Esg, il greenwashing è il primo timore per gli investitori

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Alberto Battaglia
26.7.2021
Tempo di lettura: 5'
Per i professionisti la trasparenza e il “finto green” sono le maggiori sfide legate agli investimenti sostenibili

Secondo un sondaggio di Schroders, il 59% degli investitori istituzionali colloca il greenwashing in cima alle preoccupazioni quando si parla di fondi green

Nel frattempo l'Unione europea ha delineato, con una nuova regolamentazione, requisiti più stringenti per i fondi che si presentano con l'etichetta Esg: il grosso dei cambiamenti scatterà a partire dal 2022

Quando si parla di Esg, in cima alle preoccupazioni degli investitori istituzionali c'è sempre la stessa, brutta parola: greenwashing. Una sciacquata di verde, che è più un abile costrutto della comunicazione piuttosto che un reale impegno verso la riduzione dell'impatto ambientale e sociale. Secondo l'ultimo Schroders Institutional Investor Study, che ha raggiunto 750 professionisti del settore in 26 Paesi, la più grande “sfida per gli investimenti sostenibili” è proprio il greenwashing, citato dal 59% degli intervistati, in sostanziale continuità con il dato dell'anno scorso. Ad essere aumentata di molto, però, è la sensazione che le imprese siano carenti in termini di trasparenza e nella registrazione dati: se ne preoccupa oggi il 53% degli investitori istituzionali, con un balzo di 13 punti rispetto a due anni fa, quando circolavano, invece, molte più perplessità in merito alle performance.

Al livello globale, il problema del greenwashing è qualcosa di molto concreto e discende, in parte, dallo stesso successo dei fondi sostenibili fra le scelte degli investitori. Nella sola Europa, i fondi con un mandato Esg, ha ricordato lo European Systemic Risk Board (Esrb), hanno sperimentato una crescita del 170% degli asset dal 2015 a oggi. In media, le emissioni di CO2 collegate al portafoglio di questi fondi sono inferiori del 30%, con una carbon intensity che, invece, si riduce del 10% rispetto alle controparti non-Esg. Al di là del giudizio su quanto siano soddisfacenti questi risultati, va ricordato un altro dato di carattere oggettivo. Solo il 2,7% delle partecipazioni dei fondi tematici Esg sono allineati alla tassonomia europea sugli investimenti sostenibili entrata in vigore nel luglio 2020, percentuale che scende al 2% per gli impact funds Esg e all'1,2% per i fondi non-Esg.
“Mentre questi strumenti e veicoli sono importanti nell'aiutare a incanalare il capitale verso progetti sostenibili”, scriveva l'Esrb nel suo rapporto sui rischi finanziari sul clima, “ci sono prove contrastanti riguardo al loro impatto effettivo, mentre prevalgono le preoccupazioni di greenwashing”.

“Per quanto riguarda i fondi Esg, l'assenza di una definizione comune fino ad oggi ha ostacolato l'analisi del loro impatto a lungo termine sulle questioni legate alla sostenibilità”, proseguiva l'Esrb, invocando “una maggiore trasparenza sulla strategia e sull'impatto di tali fondi”.

Una rappresentazione emblematica del problema l'aveva fornita lo scorso maggio un'analisi dell'Economist, condotta sui 20 fondi Esg più grandi al mondo. In media, ciascuno di questi prodotti aveva in portafoglio ben 17 produttori di combustibili fossili. Due fra i “big mondiali” dell'Esg avevano in mano il titolo della compagnia petrolifera saudita, Saudi Aramco e ben sei avevano investito nella ExxonMobil. Altri interrogativi etici, poi, erano sorti per i fondi che non aveva escluso dalla propria strategia le società attive nel settore del tabacco, dell'alcol o del gioco d'azzardo.
Per arginare le illusioni ottiche del greenwashing, l'Unione europea ha adottato, lo scorso 10 marzo, la Sustainable Finance Disclosure Regulation (Sfdr). Per la prima volta sono stati introdotti obblighi di divulgazione armonizzati per i fondi che si commercializzano con l'etichetta Esg.

Tutti gli asset manager sono chiamati ad incasellare ciascuno degli strumenti da loro proposti in una delle tre categorie previste: verde scuro, verde chiaro e non-sostenibile, sulla base di alcuni criteri. A partire dal gennaio 2022 saranno richieste comunicazioni periodiche ancora più approfondite e i gestori dovranno fornire chiare informazioni, ad esempio, sulle “emissioni dei propri portafogli”, sugli eventuali investimenti nelle società attive nella produzione di combustibili fossili o ad altre attività controverse.

Tutto questo dovrebbe permettere agli investitori un confronto finalmente omogeneo sulle caratteristiche Esg dei diversi prodotti finanziari e quindi eliminare standard di divulgazione divergenti. Con la speranza che la finanza green solo nel marketing possa essere smascherata con molta più facilità.
Responsabile per l'area macroeonomica e assicurativa. Giornalista professionista, è laureato in Linguaggi dei media e diplomato in Giornalismo all'Università Cattolica

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