Acceleratori italiani: ecco quelli che mettono il turbo alle startup

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Secondo l’ultimo rapporto del Social innovation monitor, in Italia si contano 229 acceleratori e incubatori. Tra i più grandi per fatturato ci sono H-Farm, Digital Magics e Lazio Innova

Indice

Nel 2021 il numero di incubatori in Italia è passato da 212 a 229 (+7% anno su anno). Circa il 57% ha sede nel settentrione

La media dei fatturati risulta pari a 1,52 milioni di euro, leggermente in calo rispetto agli 1,76 milioni dello scorso anno

In Italia, secondo gli ultimi dati raccolti dal Social innovation monitor (team di ricercatori coordinato dal professor Paolo Landoni del Politecnico di Torino), si contano ben 229 acceleratori e incubatori. Un campione in crescita di 7 punti percentuali rispetto al 2020. E che ha sede principalmente nel settentrione. Ma di che organizzazioni stiamo parlando? Qual è la loro natura giuridica e quali le principali a livello nazionale?
Tra le più grandi per fatturato, rivela a We Wealth Landoni, ci sono H-Farm, Digital Magics e Lazio Innova. H-Farm, in particolare, è una piattaforma digitale che aiuta i giovani a lanciare iniziative innovative, supportando la trasformazione delle loro aziende in un’ottica digitale. Digital Magics, invece, è un incubatore di progetti digitali che offre servizi di consulenza e accelerazione a startup e imprese, affiancandole dall’ideazione fino all’Ipo con progetti strategici e servizi per la trasformazione digitale e l’Open innovation. Mentre Lazio Innova è una società in house della Regione Lazio, partecipata dalla Camera di Commercio di Roma con una quota di minoranza (oltre a essere un incubatore certificato).

La mappa degli incubatori

Complessivamente, come anticipato in apertura, nel 2021 il numero di incubatori in Italia è passato da 212 a 229 (+7% anno su anno). Circa il 57% ha sede nel settentrione, in particolare il 35% nel nord-ovest e il 22% nel nord-est. Al primo posto la Lombardia, che ospita il 25% delle organizzazioni, seguita dall’Emilia-Romagna (13%) e dal Lazio (8%). La popolazione complessiva conta inoltre 29 incubatori universitari e 17 incubatori corporate. I business incubator (con lo 0% di organizzazioni incubate a significativo impatto sociale o ambientale) sono 39, i mixed incubator (che vantano da una al 50% di organizzazioni incubate a significativo impatto sociale o ambientale rispetto al totale) sono 28, mentre i social incubator (con più del 50% di organizzazioni incubate a significativo impatto sociale o ambientale) sono 11.

Un mercato da 348 milioni

Tornando ai ricavi, la media dei fatturati risulta pari a 1,52 milioni di euro, leggermente in calo rispetto agli 1,76 milioni dello scorso anno (anche se la mediana è rimasta invariata a 0,36 milioni). Si parla di un mercato che, nel 2020, ha raggiunto i 348 milioni di euro a fronte dei 373 milioni del 2019. Una contrazione legata a “una diminuzione del fatturato medio della popolazione identificata, nonostante un aumento degli incubatori individuati”, si legge nel rapporto.

I servizi offerti

Si tratta, in ogni caso, di un fenomeno piuttosto recente. Il 72% degli incubatori, infatti, è stato costituito negli ultimi 10 anni e le new entry del 2020 ammontano appena a sette. Organizzazioni, tra l’altro, tendenzialmente di piccole dimensioni in termini di dipendenti (circa l’80% ne ha otto o meno). Quanto infine ai servizi offerti, la maggior parte ritiene “molto rilevante” mettere sul piatto un accompagnamento manageriale, un supporto allo sviluppo delle relazioni e un supporto alla ricerca di finanziamenti. Viene invece definito “abbastanza rilevante” offrire spazi fisici, una formazione imprenditoriale e manageriale, servizi amministrativi, legali e giuridici, e un supporto nella gestione della proprietà intellettuale o nello sviluppo e scouting di tecnologie.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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