Quello di Unipol è patrimonio artistico, non collezione di impresa. Lo afferma con entusiasmo Giulia Zamagni responsabile di CUBO (Centro Unipol Bologna), il museo d’impresa e centro culturale di Unipol, a latere del progetto milanese “Abitare il nero. Da Alberto Burri ai Fashion Designer della Scuola giapponese”, che dal 16 aprile al 5 maggio 2026 ingentilisce la Unipol Tower di Milano in via Castiglioni 2 (si può entrare anche da piazza Gae Aulenti). «Le opere d’arte di Unipol non sono collezione di impresa ma patrimonio artistico», ci dice. Già nella scelta semantica – come sempre – risiede una scelta politica (nella accezione più alta del termine).

Ci imbattiamo in uno dei pezzi più preziosi di tutto il patrimonio artistico Unipol a metà aprile, prima che inizi la Design Week 2026. Il pezzo è Nero con punti, di Alberto Burri. Un’opera importante, che giace e pulsa in mezzo a cinque creazioni giapponesi di fashion designer, che hanno fatto la storia della moda: Issey Miyake, Yohji Yamamoto e Junya Watanabe. Tutte rigorosamente nere. Ma, al di là del nero, qual è il legame fra Alberto Burri (1915-1995) e questi stilisti radicali provenienti dal Sol Levante?
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Com’è nato il legame fra il Nero con punti di Alberto Burri e il Giappone
Tutto ha inizio nel 2019, quando la tela, ritrovata in condizioni logore, viene inviata a Firenze alle cure della restauratrice Muriel Vervat. Qui, nel capoluogo fiorentino, avviene un piccolo miracolo: le alghe giapponesi Funori, in Oriente utilizzate per il restauro di materiali porosi come carte e tessuti, restituiscono nuova vita a Nero con punti, che torna quindi a Bologna, negli spazi espositivi di CUBO. È in quel momento che è nata l’associazione cromatica e poetica fra le due categorie artistiche. Come scrive la storica dell’arte Ilaria Bignotti: “la grande tela di iuta sulla quale, nel 1958, Alberto Burri ha drammaticamente steso pittura monocroma, scura come l’ebano e ineluttabile come la notte, spalancandone al centro la ferita, per poi rammendarla e così rammentarci eternamente dello squarcio del mondo” rappresenta un lavoro di capitale importanza, in un momento colmo di conflitti e mutamenti geopolitici come quello contemporaneo.

Negli anni Ottanta gli abiti neri dei creativi giapponesi assurgono a protagonisti della scena con le loro linee e strutture volutamente imperfette: quelle lacerazioni esibite rompevano il canone dell’alta moda, introducendo sul palcoscenico una nuova estetica, quella della “materia ferita”. La stessa che è nella poetica di Alberto Burri, nei suoi cretti e nelle sue combustioni. E che è protagonista nel progetto espositivo a cura di Silvia Casagrande.
Il patrimonio artistico Unipol
Opere come quella di Burri – originariamente in pancia a Fondiaria Sai – provengono dai vari processi di aggregazione e acquisizioni societarie che si sono verificate nel corso del tempo, successivamente alla fondazione di Unipol, nel 1963. Prosegue Giulia Zamagni: «Il patrimonio artistico di Unipol ammonta oggi a circa un migliaio di opere, di cui le più importanti sono circa 200. Fra queste annoveriamo anche Boccioni, Savinio, Fontana, Levi, Guttuso. L’attività più complessa al riguardo è ricostruire la provenienza di ogni singola opera, della quale ci prendiamo cura fisicamente e filologicamente nel modo più completo e avanguardistico possibile. Le nostre opere non esposte giacciono in caveaux dotati degli ottimali requisiti microclimatici».
Fra Milano e Bologna ci sono una quarantina di persone che lavorano al patrimonio artistico Unipol. «CUBO Bologna ha aperto nel 2013, CUBO Milano nella primavera 2025, giusto un anno fa. La torre Unipol di Bologna, al 27esimo offre un vero e proprio museo rooftop, “sul tetto”. Amiamo però che le nostre opere circolino: le prestiamo volentieri ai musei più prestigiosi». Prestiti che ne aumentano il valore… «Si. Infatti facciamo periodicamente valutare le nostre opere; non perché ci interessi venderle, ma proprio per avere il polso della loro consistenza».
Da quando esiste CUBO inoltre, Unipol per tradizione acquisisce un’opera di artista ultra contemporaneo all’anno, anche emergente, sperando di fare un buon investimento. Qualche nome? «Francesca Pasquali, Luca Bellandi, Quayola».
Un lavoro certosino e identitario
Il team del CUBO ha svolto e svolge un lavoro certosino e identitario, che ha portato alla ricostruzione dell’archivio storico in parallelo a quella del patrimonio artistico. «Con lo stesso principio stiamo radunando, catalogando e conservando anche tutta la documentazione storico-aziendale, in piena aderenza alla volontà del presidente Carlo Cimbri e di chi lo ha preceduto. Abbiamo, per dire, polizze antichissime, risalenti al 1826 (provenienti da Milano Assicurazione, la società più antica che Unipol ha acquisito); poi i verbali storici dei consigli di amministrazione delle assicurazioni, soprattutto di quelle che abbiamo fuso».
La digitalizzazione: Pergamo e Paguro
Un eccellente punto di forza, nella preservazione della memoria storica e culturale di Unipol, è quello della digitalizzazione. Zamagni: «Abbiamo creato due software proprietari per la digitalizzazione, Pergamo e Paguro. Pergamo ha 14.000 documenti digitalizzati. Digitalizziamo documenti, formati originali anche del XIX secolo in un laboratorio interno apposito. Uno dei nostri scanner – adatto per i documenti fuori formato – lo hanno uguale in Vaticano. Il frutto di questo lavoro viene reso disponibile al pubblico, poco per volta, in modalità touch screen nella nostra mediateca».
Far restare ciò che “non rimane”
L’approccio innovativo alla gestione del patrimonio artistico di Unipol è esemplare nella digitalizzazione delle opere site-specific, effimere per definizione. Un aspetto non banale di questa pratica è quello legato alla catalogazione: diventano o no cespiti? «A noi interessa solo conservare la memoria di questo tipo di opere. La memoria documentale, ma anche artistica. Ecco perché parliamo non di collezione ma di patrimonio, che valorizziamo costantemente».

