Fonderia Battaglia all’avanguardia nell’utilizzo dell’IA
L’intelligenza artificiale è entrata anche nel mondo fine art. Come di recente nel caso della realizzazione dell’opera scultorea “Atomic Reverberations”, una delle prime applicazioni dell’IA a questo medium quantomeno nella fusione a cera persa. “L’amico e artista Mauro Martino, con il quale la Fonderia Artistica Battaglia aveva già avuto il piacere di collaborare in passato alla realizzazione di altre sculture, ci ha contattati un giorno per proporci una sfida davvero particolare: realizzare una scultura in bronzo progettata da un’IA sviluppata presso l’IBM Watson Lab del MIT di Boston. La proposta ci ha immediatamente affascinati, e abbiamo iniziato a immaginare gli sviluppi possibili”.
Inizia così il racconto di Bernabò Visconti di Modrone, Presidente della storica Fonderia Artistica Battaglia di Milano attiva da più di 110 anni, dell’ultimo progetto realizzato su commissione dell’artista Mauro Martino. L’occasione è stata l’evento “L’arte al tempo degli algoritmi, il collezionismo tra autenticità, gestione e tutela penale” che si è tenuto lo scorso 3 dicembre presso lo studio legale Cagnola & Associati.

Bernabò Visconti di Modrone
“Grazie al sostegno economico di IBM abbiamo avviato un lavoro a quattro mani con Mauro per “insegnare” all’IA la tecnica della fusione a cera persa: i suoi limiti, le sue meravigliose caratteristiche, e soprattutto quei pochi ma fondamentali vincoli che avrebbero permesso all’opera di essere poi effettivamente realizzabile in bronzo” prosegue Visconti di Modrone.
Fonderia Battaglia e IA, nel rispetto dell’artista
“L’obiettivo era far sì che l’IA potesse seguire sia i parametri artistici e concettuali di Mauro, sia le esigenze tecniche della fonderia”. “Dopo un lungo anno di lavoro – intenso, complesso, ma anche estremamente divertente – siamo riusciti a ottenere un modello che soddisfacesse tutti. Devo dire che è stata un’esperienza unica per la Fonderia Battaglia e per i suoi artigiani, che nella loro storia hanno collaborato con i più grandi maestri e artisti del Novecento, e oggi anche con un’intelligenza artificiale”, conclude Visconti di Modrone.
La parola all’artista Mauro Martino
Come l’IA ha contribuito alla realizzazione dell’opera? A rispondere è direttamente l’artista Mauro Martino che da anni studia l’impatto dell’IA nella creazione artistica ed è Principal Research Scientist presso il MIT-IBM Watson AI Lab (Cambridge, MA, USA). “L’opera è stata commissionata dal MIT-IBM Watson AI Lab con un obiettivo preciso: raccontare dieci anni di ricerca nel campo dell’intelligenza artificiale, un lavoro che ha prodotto centinaia di pubblicazioni fondamentali sui modelli fondativi (foundational models). In pratica, ho creato una mappa tridimensionale di questa conoscenza. Ogni nodo che si vede nella scultura rappresenta un paper scientifico, e i collegamenti tra loro sono le relazioni semantiche che un algoritmo chiamato HOTT (Hierarchical Optimal Topic Transport) ha scoperto analizzando i testi.

L'artista Mauro Martino
È affascinante: l’IA riesce a vedere connessioni in uno spazio ad alta dimensionalità che noi umani non potremmo mai cogliere a occhio nudo. Da lì, ho usato un algoritmo proprietario per trasformare questa rete astratta in qualcosa di fisico, di tangibile”.
La relazione tra belle arti e intelligenza artificiale oggi
Sulla base della sua esperienza privilegiata qual è la relazione tra IA e fine art oggi? “La mia situazione è particolare, e forse per questo ho una prospettiva diversa da molti. Io sono l’autore dei modelli con cui sviluppo le mie opere, quindi, il livello di indipendenza del sistema è completamente sotto il mio controllo. Mi trovo in una posizione che definirei meta-creativa. Il mio lavoro non è tanto creare direttamente, quanto definire i gradi di libertà entro cui il modello può muoversi e generare. Invece di gestire un pennello, sviluppo le regole di ingaggio per cui il pennello può muoversi. Non creo: meta-creo” prosegue Mauro Martino “e qui sta il punto critico per il settore. La sfida per gli artisti oggi è non farsi sedurre dalla facilità apparente di questi strumenti. Un prompt non fa un artista, esattamente come possedere una macchina fotografica non ti trasforma in Cartier-Bresson.
L’artista come propaggine creativa del modello
Quello che vedo troppo spesso è l’artista che diventa, quasi senza rendersene conto, una propaggine creativa del modello. “Inconsapevole”, nel senso che non riesce a distanziarsi dai limiti e dalle estetiche del modello che ha scelto di adottare. E allora la domanda diventa: se non sei tu il creatore del modello, non rischi di essere semplicemente il mezzo attraverso cui il modello si esprime? Stiamo vivendo un momento di grande confusione. Scambiamo per artisti persone che usano modelli IA, quando in realtà i veri artisti, in quel caso, sono i modelli stessi e chi li ha creati”. Ed è proprio questo uno degli aspetti critici dell’impiego dell’IA nell’arte su cui il dibattito è oggi aperto.

Quando è l’artista a concepire l’opera e quando l’opera è concepita dall’IA? “Questa è la domanda centrale di tutto il dibattito, e la risposta giuridica è ancora in piena evoluzione. Il Copyright Office americano ha stabilito un principio importante: le opere puramente generate da IA non sono proteggibili, ma quelle dove l’umano esercita un “controllo creativo sufficiente” possono esserlo. Nel caso di “Atomic Reverberations”, l’autorialità è stratificata, ma chiaramente umana in ogni passaggio. Il concept e la visione sono interamente miei: l’idea di mappare la conoscenza, di renderla tridimensionale, di fonderla in bronzo. La selezione dei dati l’ho fatta io: ho scelto quali paper includere, quale corpus analizzare, cosa escludere. Gli algoritmi, HOTT e il sistema di generazione della forma, li ho co-sviluppati con i miei colleghi; non sono strumenti commerciali che chiunque può usare, ma sistemi proprietari nati dalla nostra ricerca.
Scelte estetiche indirizzate precisamente dall’artista
Ogni scelta estetica (spessori, curvature, texture) deriva da mie direzioni precise. E poi c’è stata un’iterazione critica continua: centinaia di variazioni generate, con una selezione artistica costante di cosa funzionava e cosa no. Infine, la collaborazione con la fonderia ha richiesto ulteriore intervento umano per adattare la forma ai vincoli della fusione. Insomma, l’IA qui è uno strumento sofisticatissimo, ma resta uno strumento. La visione, le scelte, la responsabilità artistica sono mie”.
Quali altre tecnologie vede determinanti nel mondo delle arti nel prossimo futuro? “Gli NFT hanno avuto un ciclo boom-bust piuttosto violento, ma non sono morti: si stanno trasformando. Il loro valore reale non sta nella speculazione, ma nella certificazione di autenticità e provenienza per l’arte digitale. Questo problema esisterà sempre, e la blockchain rimane una soluzione elegante per risolverlo. Detto questo, le tecnologie che vedo come più trasformative sono altre. Mi affascinano molto i materiali computazionali, materiali che cambiano proprietà in risposta a stimoli esterni, aprendo possibilità incredibili per sculture che potremmo definire “vive”. Poi c’è l’IA multimodale, sistemi che integrano testo, immagine, 3D e suono insieme, e che permetteranno esperienze artistiche sempre più immersive.
La stampa “a maglia” con l’IA presso la Fonderia Battaglia
E infine la stampa 3D avanzata a maglia, con proprietà del materiale che variano a seconda del tipo di intreccio: una tecnologia che, come nel caso di Atomic Reverberations, permette di realizzare forme impossibili da modellare a mano. Ma alla fine, la tecnologia più determinante sarà sempre quella che l’artista saprà piegare alla propria visione. Non quella che lo sostituisce”.
Ritiene che si stia formando una nuova classe di collezionisti con interesse specifico per le opere realizzate con l’IA? “Sì, e il loro profilo è interessante”, risponde e conclude l’artista secondo cui “Non sono collezionisti che comprano perché è fatto con l’IA”, sarebbe troppo superficiale. Sono persone che vedono nell’IA art un nuovo capitolo della storia dell’arte, un po’ come lo furono a loro tempo la fotografia e la video art. Cercano opere che rappresentino questo momento storico, che ne catturino lo spirito. I collezionisti vogliono capire il processo, la visione dell’artista, il significato dell’opera. Cercano il lavoro dei pionieri, di chi ha saputo creare una dimensione originale, una voce propria che vada oltre l’output generico di un modello generativo. Non basta più la novità tecnologica: serve la sostanza artistica”.
Articolo apparso in forma ridotta su We Wealth Magazine n. 87. Abbonamenti qui.

