Non ci sono dubbi sul fatto che, oggi, il commercio globale si trovi davanti ad un bivio, ma forse ha senso iniziare con un’analisi sul passato, per capire gli effetti che ha avuto il protezionismo, prima di buttarsi a capofitto sul futuro. Parlare di protezionismo non può che richiamare alla mente gli errori degli anni Trenta, quando l’introduzione di dazi altissimi, come quelli previsti dalla legge Smoot-Hawley negli Stati Uniti, accentuò gli effetti devastanti della Grande Depressione. Secondo gli esperti che hanno partecipato al Next Forum organizzato da Ispi in collaborazione con l’università Bocconi di Milano la situazione attuale, con le crescenti guerre commerciali tra Stati Uniti e Cina, potrebbe ridurre la crescita del commercio globale allo 0,2%, penalizzando soprattutto le economie più vulnerabili, che sono maggiormente dipendenti dal libero scambio. Gli anni ’30 ci hanno insegnato gli effetti del protezionismo con la guerra; questa volta dobbiamo imparare con le riforme. Tuttavia, non tutto è perduto, guardando oltre i classici confini occidentali, ci sono ancora opportunità: l’Africa è un continente con un potenziale commerciale enormemente sottosfruttato. Sebbene oggi il commercio intra-africano sia ancora limitato al 24% – un dato che palesa un divario significativo rispetto ad altre regioni – la riduzione dei costi commerciali e una maggiore cooperazione tra gli Stati africani potrebbero rappresentare una chiave di volta per migliorare la competitività globale del continente.
Questo però non basta, l’architettura commerciale globale necessita di riforme. La tecnologia e la costruzione della fiducia multilaterale sono essenziali per modernizzare il sistema, ma i progressi rischiano di essere ostacolati dalle crescenti tensioni geopolitiche. L’invito che emerge con forza è quello di non ripetere gli errori del passato e di perseguire riforme mirate a garantire una crescita economica sostenibile e inclusiva.
L’impatto umanitario delle tensioni geopolitiche
Gli effetti delle tensioni geopolitiche non so però evidenti solo sul mercato e sul commercio, ma anche e soprattutto in quei Paesi che stanno subendo la guerra nel loro territorio e questo apre molti dubbi sul ruolo della neutralità occidentale. Come ha spiegato Mirjana Spoljaric Egger, presidente dell’International Committee della Croce Rossa, è stato lanciato un appello preoccupante sulla crescente difficoltà di mantenere la neutralità in conflitti polarizzati come quello di Gaza, dove gli attori umanitari sono sempre più sottoposti a pressioni per schierarsi. Nonostante le sfide, la riservatezza continua a essere un elemento fondamentale per garantire l’accesso alle popolazioni vulnerabili, altrimenti rischiando di compromettere la missione umanitaria.
Nel caso di Gaza, la situazione è drammatica: oltre il 3% della popolazione è stata uccisa e il 90% è sfollato, mentre gli aiuti umanitari sono bloccati. La Croce Rossa ha definito questa una delle crisi più gravi della storia recente, sottolineando l’impotenza di fronte all’assenza di risorse fondamentali come cibo e medicine.
Un altro punto centrale riguarda la neutralità dei finanziamenti. La Croce Rossa limita i contributi dei singoli donatori al 25% per preservare la sua indipendenza, un principio che oggi è messo a dura prova da una geopolitica sempre più polarizzata. Nonostante le difficoltà, l’invito è chiaro: investire nella pace è fondamentale. Il rispetto del diritto umanitario, infatti, riduce i costi a lungo termine e il primo passo verso una possibile risoluzione politica dei conflitti deve partire dal supporto umanitario.
Crisi dimenticate e prevenzione dei conflitti
Mentre conflitti come quelli di Gaza e in Ucraina dominano le prime pagine dei giornali, molte crisi prolungate restano nell’ombra. L’OCSE ha richiamato l’attenzione su paesi come la Bosnia, la Moldavia e la Georgia, dove le comunità locali stanno ancora vivendo le cicatrici della guerra. La ricostruzione postbellica non può prescindere dalla gestione dei traumi psicologici, un aspetto spesso trascurato ma cruciale per il ritorno alla normalità.
In particolare, si sa che prevenire è più economico che curare. Tuttavia, solo una piccola percentuale degli aiuti internazionali è destinata alla prevenzione dei conflitti, un dato allarmante che riflette la mancanza di visione a lungo termine nelle politiche internazionali.
Il dilemma per l’Europa, come primo donatore globale di aiuti, è altrettanto delicato. Come può l’Europa bilanciare il proprio impegno umanitario con l’esigenza di rafforzare i bilanci della difesa per affrontare le minacce russe? Un tema che sarà sicuramente centrale per le politiche europee nei prossimi anni.
La nuova guerra fredda e i possibili scenari futuri
Oggi l’attenzione è fissa sulle guerre calde, come quelle in Medio Oriente e Ucraina, eppure, secondo Michael Spence, Premio Nobel per l’Economia, a dover veramente preoccupare è la guerre fredda, la crescente rivalità tra Stati Uniti e Cina, fornendo tre possibili scenari per il futuro: frammentazione, una guerra fredda 2.0, o un “mosaicopragmatica”, dove Europa, Cina e Africa collaborano nonostante il protezionismo statunitense. La resilienza della Cina è un dato di fatto: “Non si può escludere un’economia che produce il 31% della produzione globale”, ha dichiarato Spence. Questo sottolinea l’importanza di un’integrazione economica pragmatica, capace di superare le tensioni politiche.
L’Africa e il Sud globale: nuove dinamiche e il ruolo dell’Europa
Anche l’Africa, che ha spesso vissuto come spettatrice dei giochi delle grandi potenze, ha deciso di non farsi più strumentalizzare. Con il continente che ha iniziato a chiedere partenariati strategici piuttosto che subire il paternalismo delle potenze globali. L’idea che i dazi imposti dagli Stati Uniti possano spingere l’Africa verso l’autosufficienza è una visione che sta guadagnando terreno, con l’opinione che la crisi possa stimolare una riflessione profonda e un ripensamento delle politiche economiche globali.
Del sud globale però non fanno parte solo gli stati poveri africani, ma anche Paesi ricchi come quelli del Golfo Persico. La Cina sta cercando di esercitare una leadership su questo blocco, sfidando il predominio occidentale. In questo scenario, il ruolo dell’Europa diventa fondamentale, ma se non riuscirà a trovare un’unità di visione politica e commerciale, rischia di diventare irrilevante. Con Trump che mina la cooperazione commerciale e gli aiuti internazionali, l’Unione Europea deve rafforzarsi per evitare di essere esclusa dalle future dinamiche globali.
Costruire ponti, non muri: la leadership del futuro
La conclusione è chiara, la leadership oggi non consiste più nel prendere posizione in uno schieramento, ma nel colmare le divisioni. Dalla riforma del commercio all’investimento nella prevenzione dei conflitti, fino alla ridefinizione delle alleanze globali, il futuro non è predeterminato. Sarà modellato dalle scelte che prenderanno i leader di domani, pronti ad affrontare le sfide con un approccio pragmatista e collaborativo.
La frattura globale non è una condanna, ma una sfida che può essere superata, se ci si impegna a costruire ponti, piuttosto che muri. Il prossimo decennio sarà cruciale per determinare se la cooperazione multilaterale sopravviverà in un mondo sempre più frammentato, ma il percorso per arrivarci è nelle mani delle nuove generazioni di leader che sono già al lavoro.

