Articolo scritto in collaborazione con la dottoressa Arianna Ilari
A partire dalle grandi esplorazioni per arrivare al processo di decolonizzazione, l’Europa ha sistematicamente “raccolto” opere e manufatti identitari delle culture dei Paesi dominati, per destinarli ai propri musei o alle dimore dell’élite continentale. Possedere oggetti provenienti da Africa, Asia o Americhe non è stato solo un modo per documentare viaggi esotici, ma una vera e propria moda, un simbolo di prestigio, il tutto agevolato dall’espansione del dominio coloniale.
E proprio dietro al fascino della cosiddetta art nègre, si possono celare acquisizioni frutto di saccheggi, confische e violente spedizioni punitive. Un caso emblematico è quello dei Bronzi del Benin, di cui ho già parlato sulle pagine di We Wealth in passato: manufatti requisiti come bottino di guerra nel 1897 dal governo britannico a seguito di uno scontro armato con il Regno del Benin e solo parzialmente (siamo a 26) e di recente restituiti al paese africano.
La Francia verso una decolonizzazione del patrimonio culturale
Anche la Francia è stata segnata da questo passato imperialista. Negli ultimi anni, per riparare alle ingiustizie perpetrate e rispondere alle crescenti rivendicazioni delle ex colonie, il Paese ha però avviato un deciso processo di decolonizzazione del proprio patrimonio artistico. L’obiettivo è la dismissione e la restituzione di quei beni sottratti illegittimamente ai loro territori d’origine durante il dominio coloniale.
Il passaggio più recente e significativo in questa direzione è avvenuto lo scorso 28 gennaio, con l’approvazione da parte del Senato francese di un progetto di legge volto a snellire le procedure di restituzione dei beni custoditi nelle collezioni pubbliche.
Questa norma mira a superare l’ostacolo giuridico della inalienabilità del patrimonio pubblico. Attualmente e come accade in Italia, infatti, il trasferimento della proprietà di un bene culturale può avvenire solo attraverso leggi specifiche, forme di prestito o deposito, ritagliate sul caso di specie. Insomma, un iter burocratico che richiede l’intervento diretto del Parlamento e rallenta inevitabilmente ogni operazione.
In questa prospettiva, la nuova riforma – ora al vaglio dell’Assemblea Nazionale -introdurrebbe invece una deroga in grado di consentire restituzioni più rapide.
I nuovi limiti alla restituzione
Va detto che, nonostante l’approccio propositivo, il progetto di legge prescrive un iter rigoroso ai Paesi richiedenti: ogni istanza di restituzione deve essere vagliata da un comitato scientifico bilaterale, composto da esperti sia francesi che dello Stato interessato, oltre che da una commissione nazionale presso il Ministero della Cultura.
Inoltre, affinché una richiesta venga presa in considerazione, occorre dimostrare che i beni siano stati oggetto di furto, saccheggio o vendita forzata in un arco temporale preciso – compreso tra il 1815 e il 1972 – nonché sottoposti ad un accertamento sulla provenienza geografica dallo Stato richiedente e che non vi siano precedenti accordi internazionali in materia tra i Paesi coinvolti nell’iter di restituzione.
Criteri non soddisfatti
Tutti i casi che non soddisfano questi criteri o che non trovano risoluzione tramite questa procedura semplificata torneranno sotto la competenza del legislatore. In queste circostanze, resterà necessaria l’emanazione di leggi o soluzioni ad hoc, lasciando al Parlamento la decisione finale sulla restituzione di quei beni che, pur non rientrando nei parametri tecnici, rivestono un alto valore simbolico, culturale e identitario.
Nonostante alcune perplessità, il provvedimento riveste una grande importanza, completando il trittico legislativo avviato nel 2023. Questa norma si affianca infatti a due precedenti leggi, sempre francesi, la prima dedicata ai beni sottratti durante le persecuzioni antisemite e la seconda riguardante la restituzione dei resti umani appartenenti a Stati stranieri. Con questo ultimo tassello, la Francia prova a definire un nuovo quadro normativo organico, nella volontà di riparare (almeno in parte) al suo passato coloniale.
Una nuova cooperazione culturale
La detenzione dei beni culturali africani non è, però, una realtà solo francese. Basti pensare che, come riportato nel rapporto The Restitution of African Cultural Heritage. Toward a New Relational Ethics firmato da Felwine Sarr e Bénédicte Savoy nel 2018, il British Museum detiene circa 69mila beni provenienti dall’Africa Sub-sahariana, il Weltmuseum of Vienna circa 37mila e il Musée Royal de l’Afrique Centrale in Belgio ha ancora 180mila esemplari di arte africana.
In un tale contesto, l’intervento della Francia potrebbe fungere da effetto domino. Se dovesse funzionare, altre nazioni con un passato coloniale potrebbero prendere di riferimento il modello di cooperazione culturale francese e superare l’immobilismo legislativo.
La restituzione non è più vista come una perdita, ma come un dialogo paritario dove la cultura è un ponte per ricucire legami.

