tre istituzioni che avrebbe auspicabilmente portato, nel primo semestre del 2025, alla convergenza delle tre parti su un testo definitivo”, ricorda Mocci. “Il condizionale è d’obbligo, considerato che non si registrano significativi passi in avanti e l’adozione della direttiva non si vede più all’orizzonte”, aggiunge.

Non ci si attendeva certamente un percorso facile, perché le tre versioni divergono su molti punti: da quelli più pubblicizzati, come la disciplina degli inducements e l’individuazione e assicurazione del value for money, ad altri meno studiati, per esempio il test di adeguatezza e appropriatezza e la regolamentazione dei finfluencer. “La tendenza che si ricava dall’analisi delle proposte di Commissione, Econ e Consiglio è comunque quella di un progressivo ammorbidimento, con la proposta del Consiglio che è decisamente meno ambiziosa di quella iniziale della Commissione e più attenta a evitare appesantimenti operativi per gli intermediari”, prosegue l’esperto. Ma nonostante i tentativi di Parlamento e Consiglio di ridurre la portata rivoluzionaria delle posizioni inizialmente sostenute dalla Commissione, le soluzioni fin qui discusse e proposte sembrerebbero continuare a non convincere vasti segmenti del mercato.

Retail investment strategy: la reazione delle associazioni

“Già il 28 novembre, con un comunicato congiunto, le principali associazioni europee di categoria del settore finanziario avevano invitato i co-legislatori a sottoporre la direttiva a un check di competitività, in quanto le attuali formulazioni del provvedimento non consentirebbero di raggiungere l’obiettivo prefissato di aumentare la partecipazione degli investitori al dettaglio nei mercati di capitali”, spiega Mocci. “Al contrario, le tre diverse versioni della direttiva in discussione – smentendo gli stessi impegni assunti dalla Commissione – aumenterebbero le già elevate complessità e burocrazia del quadro normativo che disciplina la distribuzione dei prodotti finanziari, Ibips compresi, determinando impatti negativi sia sulle imprese sia sugli investitori”, dichiara l’esperto.

Pertanto, le associazioni invitavano le istituzioni europee a concentrarsi su tre punti fondamentali:

  • la semplificazione del quadro normativo, che oggi prevede “una molteplicità di regole eccessivamente complesse, che rischiano di soffocare le imprese e mortificare gli sforzi degli investitori”, dice Mocci. Inoltre, un sistema di norme complesso farebbe lievitare i costi di implementazione e di compliance e un aumento di costi per gli intermediari si tradurrebbe in un aumento dei costi dei prodotti;
  • la ridefinizione di un processo di vendita più semplice e diretto per gli investitori al dettaglio. Si fa notare che le regole proposte in tema di incentivi, consulenza, test di appropriatezza e adeguatezza ingesserebbero in maniera significativa la vendita dei prodotti finanziari, senza un reale beneficio per l’investitore;
  • la riduzione delle informazioni da fornire alla clientela, ritenute dal mercato eccessive e focalizzate solo su caratteristiche negative degli investimenti.

Secondo l’avvocato, le osservazioni delle associazioni di categoria, seppure presentate con un taglio generico, colgono in gran parte nel segno: nel tentativo di “disciplinare argomenti di capitale importanza” nel mercato, le istituzioni europee sembrerebbero avere intrapreso la strada di una maggiore complessità delle regole. “Ne è un esempio la disciplina degli incentivi, che si è via via complicata dalla Commissione al Consiglio, imponendo una serie di obblighi, test e verifiche agli intermediari che porrebbero domande e dubbi interpretativi di non poco conto”, sostiene Mocci.

Il punto dell’Efama sul risparmio gestito

“Una delle principali associazioni di categoria, l’Efama (European fund and asset management association), con particolare riguardo al comparto del risparmio gestito, è stata ancora più incisiva”, dichiara infine l’esperto. “Il 10 febbraio scorso ha infatti raccomandato alle istituzioni europee di: eliminare ogni riferimento ai benchmark Esma per la valutazione del value for money, che sono di fatto appiattiti sui costi e non valorizzano le specificità dei singoli prodotti; eliminare test inutili sottoposti agli investitori; ridurre il perimetro delle informazioni da fornire ai clienti, concentrandosi su quelle essenziali per comprendere rischi e caratteristiche degli investimenti; evitare ulteriori obblighi di rendicontazione, consentendo agli intermediari di avvalersi delle fonti di dati già esistenti; e armonizzare il più possibile la disciplina all’interno dell’Unione”.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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