Le prospettive di una politica monetaria americana accomodante sotto la guida del presidente designato Kevin Warsh si sono ridotte drasticamente: i mercati non solo non prezzano alcun taglio dei tassi nella riunione della Federal Reserve del 28-29 aprile, ma hanno ricalibrato le attese, con il primo taglio ora atteso non prima della fine del 2027.
Questa postura attendista, nonostante le pressioni di Donald Trump verso una politica monetaria più accomodante, trova una giustificazione nei dati macroeconomici di marzo: l’inflazione al consumo è risalita al 3,3% annuo, ben sopra il target, con rincari del 21,2% mese su mese per la benzina. Anche se sull’indice core — che esclude le componenti più volatili — l’impatto della crisi energetica legata al conflitto in Iran non è ancora evidente, il tasso annuo al 2,6% resta superiore all’obiettivo del 2%, lasciando poche ragioni per giustificare un taglio imminente. Anche il mercato del lavoro non depone a favore di interventi: la disoccupazione è scesa dal 4,4% al 4,3% a marzo. In un contesto come questo, la tesi sostenuta in passato da Warsh — secondo cui i guadagni di produttività legati all’intelligenza artificiale potrebbero giustificare tassi più bassi — rischia di non reggere.
Secondo Scope Ratings, un taglio dei tassi “difficilmente troverà supporto nei dati sull’inflazione nel breve termine, né sarà sufficiente ad alleggerire i costi di finanziamento, alla luce dei significativi deficit fiscali”. Il tema dell’indipendenza della Fed, peraltro ribadito dallo stesso Warsh nell’audizione al Senato, resta centrale: “qualsiasi taglio effettuato senza evidenze di un allentamento delle pressioni inflazionistiche potrebbe essere interpretato come un segnale di indebolimento dell’indipendenza della Fed”, con possibili riflessi su rating e fiducia degli investitori nel debito Usa.
Bce tra inflazione energetica e toni più “hawkish”
Giovedì, un atteggiamento attendista ma con sfumature “hawkish” potrebbe emergere anche dalla conferenza di Christine Lagarde a Francoforte. Per la Banca centrale europea, lo scenario di ulteriori rialzi — già in parte scontati dal mercato — resta aperto già a partire da giugno. Anche nell’Eurozona, infatti, la componente energetica ha spinto l’inflazione: l’HICP è salito dall’1,9% al 2,6% annuo a marzo, con il rischio di nuovi rincari ad aprile.
Al centro delle rispettive conferenze stampa ci saranno probabilmente toni più cauti ma vigili: le banche centrali cercheranno segnali di trasmissione dell’inflazione energetica alla componente core. “Per ora la pazienza è fondamentale e le banche centrali eviteranno di agire in fretta e in modo aggressivo”, osserva Anthony Willis, sottolineando che “i tassi di interesse non possono contrastare l’aumento dei costi energetici e potrebbero causare più danni che benefici”.
I paragoni con il 2022, tuttavia, restano limitati: allora il mercato del lavoro era più rigido, la politica monetaria più espansiva e l’inflazione già in accelerazione prima dello shock energetico. “Non crediamo che lo shock inflazionistico sarà così grave questa volta”, aggiunge Willis.
Strategie di investimento: azionario favorito, cautela sui bond lunghi
Per gli analisti di BlackRock, questo contesto resta comunque favorevole agli asset rischiosi: “Siamo sovrappesati sull’azionario statunitense e dei mercati emergenti, poiché le principali aziende legate all’intelligenza artificiale stanno dimostrando di saper monetizzare i propri strumenti. Restiamo invece sottopesati sui titoli di Stato a lunga scadenza, che hanno faticato a compensare i ribassi azionari durante il conflitto con l’Iran”.
Sempre sul fronte operativo, Kevin Thozet si unisce alla “view negativa sulla parte lunga della curva americana (10 anni e oltre)”, prevedendo “un irripidimento della curva dei rendimenti Usa”. Al contrario, “lo spazio — o la volontà — della Fed di alzare ulteriormente i tassi per contrastare uno shock dal lato dell’offerta appare limitato: ciò dovrebbe contenere i movimenti sul tratto breve (2 anni), lasciando invece i rendimenti a lunga scadenza più esposti”.
Anche per l’Europa, Thozet privilegia “la parte breve della curva dei rendimenti in euro: con oltre due rialzi già incorporati nei prezzi, l’asticella per ulteriori revisioni al rialzo appare elevata. La Bce potrà effettivamente alzare i tassi quest’anno, ma difficilmente molto oltre quanto già scontato dal mercato”.

