Harris Associates lascia Credit Suisse: le ragioni dietro il “divorzio”

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Harris Associates esce dall’azionariato di Credit Suisse. “Perché restare su qualcosa che brucia capitali?”, ha dichiarato il vice-presidente David Herro. Esprimendo dubbi sul piano di rilancio annunciato dalla banca elvetica

Harris Associates possiede ancora azioni di diversi colossi della finanza europea, da Lloyds Banking Group a Intesa Sanpaolo, fino a Bnp Paribas, Julius Baer e Allianz

Herro: “Il piano di ristrutturazione dell’investment banking, pur essendo una nobile causa, è macchinoso e molto più costoso in termini di liquidità di quanto ci aspettassimo”

Harris Associates, hedge fund e storico azionista di Credit Suisse, ha venduto la sua posizione nella banca elvetica. Un “divorzio” che innesta le sue radici in autunno quando, dopo il via libera all’aumento di capitale da 4 miliardi di franchi svizzeri, la Saudi National Bank gli aveva sottratto lo scettro da primo investitore. “Abbiamo molte altre opzioni per investire”, ha dichiarato il vicepresidente della società, David Herro, al Financial Times. Interrogandosi sul futuro del colosso.

“Ci sono stati grandi deflussi dalla gestione patrimoniale”, ha evidenziato Herro, riferendosi ai 111 miliardi di franchi svizzeri persi negli ultimi tre mesi del 2022 dopo le voci circolate sulla salute finanziaria della banca. “Abbiamo molte altre opzioni per investire”, ha aggiunto. “L’aumento dei tassi d’interesse significa che molti in Europa stanno andando nell’altra direzione. Perché restare su qualcosa che brucia capitali quando il resto del settore li sta creando?”.

Stando a quanto risulta al quotidiano economico-finanziario britannico, Harris Associates possiede infatti ancora azioni di diversi colossi della finanza europea e italiana in particolare, da Lloyds Banking Group a Intesa Sanpaolo, fino a Bnp Paribas, Julius Baer e Allianz, rispetto alle cui prospettive manifesta una maggiore fiducia. Secondo Herro, al contrario, la profonda ristrutturazione dell’investment bank avviata alla fine dello scorso anno potrebbe non risollevare le sorti dell’istituto di credito. “Pur essendo una nobile causa, riteniamo sia macchinosa e molto più costosa in termini di liquidità di quanto ci aspettassimo”, ha affermato Herro. 

“Inoltre, non eravamo soddisfatti dei proventi ottenuti dalla vendita di prodotti cartolarizzati”, ha aggiunto. Ricordiamo a tal proposito che l’istituto aveva annunciato in ottobre di aver stipulato un accordo quadro per trasferire una parte significativa della sua attività di cartolarizzazione (Securitized products group) a un gruppo di investitori guidato da Apollo Global Management. Inoltre, prevedeva un taglio degli oneri del 15% pari a 2,5 miliardi di franchi svizzeri e di 9mila posti di lavoro. Credit Suisse ha dichiarato di fatto di essere “in anticipo” rispetto al proprio piano e di avere “obiettivi strategici chiari”. Lo scorso mese, però, ha riportato intanto una perdita di 7,3 miliardi di franchi svizzeri per il 2022, la maggiore dalla crisi finanziaria globale; e ha annunciato che anche quest’anno registrerà una “perdita significativa”.

Il primo “matrimonio” tra Credit Suisse e Harris Associates ha origine nel 2022, quando l’hedge fund aveva acquistato azioni del colosso elvetico a un prezzo inferiore ai 30 franchi svizzeri per poi venderle prima della crisi finanziaria del 2008 a prezzi compresi tra i 60 e i 70 franchi svizzeri. Poi, era rientrato nel capitale nel 2009 quando il titolo era scambiato intorno ai 23 franchi svizzeri. A maggio 2012 possedeva 37 milioni di azioni del gruppo, che all’epoca valevano oltre 600 milioni di franchi svizzeri e che oggi sarebbero valutate 103 milioni di franchi svizzeri. Come anticipato in apertura, oggi il maggiore azionista della banca svizzera resta la Saudi National Bank, che detiene una quota del 10%. Al secondo posto la Qatar Investment Authority, con una partecipazione del 7%. A salutare, in tutto o in parte, Credit Suisse sono stati anche Dodge & Cox (che a fine 2020 deteneva il 5,11% delle azioni della banca, poi scese al 3,1%) e Artisan Partners (che ha venduto interamente la propria quota negli ultimi mesi).

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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