Da donatori ad architetti del cambiamento sociale. È questo il nuovo volto dell’imprenditore filantropo, che oggi è chiamato ad andare oltre una visione puramente orientata al profitto economico per assumere un ruolo attivo nello sviluppo sociale. Così lo stesso spirito d’iniziativa e visione strategica applicato nel fare impresa si mette a servizio degli altri, generando un impatto positivo sul mondo. Un approccio che chiama in causa anche gli enti filantropici: tanto che se da un lato per gli imprenditori il give back è diventata una pratica consolidata – costituisce ‘parte essenziale della propria identità’ per il 75% di oltre 700 businessmen statunitensi coinvolti in un sondaggio di Fidelity Charitable del 2019 – dall’altro spinge il terzo settore a rivedere il proprio modello operativo per renderlo più strategico e sostenibile nel lungo periodo.
Di questo spirito ne è esempio la Fondazione Dr. Ambrosoli Memorial Hospital, il cui approccio filantropico mira a coniugare rigore manageriale e spirito di dono, creando alleanze strategiche e promuovendo un cambiamento sociale misurabile. Nata in seno a una famiglia imprenditoriale e da sempre attenta a distinguersi per un’attenzione al benessere dei lavoratori e del territorio, la Fondazione Dr. Ambrosoli Memorial Hospital mira a perseguire un cambiamento sociale duraturo. Ma come, nel concreto? Quali le sfide di questo approccio? Ne abbiamo parlato con Giovanna Ambrosoli, Presidente della Fondazione.

Qual è l’approccio filantropico della Fondazione Ambrosoli e quali sono gli elementi che lo rendono unico?
“Il nostro approccio si fonda su un legame di fiducia e corresponsabilità tra chi sostiene e chi agisce ed è stato sviluppato nel corso degli anni di attività. La filantropia, per noi, è sempre stata un processo condiviso: il dono è il risultato di un’alleanza costruita nel tempo, di una relazione profonda con chi vuole offrire un contributo concreto e misurabile in un contesto di estrema fragilità e assenza di risorse. Il nostro lavoro si articola lungo due assi interconnessi che riflettono la duplice natura della nostra missione.
Il primo riguarda la collaborazione manageriale con il Dr. Ambrosoli Memorial Hospital, fondato dal medico e missionario Beato Padre Giuseppe Ambrosoli. La Fondazione partecipa attivamente alla governance dell’Ospedale contribuendo alla costruzione delle strategie, alla qualità della gestione e alla trasparenza nei processi decisionali. Il nostro è un lavoro di condivisione quotidiano, non si limita a offrire un sostegno economico, ma ha l’obiettivo di offrire anche supporto manageriale e strategico continuo, rafforzando la capacità dell’Ospedale di rispondere in modo autonomo e competente alle sfide quotidiane. Il contributo finanziario, pur essendo fondamentale, non sia sufficiente.
È necessario, infatti, investire anche nelle competenze, nella formazione specialistica e in un accompagnamento che miri a uno sviluppo realmente sostenibile. Il nostro obiettivo è contribuire al mantenimento/rafforzamento di una realtà sanitaria secondo una logica che non risponda solo all’emergenza, ma che sia in grado di far crescere le risorse e l’autonomia della comunità locale, sviluppare un approccio manageriale per affrontare le sfide enormi e quotidiane di un contesto estremamente sotto sviluppato e a scarse risorse.
Il secondo asse, invece, riguarda il nostro ruolo esterno nel catalizzare risorse e costruire relazioni durature e visioni condivise, attraverso la costruzione di alleanze strategiche con filantropi, donatori, imprese e partner istituzionali, puntando a generare un impatto duraturo e trasformativo per le comunità locali”.
Filantropi e non solo donatori, quindi: qual è il loro ruolo nella missione della Fondazione?
“Per la Fondazione Ambrosoli, il filantropo è prima di tutto un compagno di viaggio. Non chiediamo semplicemente un sostegno economico, ma una visione condivisa. Alla base della costruzione di una relazione di fiducia duratura c’è infatti la condivisione profonda di valori e della Missione della Fondazione Ambrosoli, investire sulla salute dei più vulnerabili, garantire cure accessibili ai più poveri, perpetuando i valori di missionarietà, resilienza e professionalità del fondatore, il Beato padre Giuseppe Ambrosoli, con un approccio strutturato professionale e volto alla sostenibilità futura.
Nel tempo, abbiamo evoluto il nostro modo di lavorare con l’ospedale di Kalongo, andando oltre la logica del ‘dono occasionale’ per costruire relazioni fondate su trasparenza, corresponsabilità e impatto. A ciascun filantropo chiediamo di camminare al nostro fianco, con lo stesso rispetto e la stessa fiducia con cui noi camminiamo accanto a chi ogni giorno si prende cura degli altri, in un angolo remoto del Nord Uganda. Per noi, essere filantropi significa assumersi una responsabilità: contribuire alla costruzione di un sistema sanitario più equo, là dove le sfide sono più grandi.”.

Vi è un esempio concreto in cui il coinvolgimento diretto di un filantropo ha avuto un impatto significativo su un progetto della Fondazione?
“C’è un episodio molto significativo e estremamente recente che racconta bene cosa può nascere da una relazione autentica con un filantropo ed è legato al momento in cui l’agenzia americana per la cooperazione allo sviluppo, USAID, ha improvvisamente tagliato i fondi destinati ai programmi sanitari dell’Ospedale di Kalongo. Si trattava di risorse fondamentali di cui l’ospedale beneficiava da oltre 15 anni, relative al programma globale PEPFAR di prevenzione e cura dell’HIV finanziato da USAID, sia in ospedale sia sul territorio. Con l’interruzione di quei fondi, oltre 3mila beneficiari avrebbero perso l’accesso a test diagnostici, farmaci e interventi di educazione preventiva e l’ospedale sarebbe stato costretto a terminare il contratto di lavoro con una parte essenziale di personale ospedaliero che veniva finanziata dal programma.
In quel momento, ci siamo subito attivati: insieme all’ospedale abbiamo analizzato la situazione per capirne l’impatto reale, e poi abbiamo condiviso con trasparenza quanto stava accadendo con i nostri principali sostenitori. Alcuni filantropi hanno sentito il bisogno di approfondire, di comprendere a fondo la portata della crisi. E hanno scelto di intervenire, garantendo la continuità di alcuni servizi essenziali. È stato un momento molto forte, perché ha reso visibile il senso profondo della relazione che si era costruita nel tempo. Non era solo una questione di risorse economiche, ma di fiducia, di vicinanza, di assunzione di responsabilità. È in situazioni come questa che capisci quanto conti avere un legame autentico con chi sceglie di sostenere la tua causa”.


Quali sono le principali sfide nel coinvolgere i filantropi in modo attivo e come la Fondazione le affronta?
“Una delle sfide principali è di accompagnare i filantropi a superare la logica del ‘dono occasionale’ per abbracciare una prospettiva più ampia, fatta di investimento paziente e responsabile, visione a lungo termine e fiducia. Per molti donatori, abituati a misurare i risultati in tempi brevi, questo può essere un passaggio delicato. Una delle sfide principali è accompagnare i filantropi a comprendere il contesto in tutta la sua complessità a riconoscere il valore delle competenze, della crescita e dell’importanza di rafforzare il capitale umano locale, un percorso molto lungo che richiede pazienza, resilienza e fiducia.
Il nostro compito è garantire una relazione informata, consapevole, basata su dati ma anche su storie, perché dietro ai numeri ci sono volti e storie di vita molto difficili anche da ascoltare. La trasparenza è un punto fermo, anche quando è necessario dire che qualcosa non funziona e ripartire avendo capitalizzando ogni esperienza. Perché è solo partendo da una conoscenza autentica che si può costruire una visione di lungo periodo. È questo, per me, il significato profondo di un approccio filantropico trasformativo”.
Perché e in che modo il viaggio a Kalongo e l’esperienza diretta delle attività della Fondazione rappresentano un momento importante per il filantropo e per la Fondazione?
“Kalongo non si può solo raccontare: bisogna vederla e viverla. Per questo, due volte l’anno accompagniamo donatori e filantropi a visitare il progetto. Vedere questo luogo così dimenticato ma così vitale e prezioso al tempo stesso, parlare con le persone, medici, pazienti, studentesse ostetriche è sicuramente un’esperienza trasformativa. Chi viene qui modifica la propria visione del progetto.
Percepisce in modo tangibile cosa significa garantire cure in un luogo così fragile. Si rende conto delle limitazioni quotidiane e delle diversità culturali che spesso vengono date per scontate o delle problematiche che si affrontano giornalmente e che a volte rendono difficile raggiungere gli obiettivi stabiliti o richiedono tempi molto più lunghi, incontrare persone, conoscere storie concrete, aiuta a capire la forza – e la fragilità – di un sistema che ogni giorno cura, accoglie, educa. In quei giorni si creano legami profondi, si mettono in comune visioni, si rafforza un senso di comunità che va oltre le differenze. Per molti, è lì che nasce l’impegno più autentico. Spesso, proprio grazie al viaggio nasce una nuova consapevolezza, e con essa un impegno ancora più profondo e duraturo”.

Ai molti imprenditori che stanno considerando di impegnarsi attivamente in cause sociali, quale messaggio è importante passare?
“Senz’altro un messaggio di fiducia e di affidamento nei confronti di chi conosce a fondo il contesto, a chi lavora con continuità accanto ai partner locali. Serve la capacità di mettersi in ascolto, non guidando, ma accompagnando. Significa accettare che il proprio gesto, per quanto generoso, abbia bisogno del tempo giusto per trasformarsi in cambiamento. Il vero impatto non si misura nell’immediato, né si esaurisce nei risultati visibili. Cresce nel tempo, spesso in silenzio. Ma quando arriva, resta. E va oltre il nostro singolo contributo. È lì che la filantropia diventa davvero generativa”.


