Pmi, otto strade per avere liquidità, senza banca

Rita Annunziata
19.5.2020
Tempo di lettura: 3'
Dall'invoice trading all'inventory finance, dal crowdfunding al private equity: We Wealth ha messo sotto la lente le soluzioni per finanziare la ripartenza, alternative al credito bancario e disponibili per le pmi. Ecco quali

“L'invoice trading si rivolge alle pmi che vogliono cedere le proprie fatture commerciali per ottenere liquidità anticipata, un meccanismo incredibilmente semplice adatto anche a importi limitati”, spiega Antonella Moretto del Polimi

L'inventory finance è utile alle imprese che hanno un costo del magazzino elevato, come quelle produttrici di beni che hanno un periodo di stagionatura molto lungo

Per le pmi che ricercano strumenti meno costosi e adatti al medio-lungo termine concorrono i minibond. Attenzione però alla complessa procedura burocratica

“Viene calcolato il valore di mercato del bene al termine del periodo di finanziamento e, su quel valore, viene riconosciuta una liquidità anticipata – spiega Moretto –. Quando i prodotti vengono venduti, viene restituito il capitale prestato meno gli interessi riconosciuti alla banca”.  Una sorta, dunque, di liquidità congelata che potrebbe essere sbloccata su costi già sostenuti. “Il magazzino è un valore per le aziende – continua –. Tuttavia, si tratta di un'operazione che deve essere ben valutata perché bisogna essere sicuri non solo del valore di mercato atteso per quei beni, ma anche della markettabilità, vale a dire se ci sarà un acquirente per quei prodotti”.

Reverse factoring


In un contesto in cui l'emergenza epidemiologica e le conseguenti misure di contenimento del contagio hanno portato alla luce le vulnerabilità delle catene di fornitura, le grandi imprese possono supportare i propri fornitori strategici, anche di piccole dimensioni, con il reverse factoring. Si tratta di uno strumento che permette a un cliente di elevato merito creditizio di stringere una partnership con una piattaforma (una fra tutte PrimeRevenue) e un'istituzione finanziaria per favorire la cessione delle fatture dei propri fornitori, effettuando un pagamento anticipato. In questo modo, il tasso d'interesse per il fornitore è “molto più conveniente perché tarato sul livello di rischiosità del buyer”, spiega Moretto. Sulla stessa linea d'onda anche il confirming, che gode di una maggiore flessibilità perché può essere utilizzato anche con un unico fornitore – differentemente dal reverse factoring che si applica a tutta la filiera – e le carte di credito digitali, adatte a fatture con un valore più limitato.

Dynamic discounting


Per coprire la coda lunga della base di fornitura, vale a dire attori con cui sono in corso rapporti sporadici e fatture di piccole dimensioni, c'è il dynamic discounting. Si tratta di una soluzione tecnologica che permette di caricare la fattura su una piattaforma (come C2fo, Taulia, FinDynamic e PlusAdvance) sulla quale, in caso di emergenza di liquidità, il fornitore può richiedere uno sconto al buyer indicando con quale anticipo vorrebbe essere pagato. Di contro, il buyer che dispone di liquidità in eccesso indica la quantità che è disposto a mettere sul piatto e il ritorno desiderato. “È uno strumento di business altamente flessibile – precisa Moretto –. Talvolta i tassi d'interesse potrebbero essere elevati, ma dipende dall'accordo raggiunto tra le parti per ciascuna transazione”.

Purchase order finance


Le imprese che lavorano per ordinazione, invece, possono utilizzare il contratto siglato con un cliente con elevato merito creditizio come garanzia per ottenere un finanziamento. “Il purchase order finance funziona quando si parla di un ordine con un valore elevato, che magari richiede degli investimenti anticipati da parte dell'azienda, e permette alle industrie di avere liquidità anticipata finanziando grandi ordini in via preventiva”, spiega Moretto. Un'operazione, tuttavia, ritenuta rischiosa dagli operatori finanziari e la cui implementazione risulta ad oggi limitata.

Minibond


Se le soluzioni finora presentate sono ideali a ottenere liquidità nel breve-medio termine, per le piccole e medie imprese che ricercano strumenti meno costosi e adatti al medio-lungo termine una strada percorribile è quella dei minibond. Si tratta di titoli obbligazionari e cambiali finanziarie emessi da società italiane non finanziarie, quotate o non quotate in Borsa. “Si presenta un progetto, una necessità, la ragione per cui si cercano fonti di finanziamento e si posiziona sul mercato la possibilità di spezzettare quest'idea – precisa Moretto –. Rispetto alle soluzioni di breve termine, essendo accordi regolamentati, hanno una procedura burocratica di base più complessa. Tuttavia, permettono anche alle imprese più piccole di accedere agli strumenti tradizionali, rivolgendosi a un più ampio raggio di investitori”.

Crowdfunding


Attraverso le piattaforme di crowdfunding sia le persone fisiche che gli investitori istituzionali e professionali possono rispondere a un appello di raccolta di risorse per un progetto imprenditoriale, concedendo un prestito (nel caso del lending crowdfunding) o sottoscrivendo quote del capitale di rischio della società (nel caso dell'equity crowdfunding). “Sono soluzioni innovative che permettono anche ai soggetti di piccole dimensioni di ottenere liquidità facilitata, nonostante un tema di rischio e di costo effettivo da tenere in considerazione”, precisa Moretto. Il rischio, in particolare, potrebbe essere legato a diversi fattori come l'asimmetria informativa, la possibilità di comportamenti opportunistici del soggetto finanziato, l'illiquidità dell'investimento e il limitato controllo da parte degli enti di vigilanza.

Private equity


Tra le principali fonti di finanziamento alternative al credito bancario vi è infine il private equity, una tecnica d'investimento che permette di finanziare una società ad alto potenziale di crescita, utilizzata principalmente da investitori istituzionali intenzionati a ottenere un guadagno in conto capitale dalla vendita della partecipazione azionaria o dalla quotazione in Borsa. Il venture capital, invece, si rivolge alle imprese nella fase di avvio del proprio ciclo di vita. “Generalmente gli interventi di private equity e venture capital hanno una durata medio-lunga, circa cinque anni, un periodo che permette agli investitori di valorizzare la target partecipata e di favorirne la crescita e lo sviluppo attraverso l'erogazione di risorse finanziarie e la trasmissione di competenze professionali strategiche”, spiega Alessia Muzio, responsabile dell'ufficio studi di Aifi (Associazione italiana del private equity e venture capital).
A questi, si affiancano poi i fondi di private debt, che si “rivolgono a società in cerca di finanziamenti, offrendo loro strumenti di debito flessibili e adattabili in relazione alle esigenze di ciascuna di esse”, continua Muzio. In questo modo, le imprese possono non solo stabilire progetti a medio-lungo termine, ma anche “accrescere il potere contrattuale nei confronti dei soggetti che gravitano attorno alla società stessa”.

Tutti i fondi di private capital, oltre all'apporto di capitale, permettono alle imprese di crescere in termini di competenza ed esperienza, supportando processi di internazionalizzazione e innovazione e migliorando la gestione del capitale umano. “D'altro lato – precisa Muzio – dal punto di vista dell'imprenditore gli operatori di private capital sono molto esigenti e, soprattutto nel caso del private equity, dove condividono il rischio di impresa, richiedono elevata trasparenza e ben definite regole di governance”.

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