Diversità e inclusione: quante aziende investono davvero?

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L’81% delle aziende globali dispone di un budget dedicato all’equità, diversità e inclusione. Ma quante puntano a rafforzare gli investimenti in tal senso? E come?

Il 37% dichiara che diversità, equità e inclusione sono riconosciute e apprezzate all’interno della propria organizzazione, il 78% le definisce “importanti” e il 42% di “vitale importanza per l’azienda”

Francini: “Auspico che in un prossimo futuro molto vicino, le aziende capiscano quanto sia importante far fronte al benessere dei dipendenti e accelerare tali iniziative. Solo così potranno trarre reali vantaggi anche per il proprio business”

Diversità, equità e inclusione conquistano sempre più spazio nelle agende delle aziende globali. Al punto che quattro su cinque dispongono di un budget dedicato. Ma quante puntano a rafforzare gli investimenti in tal senso? E chi si occupa di gestire queste iniziative? A rispondere a queste e altre domande è una nuova indagine condotta da Sapio Research per Workday, che ha coinvolto oltre 2.200 professionisti (di cui più di 300 solo in Italia) delle risorse umane e leader aziendali in 14 Paesi: Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Paesi Bassi, Norvegia, Spagna, Svezia, Svizzera, Uk e Italia, appunto. Un sondaggio svolto tra febbraio e marzo 2021, prendendo in considerazione i settori It e telecomunicazioni, industria, pubblica amministrazione, finanza, servizi professionali, utility e energia, salute e farmaceutico, trasporto e logistica, retail e servizi creativi, tra gli altri.
Quello che è emerso è che il 37% dichiara che diversità, equità e inclusione (da qui in avanti indicate come ed&i) sono riconosciute e apprezzate all’interno della propria organizzazione, il 78% le definisce “importanti” e il 42% “di vitale importanza per l’azienda”. Percentuali che ben si sposano con la presenza, come anticipato in apertura, di team all’interno delle risorse umane (nel 33% dei casi) e di un budget (81%, di cui 44% per progetti sia a lungo che a breve termine e il 23% a breve termine) dedicati. L’aspetto che fa ben sperare è che il 43% punta a incrementare gli investimenti in iniziative ed&i nel prossimo anno finanziario. Ma in che modo gestiscono le iniziative su questo fronte? Il 98% punta sulla tecnologia. Il 43% mette a punto sondaggi all’interno dell’azienda sulla percezione dell’appartenenza, il 41% utilizza strumenti di gestione dei talenti e il 16% tiene conto dell’engagement dei dipendenti al fine di rafforzare l’employee retention e trattenere i talenti in azienda.

Sebbene però il 78% degli intervistati dichiari di possedere sufficienti dati sull’ed&i, appena il 17% ne coglie il valore e ne misura l’impatto sul business. Il 62% ammette inoltre che censire queste informazioni non sia facile e solo il 38% dispone dei mezzi sufficienti a gestirle. Quello che lamentano, almeno il 34%, è infine il bisogno di una leadership e di un impegno dall’alto per passare allo step successivo. “In questa ampia fotografia vediamo i progressi e l’impegno delle aziende nell’individuare la necessità di orientarsi verso realtà professionali attente all’equità, alla diversità e all’inclusione ma anche chiare aree di miglioramento. In Italia, sappiamo quanto questo tema stia destando attenzione e quanto sia necessario aprirsi a nuove opportunità senza pregiudizi”, interviene Federico Francini, country manager Workday, Italia. “Ritengo che sia arrivato il momento di approcciare l’ed&i come un processo aziendale vitale da integrare nelle strategie aziendali e da implementare con sistemi informativi per gestirlo in modo efficace. Auspico che in un prossimo futuro molto vicino, le realtà lavorative capiscano quanto sia importante far fronte al benessere dei dipendenti e accelerare nelle iniziative di equità, diversità e inclusione”. Poi conclude: “Solo così le aziende potranno trarre reali vantaggi anche per il proprio business”.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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