Covid, petrolio shock: 10 dollari, quanto una pizza

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Quotazioni da fantascienza (-40%) per il petrolio (Wti), che affonda al suo minimo dal 1999, 10 dollari al barile. A nulla è valso il recentissimo accordo fra Russia e Opec per il taglio della produzione

Saldi da fine stagione per il petrolio, che si schianta a 11 dollari al barile. Il West Texas Intermediate (Wti) è ai minimi da quasi 21 anni a questa parte, scontando il crollo della domanda. Le quotazioni hanno segnato un ribasso del 40% a 10,45 dollari al barile.
Enfatizza la brusca flessione l’imminente scadenza (21/04/2020) dei contratti futures di maggio; il mercato si sta riposizionando sui futures di giugno. L’industria petrolifera sta affrontando la sua peggiore prospettiva “di sempre” si spinge a dire un analista di Jeffries al Financial Times. La caduta del prezzo del petrolio a 14 dollari è sconcertante. Avviene infatti appena dopo lo storico accordo di un taglio alla produzione del 10% fra Opec e Russia.

In circolazione c’è troppo petrolio, e l’economia non sa che farsene. O meglio: non ci sono magazzini a sufficienza per conservarlo. Ma non è solo questo a determinare il crollo del suo prezzo. Ci sono gli hedge fund. E ci sono gli speculatori, come il più grande Etf mondiale sul petrolio, lo Us Oil Fund (USO), che controlla un quarto delle posizioni sul Wti. Con i suoi 3,8 miliardi di dollari di masse in gestione, questo fondo sta determinando il crollo dei prezzi. Continua infatti a vendere il Wti per maggio, comprandone per giugno. Si tratta di una riallocazione di portafoglio che coinvolge il 20% del suo ammontare. Nel pomeriggio del 20 aprile, i futures Wti per maggio quotano a 11,45 dollari, mentre quelli per giugno a 22,28 dollari. Sempre considerando giugno, il Brent quota invece a 26,42 dollari.

In una comunicazione della Sec (la Consob americana) lo Us Oil Fund si dice “costretto” a operare questo ribilanciamento del portafoglio a causa delle condizioni di mercato e delle richieste dei regolatori. Ma le perdite in questo momento sono enormi, con gli investitori che lasciano sul terreno almeno il 30% delle somme investite.

(articolo in aggiornamento)

di Teresa Scarale

Caporedattore Pleasure Asset. Giornalista professionista, è laureata in Discipline Economiche e Sociali presso l’Università Bocconi di Milano. Scrive di finanza, economia, mercati dell’arte e del lusso. In We Wealth dalla fondazione. Collabora con Il Sole 24 Ore e Plus 24.

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