Il rapporto tra crisi energetica, guerra e recupero fulmineo dei listini azionari americani rischia di generare una narrativa confusa. A cosa stanno davvero guardando gli investitori professionali in questa fase? Ne abbiamo parlato a Milano con Gabriel Debach, analista di eToro, per fare il punto su una fase di transizione che vede i timori geopolitici lasciare spazio a un ripensamento dei portafogli. Al centro, il ritorno deciso sulla tecnologia, anche al di fuori del perimetro delle Magnifiche 7.
Partiamo dalla geopolitica. Come stai leggendo l’evoluzione della crisi in Iran e, soprattutto, la reazione dei mercati americani che sembrano aver smesso di preoccuparsene?
A mio avviso oggi pesa molto di più la composizione degli indici rispetto alla crisi geopolitica in sé. Il mercato americano è fortemente sbilanciato sulla tecnologia: questo fa sì che le tensioni legate alla guerra incidano relativamente poco. È vero che esistono implicazioni indirette – ad esempio alcuni data center in Medio Oriente costruiti per sfruttare il basso costo energetico – ma non è questo il driver principale per gli investitori in questo momento. I settori più esposti restano quelli industriali ed energivori. Tuttavia, il vero rischio oggi è più europeo che americano. Negli Stati Uniti, la guerra incide soprattutto sul sentiment, sull’emotività degli investitori, più che sui fondamentali.
Quindi i mercati stanno ignorando il rischio energetico?
Più che ignorarlo, lo stanno mettendo in secondo piano. Lo si è visto bene: una fase di discesa relativamente lunga seguita da un recupero molto rapido. Dinamiche che ricordano, per certi versi, quelle del Covid – anche se il contesto è diverso. La differenza fondamentale è che oggi gli utili continuano a crescere. Questo cambia tutto. Le paure restano sullo sfondo, ma non guidano più il mercato. Il mercato azionario si è in parte dissociato dall’andamento del petrolio. Nonostante il rialzo dell’energia, gli indici continuano a salire. Questo segnala che gli investitori stanno guardando altrove, cioè agli utili e alla crescita.
Dove potrebbero riemergere le criticità allora?
Nelle trimestrali. Prima della crisi geopolitica si parlava molto di bolla sull’intelligenza artificiale. Oggi se ne parla meno, nonostante i titoli tecnologici abbiano raggiunto nuovi massimi. Il vero tema sarà capire la sostenibilità degli investimenti: capex, ritorni sul capitale, free cash flow. Lì potrebbero emergere nuove tensioni.
Quindi uscire dal mercato per motivi geopolitici non ha senso?
Storicamente no. Non ha mai funzionato. Per un investitore di lungo periodo, gli eventi bellici non sono una ragione strutturale per uscire dal mercato. Possono creare volatilità, ma non cambiano il quadro di fondo.
Questo vale anche per l’Europa, che però sembra più vulnerabile?
Sì, ma con alcune differenze. Sull’Europa mantengo una visione ancora positiva, anche se più cauta rispetto a prima. Se prima eravamo su un “verde”, oggi siamo più su un “giallo-arancione”. Il problema europeo è la maggiore esposizione all’energia e al settore industriale. In Italia pesa molto il comparto bancario, mentre in Germania l’industria è dominante. Questo crea dinamiche diverse.
Se arrivasse un accordo sull’Iran, quali reazioni aspettarsi sui mercati
Nel breve, un calo del petrolio per la riduzione del premio al rischio. Ma non mi aspetto un cambio strutturale di direzione. I settori che beneficerebbero di più sarebbero quelli industriali e i trasporti, mentre la tecnologia probabilmente resterebbe relativamente indifferente.
Difesa ed energia: chi entra oggi qui trade arriva tardi?
Potenzialmente sì. La difesa è un settore particolare: i movimenti sono spesso anticipati e legati a contratti pluriennali. Anche in caso di pace, gli effetti si scaricano lentamente. Il rischio oggi è entrare a valutazioni già elevate.
Passiamo all’Italia. Il risiko bancario è davvero in movimento?
La partita non è affatto chiusa. Anzi, il fatto che alcuni attori aumentino l’esposizione indica che vogliono giocarla fino in fondo. È vero che ci sono stati sviluppi importanti, ma non siamo alla fine. Più probabilmente siamo a metà della partita.
Per l’investitore il settore bancario italiano resta interessante?
Ha già fatto molto bene, ma i fondamentali restano solidi. Il vero driver resta il contesto “higher for longer”: tassi più alti più a lungo sono un vento favorevole. L’unico elemento da monitorare è lo spread Btp-bund, la cui discesa favorisce le banche: qui gran parte del potenziale è già stato espresso, non c’è molto spazio per un’ulteriore compressione.
Di sostituzione di wealth manager o analisti con l’intelligenza artificiale si parla sempre di più, e c’è stata anche una recente ondata di vendite. Potrà sostituire la consulenza finanziaria un domani?
Nel breve no. Anzi, paradossalmente ha avvicinato più persone ai mercati. L’AI oggi è uno strumento: aiuta a informarsi, a capire. Ma il rischio è fidarsi troppo delle risposte. Serve comunque competenza per interpretarle. Ma nel lungo periodo la direzione è quella. Non sostituirà completamente i professionisti, ma cambierà il loro ruolo. Un po’ come internet: ha democratizzato l’accesso alle informazioni, ma non ha eliminato il bisogno di interpretarle.
C’è anche un rischio di omologazione delle opinioni?
Sì, ed è reale. Lo vediamo già: molti analisti ripetono le stesse narrative senza approfondire. Il valore aggiunto – l’alpha – sarà proprio nella capacità di andare oltre la superficie.
Chiudiamo con una view operativa: a cosa guardare nelle prossime settimane?
Le trimestrali delle big tech. Parliamo di aziende che pesano enormemente sugli indici e che hanno guidato gran parte della crescita. Ma attenzione: non solo le “magnifiche sette”. Ci sono interi segmenti tecnologici – come hardware, data storage, sensori – che stanno crescendo e sono stati oscurati dai grandi nomi. Oggi il vero scontro è interno alla tecnologia: software in difficoltà, hardware in accelerazione. È lì che si gioca la partita.

