È come se il 2025 – quasi agli sgoccioli – fosse stato un “cuscinetto” per permettere ai mercati finanziari di abituarsi a un regime di “disordine controllato” che probabilmente caratterizzerà anche i primi mesi del 2026.
L’intelligenza artificiale, l’innovazione tecnologica, le politiche industriali e lo stimolo fiscale – soprattutto in Europa – hanno mantenuto l’economia vivace e fatto emergere nuovi “vincitori”, oltre ad aver riservato numerose sorprese agli investitori. Le stesse che, alla fine di questo 2025, sembrano già metabolizzate, come fossero un lontano ricordo.
Cosa bisogna attendersi per il prossimo anno? E che direzioni prenderanno i mercati? Secondo gli esperti di Amundi Sgr bisognerà abbracciare una transizione dell’economia globale e la diversificazione rimarrà ancora un elemento cruciale per farlo.
Mercati, 2025: aspettative vs. realtà
Contrariamente alle aspettative, le tensioni geopolitiche hanno destabilizzato i mercati, ma non tanto quanto era stato previsto alla fine del 2024. “Sebbene si continui a parlarne ogni giorno, tutto sommato sono diventate qualcosa di gestibile dai mercati finanziari e sono ormai inserite in un contesto macro che cambia e si evolve e resta sotto la lente degli investitori”, commenta Monica Defend, head of Amundi Investment Institute.
Il 2025 ha regalato ai mercati una maggiore resilienza, destinata a protrarsi anche nel 2026. Ma non la capacità di prevedere l’arrivo di eventi improvvisi che non sono mancati neanche quest’anno.
“La crescita negli Stati Uniti è stata superiore a ciò che ci aspettavamo; in Europa c’è stata una svolta epocale con l’approvazione della nuova spesa fiscale della Germania e poi c’è stata la minaccia all’indipendenza delle banche centrali (di cui oggi i mercati non si stanno troppo preoccupando) che nei prossimi mesi potrebbe giustificare un ciclo di taglio di tassi superiore a quello di cui davvero l’economia ha bisogno e quindi innestare spinte inflazionistiche”, continua.
Keep it turning, un ciclo che continua
La fotografia scattata da Amundi è quella di un ciclo macro-finanziario che continua a muoversi, sostenuto da resilienza economica ai dazi, investimenti in tecnologia e politiche industriali più mirate, oltre che da condizioni di liquidità ancora favorevoli. Un ciclo, tuttavia, che deve essere bilanciato con rischi crescenti legati alle valutazioni elevate, alla dominanza fiscale e alla geopolitica.
Cinque convinzioni per il 2026: cosa aspettarsi dai mercati
L’obiettivo per gli investitori è quello di cercare un equilibrio che, per vari fattori, sarà piuttosto dinamico. Oltre alla diversificazione, che rimane lo strumento di difesa più efficace in portafoglio, dallo scenario delineato da Amundi emergono cinque convinzioni chiave che guideranno i mercati nel 2026.
- L’economia globale non è a rischio recessione, al contrario è in una fase di transizione. La crescita del PIL globale, secondo gli esperti di Amundi, dovrebbe attestarsi al 3% nel 2026 (3,3% nel 2025) e rimanere comunque forte. Per i paesi sviluppati ipotizzano un 1,4% nel 2026, per gli emergenti un 4%.
- La diversificazione resta un tema centrale. Lo scenario dipinto dalla società di gestione è leggermente favorevole al rischio, con una propensione verso azioni e credito investment grade. I portafogli degli investitori dovrebbero includere un’esposizione ampia alle materie prime, soprattutto oro, e valute selezionate come lo yen o l’euro o alcune valute emergenti che potrebbero trarre vantaggio dalla debolezza del dollaro. Senza dimenticare il credito privato e le infrastrutture che potranno beneficiare di alcuni temi strutturali come l’elettrificazione, il reshoring, l’AI e la domanda di capitale privato.
- Andare oltre il tech e l’AI. Il tema tecnologico rimarrà centrale nei mercati azionari, ma potrebbe oltrepassare i confini cinesi e statunitensi raggiungendo anche India, Europa, Taiwan e Giappone. Una possibile strategia può essere quella di combinarlo con altri temi, più difensivi e ciclici. Amundi individua una serie di aree geografiche e settoriali che potrebbero beneficiare di questa combinazione. Secondo Francesco Sandrini, CIO di Amundi Sgr, i settori industriali europei e le infrastrutture potrebbero offrire nuove opportunità nella prima metà del 2026. “Allo stesso modo, se il piano tedesco e le riforme fiscali dovessero concretizzarsi, potrebbero emergere nuovi spunti di ingresso anche sul fronte Eurozona. E siamo positivi anche per il settore finanziario, della difesa, della transizione verde, in Europa, e quello delle mid e small cap”, aggiunge.
- Attenzione al “mix” monetario-fiscale. Le politiche monetarie e fiscali saranno determinanti per l’andamento dei mercati nel 2026. Da Amundi si attendono due tagli della Fed nella prima metà dell’anno, che porteranno i tassi al 3,25%, e un dollaro strutturalmente più debole. Per la Bce, le previsioni indicano una politica accomodante che porterà a raggiungere l’1,5% entro metà anno. Tuttavia, l’accordo sui dazi non eliminerà del tutto le fonti di incertezza. Secondo Sandrini, “l’Europa ne pagherà il prezzo” in termini di crescita aggregata del Pil.
- Guardare ai mercati emergenti e all’Europa. Il rally degli emergenti e l’attrattività del Vecchio Continente sono destinati a proseguire nel 2026, aprendo nuove opportunità di lungo periodo per gli investitori. “Per quanto riguarda gli emergenti, sull’obbligazionario apprezziamo i rendimenti interessanti del debito in valuta forte. Per quanto riguarda l’azionario, guardiamo alle interessanti opportunità offerte dagli stili value e momentum, in America Latina ed Europa orientale e – in modo più selettivo – in Asia, nei settori legati agli asset digitali. Guardiamo con interesse l’India, con un orizzonte di medio termine”, osserva.
Conclusioni
Lo scenario base per il 2026, secondo gli esperti di Amundi è al 60% delle probabilità uno scenario costruttivo, di crescita resiliente in un contesto di disordine controllato. Questo perché, come spiega Monica Defend, “le nuove alleanze geopolitiche, la politica monetaria, la politica finanziaria sono controllate dalle istituzioni per seguire obiettivi di autonomia strategica.”
Uno scenario di downside, possibile al 30%, comporterebbe una forte instabilità che arriva dall’incertezza geopolitica. Uno shock politico/finanziario di questo tipo è meno probabile dello scenario base e potrebbe causare una contrazione della liquidità, default societari, delusione sui mercati e una generale sfiducia.
Il terzo scenario considerato è quello di upside. La probabilità che si presenti è pari al 10% ed è un’ipotesi in cui all’allentamento delle tensioni geopolitiche si uniscono sviluppi positivi sul fronte dei dazi, un rialzo delle politiche fiscali, la deregolamentazione, un Quantitative Easing e un aumento della produttività guidato dall’AI.

