Febbre dell’oro? Mica tanto. Fascino delle criptovalute? Nemmeno. I family office nel perimetro della ricerca Global Family Office Report 2026di JP Morgan Private Banking decisamente non sovrappesano questi asset in portafoglio, anzi. Oltre 70% non ha alcuna esposizione né all’oro né alle infrastrutture, e l’89% non detiene cripto.
Di contro, circa il 75% degli asset è allocato su azioni quotate e investimenti alternativi: soprattutto azionario delle grandi capitalizzate Usa e fondi a chiamata (quei fondi di private equity / venture capital / private debt / infrastrutture in cui il capitale si versa a tranche). Ed è questo il punto il 37% degli intervistati dichiara che aumenterà l’esposizione ai mercati privati nel prossimo anno. Inoltre, le famiglie che hanno intenzione di aumentare gli investimenti in private equity e compagnia sono 2 volte e mezzo più numerose rispetto a quelle che sono intenzionate a diminuirli. In generale, ben oltre la metà (il 65%) degli investimenti sono rivolti ad attività legate all’intelligenza artificiale. Per quanto riguarda i rischi, quelli geopolitici sono in cima a tutte le preoccupazioni di investimento. Seguono: tassi di interesse, crescita economica, inflazione, politiche commerciali.
Rendimenti-obiettivo: ambiziosi, ma non irrealistici (grazie al mix di capitali privati)
I family office dichiarano target di rendimento decisamente ottimistici, ma alla portata (almeno nella maggior parte dei casi). La maggioranza (55%) punta a un ritorno annuo tra il 7% e il 10%. Secondo le stime di JP Morgan, un classico portafoglio 60/40 (azioni/obbligazioni) potrebbe rendere circa il 6,4% nei prossimi 10–15 anni. Aumentando il peso degli asset più rischiosi e degli investimenti nei mercati privati, il rendimento potrebbe salire verso la fascia 7%–10%.
Un terzo dei family office dichiara però un obiettivo superiore all’11%. Qui l’asticella si alza, anche perché l’asset con il rendimento atteso più elevato, il private equity, si ferma al 10,2%. Non a caso, chi punta a rendimenti a doppia cifra sembra far leva soprattutto sui private market: 10 punti percentuali di peso in più rispetto alla media dei portafogli, e 4 punti aggiuntivi negli investimenti privati “orientati al controllo”. Risultato: l’allocazione media sui mercati privati supera il 40%.
Portafogli ancora sbilanciati verso il rischio a scapito degli hedge
Le allocazioni attuali sono chiaramente orientate agli asset rischiosi. In media, azioni quotate (38,4%) e investimenti privati (30,8%) valgono da sole oltre due terzi del portafoglio. Il reddito fisso è la terza componente (14,8%) e completa il “nocciolo duro” dell’asset allocation: nel complesso, queste tre voci arrivano a circa l’84% degli asset. All’interno dei private market la diversificazione è ampia, ma le quote più consistenti si concentrano su private equity (9,8%), real estate (7,4%) e investimenti privati orientati al controllo (6,1%). A tal proposito è molto interessante notare che il 76% dei family office non ha alcuna esposizione al secondary private equity, segmento che in realtà oggi offre alcune delle opportunità rischio/rendimento più interessanti nei mercati privati.
Gli hedge fund, invece, restano una presenza sorprendentemente contenuta (4,7%), in linea con una tendenza pluriennale. Eppure la loro scarsa correlazione con i mercati tradizionali potrebbe offrire riparo proprio nelle fasi di volatilità, quando aumenta la correlazione tra azioni e bond.
A livello geografico, spicca un dato: i family office statunitensi sono più propensi al rischio. In media hanno circa un terzo di investimenti privati in più rispetto a quelli internazionali (34,3% contro 25,6%) e, specularmente, meno reddito fisso (10,7% contro 20,8%). Commenta Kristin Kallergis Rowland: «Gli investimenti alternativi non sono più un semplice complemento tattico, ma un vero pilastro strategico (…). Non a caso, i family office stanno emergendo come fornitori di capitale sempre più strategici: possono muoversi in fretta, impegnarsi con maggiore flessibilità e costruire partnership con un orizzonte di lungo periodo. La spinta dietro queste allocazioni riflette una convinzione di fondo: le opportunità più interessanti (…) si trovano sempre più spesso nel mondo degli asset alternativi.
In che cosa non investono i family office
Crypto e altri asset digitali vengono del tutto snobbati dalla stragrande maggioranza (89%) dei family office, molto probabilmente per la loro instabilità. Molti non investono nemmeno in infrastrutture (79%), credito privato (58%) e immobiliare (40%).
Quasi i tre quarti (72%) non investono in oro e, chi lo fa, tende a farlo in misura residuale: l’allocazione media globale è appena dello 0,9%. Infine, il 57% dichiara di non avere esposizione a growth equity o venture capital, nonostante il 65% dei family office indichi l’IA come uno dei principali temi d’investimento: è proprio in queste fasi, infatti, che con ogni probabilità si svilupperà gran parte dell’innovazione emergente “di livello applicativo” legata all’intelligenza artificiale generativa.

