Nell’ultimo rapporto di Art Basel e Ubs, il censimento più atteso del collezionismo mondiale, l’Italia non c’è. La Survey of Global Collecting 2026 della dr.ssa Clare McAndrew di Arts Economics, ha interpellato 3.100 collezionisti con un patrimonio finanziario disponibile superiore al milione di dollari, immobili e partecipazioni aziendali esclusi, distribuiti in dieci Paesi: Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania, Cina continentale, Hong Kong, Singapore, Giappone, Australia e Brasile. Non c’è traccia del Belpaese: eppure, tra le pagine dedicate alla ricchezza globale, compare un numero che lo riguarda da vicino. Nel 2026 il patrimonio dei miliardari italiani è salito del 46% in dollari, l’incremento più marcato tra i mercati europei citati dal rapporto, davanti a Spagna (+33%), Regno Unito e Germania (+28% ciascuno).
Immagine apertura: Tracey Emin White Cube Art Basel Hong Kong 2026
È un dato da maneggiare con prudenza, perché la misura in dollari risente dell’andamento dei cambi e perché i miliardari restano una platea ristretta. Indica però che la materia prima del collezionismo di fascia alta, nel nostro Paese, non scarseggia. Resta da capire come queste risorse verranno spese. Per farlo, conviene guardare a chi – nel campione – già compra, conserva e soprattutto sceglie cosa mostrare.
La Survey of Global Collecting di Art Basel e Ubs 2026 certifica un mercato in ripresa
Lo sfondo è quello di un mercato in ripresa. Nel 2025 le vendite globali di arte e antiquariato sono stimate in 59,6 miliardi di dollari, in crescita del 4% dopo due anni di contrazione, e il primo semestre 2026 ha confermato la tendenza nella fascia alta del mercato. Christie’s ha chiuso i primi sei mesi con un giro d’affari di 4,5 miliardi, il migliore dal 2021, di cui 3,5 miliardi in asta (+71%). Sotheby’s ha messo a segno un semestre record con vendite consolidate per 4,4 miliardi (+58%), mentre Phillips ha totalizzato 507 milioni in asta, il 60% in più su base annua.

Keith Haring, Mennour ad Art Basel Miami Beach 2025, dettaglio
A sostenere la domanda c’è la persistente concentrazione della ricchezza. Secondo le stime Ubs riprese nel rapporto, all’inizio del 2026 i milionari in dollari erano 57,5 milioni, con un patrimonio complessivo di 250.600 miliardi. I miliardari censiti da Forbes sono saliti a 3.428 (+13%), per una ricchezza di 20.100 miliardi (+25%). Europa e Medio Oriente hanno registrato la crescita patrimoniale più robusta, +18% per entrambe le aree.
Il collezionismo della gen Z: insospettabilmente riservato
La vera notizia riguarda la generazione più giovane attiva nel collezionismo. Nel 2025 la spesa media in arte del campione è stata di 124.265 dollari (+13% sul 2024), ma i collezionisti della generazione Z, tra i 20 e i 29 anni, hanno toccato quota 347.460 dollari (+19%), oltre il doppio di qualsiasi altra fascia d’età. Nel primo semestre 2026 il 13% di loro ha superato il milione di spesa complessiva, contro il 3% del totale, e la gen Z rappresenta quasi la metà di chi ha comprato almeno un’opera sopra il milione. Il distacco diventa abissale nei gioielli e nelle pietre preziose: 151.310 dollari di media, più del quintuplo della generazione X (29.500). Il grosso del campione, va detto, resta su cifre ben più contenute: il 77% ha speso meno di 50mila dollari nei primi sei mesi.

Sanam Khatibi, Mendes Wood DM ad Art Basel Miami Beach 2024, dettaglio
Una spesa consistente però, per queste coorti, non si traduce in esibizionismo. Anzi. Il 39% dei giovani collezionisti ha limitato la visione delle opere alla famiglia o agli amici stretti, quasi il doppio di ogni altra generazione, e la riservatezza si estende al digitale, dove la gen Z preferisce i gruppi su invito ai feed pubblici. Quando presta un’opera a un museo, il 59% chiede l’anonimato: appena il 6% vuole comparire con nome e cognome. «I collezionisti della generazione Z sono risultati tra i più riservati nel condividere informazioni sulle proprie collezioni», osserva Christl Novakovic, responsabile di Ubs Global Wealth Management per l’area Emea. Una tendenza che attraversa del resto l’intero campione: solo il 10% desidera un ampio riconoscimento come collezionista, mentre il 64% preferisce che la proprietà resti un fatto domestico.
Il ruolo delle famiglie nel collezionismo
Come si diventa collezionisti? L’Art Basel e Ubs survey conferma che ciò accade più spesso tra le mura domestiche che davanti a uno schermo. La famiglia è la porta d’ingresso per il 28% degli intervistati, quota che sale a quasi il 40% nella gen Z. Segue la frequentazione di musei, gallerie e fiere (22%). Il canale online invece pesa appena il 10% tra i più giovani, meno che nella generazione X (16%).
Il lusso è l’anticamera dell’arte? Non esattamente
L’altra sorpresa è che il lusso da collezione non si conferma anticamera dell’arte: borse e sneaker figurano tra i primi acquisti di meno del 2% dei ventenni. Il 72% del campione ha ereditato opere e i più giovani sono anche i più fedeli al lascito: quasi nove eredi su dieci della Gen Z le conservano, contro il 64% della Generazione X.
Per la propria collezione, si punta sugli artisti affermati e sulla pittura
Sul fronte delle scelte, prevale la prudenza. La quota di chi ha acquistato un artista scoperto per la prima volta è scesa dal 66% al 45%, il livello più basso degli ultimi cinque anni, e gli artisti affermati rappresentano ormai il 46% delle opere in collezione, contro il 25% del 2024. La pittura torna padrona: la compra il 76% di chi acquista arte (era il 67%) e assorbe il 31% della spesa, mentre l’arte digitale scende al 9%.

Gerhard Richter, David Zwirner ad Art Basel 2026, dettaglio
Il peso relativo dell’arte in portafoglio cala, a causa della crescita più rapida degli attivi finanziari
Cala anche il peso dell’arte nei patrimoni, dal 20% al 15% in media, forse anche perché gli attivi finanziari sono cresciuti più in fretta delle collezioni. Tra chi supera i 50 milioni di patrimonio la quota resta però al 23%.
Diminuisce il numero di chi acquista in asta, dice l’ultimo aggiornamento dell’Art Basel e Ubs Survey 2026
Le gallerie restano il baricentro del sistema: l’87% ha comprato da un mercante, direttamente o in fiera, e i galleristi intercettano il 42% della spesa complessiva. Ma due terzi di chi li preferisce vuole concludere a distanza, via sito, telefono, email o Instagram, e il 53% di chi compra direttamente dai galleristi lo ha fatto tramite il social senza vedere l’opera dal vivo. Corre l’acquisto diretto dall’artista, scelto dal 69% dei collezionisti, più del doppio rispetto al 2024, e diventato il secondo canale per valore (19%). Le aste, al contrario, scendono al 10% della spesa e sono il canale preferito di un collezionista su dieci, al terzo anno consecutivo di calo. Intanto l’intelligenza artificiale entra nel processo: la consulta il 22% degli intervistati, contro il 4% del 2024.
Quando la tela diventa garanzia
Le collezioni servono (anche) a generare liquidità. Circa il 20% degli intervistati ha già ottenuto un prestito dando in garanzia le proprie opere, quota che negli Stati Uniti sale al 45%; oltre tre quarti di loro hanno superato il milione di dollari, il 15% addirittura i 25 milioni.
A cosa servono i soldi ricavati dalle opere d’arte?
Il denaro serve soprattutto a comprare altra arte (53%), a coprire tasse, assicurazioni e depositi (50%) e a finanziare attività imprenditoriali o investimenti (49%). Nei prossimi dodici mesi il 19% conta di ricorrere a questa leva. Sul versante filantropico, il 23% prevede donazioni a musei o enti benefici e il 26% pensa di creare una fondazione o un museo privato.
Guardando al 2027: le prospettive dei collezionisti sentiti per l’Art Basel e Ubs Survey
Le intenzioni per il prossimo anno restano costruttive: il 39% pensa di comprare, il 23% di vendere, e gli acquirenti superano i venditori in tutti i mercati. Il caso più netto è la Cina continentale, dove la propensione all’acquisto balza al 53% e quella alla vendita si dimezza al 15%. Il 57% si aspetta un mercato in crescita entro fine anno, il 60% su un orizzonte di dieci anni, con i più giovani sempre in testa per ottimismo. Non mancano le preoccupazioni: al primo posto c’è la trasparenza, tra prezzi opachi, commissioni non dichiarate e conflitti di interesse, seguita dalla sicurezza dei dati personali online, timore numero uno per la gen Z. Segno che, come scrive il ceo di Art Basel Noah Horowitz, al cuore del mercato restano «il momento della scoperta e le conversazioni che ne seguono».

