Articolo scritto in collaborazione con la dr.ssa Arianna Ilari
Il celebre dipinto fu realizzato dal maestro francese tra il 1843 e il 1845 e, dopo la sua scomparsa, rimase per decenni nella collezione privata della famiglia francese Cugnier-Cusenier.
Una convivenza non troppo riservata, che ha tuttavia rafforzato l’aurea di interesse e il relativo valore del dipinto,oggi al centro di una vicenda che potremmo definire simbolo – o, meglio, sintomo – delle complesse dinamiche di un mercato dell’arte sì globale, ma nella perenne ricerca di un equilibrio fra la libera circolazione dei beni e le differenti prescrizioni imposte dai singoli ordinamenti nazionali (europei e non) in materia di tutela del patrimonio culturale.

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Nel 2014 l’opera è stata infatti venduta, in silenzio e per la modica cifra di 50 milioni di dollari, al Qatar Museums, ente culturale guidato dalla Sheikha Al-Mayassa bint Hamad Al Thani.
La collezionista e mecenate qatariota è divenuta una figura centrale nel panorama del mercato dell’arte globale grazie proprio a transazioni di elevata importanza economica e culturale. Nel corso degli anni la stessa ha difatti promosso una politica di acquisizioni di altissimo profilo, portando in Qatar opere come White Center di Mark Rothko, I giocatori di carte di Cezanne e Bambino con colomba di Pablo Picasso, quest’ultimo acquistato per 50 milioni di sterline dopo il tentativo, poi fallito, del governo britannico di impedirne l’esportazione. Una strategia che risponde a una visione precisa: utilizzare la cultura come leva di soft power e come strumento di diversificazione economica, inserendo gli stati del golfo nel dialogo culturale internazionale quale zona di passaggio e dialogo fra gli emisferi.
Si è scritto “venduta in silenzio” in quanto, nonostante il calibro dell’operazione, sembra che le parti abbiano atteso almeno dieci anni prima di informare lo stato francese circa l’avvenuta vendita e l’identità del nuovo proprietario.
Il nodo dell’esportazione per i “tesori nazionali”
Tale notizia ha ovviamente acceso la polemica nella società d’oltralpe in quanto, nonostante il dipinto sia stato esposto all’estero, non risulta che il Ministero della Cultura francese abbia mai rilasciato alcun certificato, ossia il documento obbligatorio per autorizzare l’uscita dal territorio transalpino delle opere d’arte realizzate da più di 50 anni e con un valore economico superiore ai 300.000 euro.
Un dato che appare tutt’altro che marginale ma, a posteriori, è strategicamente giustificato.
Il rilascio del certificato sarebbe, con ogni probabilità, problematico se non impossibile, considerando la notorietà dell’opera e il suo legame con la cultura francese. Ai sensi dell’articolo L. 111-1, 5° del Code du Patrimoine, infatti, i beni di grande interesse per il patrimonio nazionale sotto il profilo storico o artistico non possono essere esportati fuori dalla Francia in via definitiva.
In caso di diniego formale
Per di più, in caso di diniego formale del certificato, Le Désespéré acquisirebbe lo status di trésor national.
Ciò comporterebbe altresì il blocco dell’esportazione per un periodo di 30 mesi, durante il quale lo Stato francese potrebbe proporre l’acquisto ai sensi dell’art. L. 121-1 del Code du Patrimoine ovvero favorirne l’acquisizione tramite il meccanismo della sponsorizzazione aziendale. Il sistema offre infatti incentivi fiscali rilevanti per le imprese e l’acquisto di un tesoro nazionale per la sua successiva donazione allo Stato può essere recuperato sotto forma di agevolazioni.
Il quadro normativo sopra brevemente delineato consente dunque di comprendere le ragioni che hanno probabilmente portato il Qatar Museum a adottare un differente approccio, in grado di rispettare la legge francese evitando al contempo che il dipinto potesse restare vincolato o acquistato in via coattiva. Sembra infatti che l’ente culturale qatariota si sia saggiamente limitato a richiedere uno o più permessi temporanei di esportazione (autorisation de sortie temporaire – AST), i quali consentono la possibilità di far uscire i beni culturali dal territorio nazionale per un determinato scopo e periodo, al termine del quale sorge però l’obbligo di farli rientrare. Tale soluzione avrebbe quindi eluso la necessità di richiedere il certificato per l’esportazione e, conseguentemente, la possibilità che il bene fosse dichiarato tresor national.
Quale soluzione?
La situazione attuale resta, per molti versi, anomala. Un museo straniero è proprietario di un’opera che si trova in Francia, Paese che non ha rilasciato un certificato di esportazione e che, pertanto, non ha mai formalmente autorizzato l’uscita definitiva del bene dal proprio territorio.
Tra le soluzioni prospettate, si è discusso della possibilità di considerare il dipinto come non “definitivamente esportato”, nonostante la proprietà qatariota sia formalmente accertata e l’opera sia destinata a essere esposta nel futuro Art Mill Museum di Doha. In questa prospettiva, l’opera potrebbe continuare a circolare sul suolo francese, conservando almeno in parte il legame con il patrimonio nazionale. Tale soluzione si inserisce nel quadro dell’accordo di prestito rotazionale siglato tra Qatar Museums e il Musée d’Orsay, che prevede l’alternanza dell’esposizione del dipinto tra Parigi e Doha a partire dall’ottobre 2025. Sebbene i dettagli finanziari e organizzativi non siano noti, l’accordo appare come un compromesso pragmatico tra esigenze di tutela, valorizzazione internazionale e logiche di mercato, in linea con pratiche già adottate a livello internazionale per opere di eccezionale valore.
Il caso di Le Désespéré mette così in luce la crescente capacità degli Stati del Golfo di influenzare il mercato globale dell’arte attraverso acquisizioni strategiche e soft power culturale, costringendo le istituzioni nazionali europee — spesso divise e frammentate — a confrontarsi con nuove forme di competizione culturale e finanziaria.
La necessità di criteri univoci
Ci si chiede se l’adozione di criteri univoci a livello europeo e una maggiore integrazione fra i vari ordinamenti non possano offrire maggiore chiarezza agli operatori e strumenti utili alle amministrazioni pubbliche europee per definire una strategia comune e condivisa. Ciò non nell’ottica della creazione di una “fortezza Europa” ispirata a un anacronistico protezionismo culturale in cui le opere debbano rimanere ancorate al nostro territorio, bensì dello sviluppo e della valorizzazione dei propri campioni culturali, passati e futuri.

