La rimonta del comparto auto europeo ha avuto vita breve: dai minimi di marzo a metà aprile, poi di nuovo un rosso profondo. A dare una nuova sferzata al settore è stato ancora una volta Donald Trump, con la minaccia di nuovi dazi al 25% da parte degli Stati Uniti. Il 4 maggio l’indice Stoxx Auto, che raccoglie le principali aziende automotive europee, ha perso il 2,1%, tornando di fatto sui livelli di fine 2020, se si esclude il minimo toccato lo scorso marzo. Rispetto ai livelli di inizio aprile 2024, il comparto ha perso in Borsa quasi il 40% del suo valore.
Qualche nome: Bmw, Mercedes e Volkswagen hanno ceduto tutte oltre il 20% da inizio 2026, Stellantis circa il 37%. Anche un brand sostenuto da una domanda di nicchia come Ferrari ha accusato il colpo, con un calo dell’8%.
La perdita di potere d’acquisto degli europei dovuta alla crisi energetica, unita alla tenaglia dei dazi, non sembra favorire una ripresa delle vendite di auto nuove nel prossimo futuro. Un problema che gli investitori hanno già registrato nei prezzi. Al punto che potrebbe tornare conveniente acquistare un settore falciato dalle vendite da oltre un anno?
“Il settore automotive europeo oggi si trova nel punto in cui convergono tre forze, tutte negative e tutte simultanee. Non è solo una questione ciclica, è una questione di modello industriale sotto pressione. Un settore stretto tra concorrenza tecnologica e di prezzo proveniente dall’Oriente, tariffe a Occidente e un eccesso di regolamentazione in casa”, racconta a We Wealth Gabriel Debach, market analyst di eToro.
“I numeri aiutano a dare contesto. La produzione europea di auto è scesa del 5%, passando da oltre 15 milioni di veicoli nel 2023 a circa 14,4 milioni a fine 2025. I volumi si contraggono mentre i costi aumentano”, aggiunge Debach. “Stellantis, ad esempio, aveva riportato nei conti del primo trimestre un margine Aoi Nord America all’1,6%, sotto le attese. Volkswagen aveva già registrato consegne globali in calo del 4% e del 13% in Nord America, anche per effetto delle tariffe pregresse”.
La nuova tegola dei dazi proposti da Trump cadrebbe quindi su un settore già ammaccato. “Imporrò dazi al 25% alle auto e ai camion dell’Ue”, ha dichiarato sul social Truth, dopo la revisione degli accordi approvata dal Parlamento europeo rispetto alle condizioni inizialmente negoziate dalla Commissione.
Il giudizio delle agenzie di rating: esposizione crescente e rischi differiti
“L’annuncio di dazi Usa al 25% sulle auto europee importate, non prodotte in loco, non è quindi un semplice rumore di fondo”, osserva Debach. “Si innesta su un settore ancora in fase di recupero, riaprendo tensioni mai del tutto assorbite e amplificandone fragilità già evidenti. Le stime parlano di un impatto vicino ai 18 miliardi di dollari per la sola Germania”.
A rafforzare il quadro di vulnerabilità contribuiscono anche le valutazioni delle agenzie di rating. Secondo S&P Global Ratings, la trasmissione dello shock energetico in Europa sarebbe progressiva: dopo un primo impatto su chimica e trasporto aereo, la pressione si estenderebbe proprio all’automotive in una fase successiva. In questo contesto, mentre gli emittenti investment grade dovrebbero reggere, il segmento speculative grade appare più esposto per la minore capacità di assorbire i costi.
Una lettura che si intreccia con quella di Morningstar DBRS, che sottolinea come molti settori — tra cui l’automotive — siano esposti soprattutto a effetti di secondo livello. L’aumento dei costi energetici e logistici, la volatilità delle materie prime e l’impatto sulle filiere finiscono per erodere il potere d’acquisto e comprimere la domanda. Nel caso dell’auto, questo si traduce rapidamente in pressione sui volumi e sugli order book, soprattutto in un contesto di fiducia debole.
Valutazioni basse, ma non basta: tra repricing e opportunità selettive
Le aziende stavano già rivedendo il proprio modello, ricorda Debach, Volkswagen aveva parlato apertamente della necessità di ridurre capacità e complessità per tornare a margini sostenibili. Mercedes aveva quantificato un impatto delle tariffe Usa di circa 150 punti base sull’Ebit nei prossimi trimestri, con mitigazione solo parziale dal rimborso IEEPA nel primo trimestre.
Ma è su Stellantis che il quadro appare più emblematico: il gruppo aveva ridotto la stima dell’impatto netto dei dazi nel 2026 a 1,3 miliardi, considerandolo gestibile. Il nuovo 25% riapre completamente il tema, colpendo i modelli importati dall’Europa e un Nord America già fragile. Il rischio diventa strategico: localizzazione produttiva, pricing e mix.
Il mercato sta esagerando nel fuggire dalle azioni automotive? “La discesa dello Stoxx Auto sui minimi dal 2020 non è solo un eccesso di pessimismo: è un repricing. Il mercato sta togliendo premio a un settore che ha perso visibilità sugli utili e sulla propria traiettoria competitiva”, spiega Debach.
Di fronte a questo scenario potrebbero aprirsi spazi per acquisti controcorrente, ma con cautela. “Alcune valutazioni stanno incorporando scenari molto negativi e offrono multipli storicamente bassi. Tuttavia, il classico approccio contrarian funziona meglio quando i problemi sono temporanei o esagerati”, avverte Debach. “Qui molti fattori, Cina, regolamentazione europea, frammentazione della domanda tra Ice ed Ev, e ora nuovamente dazi, rischiano di essere persistenti”.
Il sentiment resta quindi negativo. Più che un’opportunità generalizzata di settore, emergono possibili occasioni selettive su singoli nomi capaci di gestire costi, produzione e transizione tecnologica. Per il resto del comparto, la discesa dell’indice appare più un segnale di cautela che un chiaro invito a comprare sul ribasso.

