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Private equity, molti capitali ma pochi manager

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Rita Annunziata
Rita Annunziata

03 Aprile 2020
Tempo di lettura: 3 min
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  • Il mismatch tra domanda e offerta di manager genera un aumento di circa il 20% delle retribuzioni di questa tipologia di profili

  • “Le Pmi a conduzione familiare per definizione non sono grandi scuole di manager perché sono caratterizzate da un imprenditore, tipicamente accentratore, che rappresenta l’alfa e l’omega del modello organizzativo”, spiega Villa

L’ingresso di un fondo di private equity in una media impresa rende spesso necessario l’inserimento di uno o più manager in posizioni di rilievo. Ma qual è lo stato attuale di tale tipologia di profili professionali? Ne parliamo con Vittorio Villa, managing partner di Villa & Partners Executive Search

In un contesto storico in cui le banche centrali stanno inondando i mercati di liquidità sull’onda dell’emergenza epidemiologica, i fondi di private equity potrebbero contare su ingenti capitali da investire. Eppure, l’ingresso in una media impresa rende spesso necessario l’inserimento di uno o più manager in posizioni di rilievo, dall’amministratore delegato al direttore commerciale, dal direttore finanziario al direttore risorse umane.

Una tipologia di profilo professionale che continua a scarseggiare, causando non solo una crescita delle retribuzioni del 20% ma anche l’incremento del rischio che alcune operazioni fatichino a concretizzarsi per mancanza di risorse umane qualificate. Vittorio Villa, managing partner di Villa & Partners Executive Search, ci aiuta a comprendere quali sono le motivazioni per cui tali figure sono sempre più esigue, con un occhio verso l’evoluzione del private equity nel 2020.

Qual è lo stato attuale del mercato dei manager in Italia?

“In Italia molte aziende rappresentano asset appetibili per gli investimenti in capitali di rischio, ma sono in gran parte aziende a conduzione familiare. I manager hanno bisogno di formazione, esperienza e tempo per diventare capaci di gestire questa tipologia di situazioni, ma si sono rivelati insufficienti in termini quantitativi.

Private equity, molti capitali ma pochi manager
Vittorio Villa, managing partner di Villa & Partners Executive Search

Per gestire la transizione da un modello di business familiare a uno un po’ più moderno, bisognerebbe scommettere sul loro potenziale. Ma le Pmi a conduzione familiare per definizione non sono grandi scuole di manager perché sono caratterizzate da un imprenditore, tipicamente accentratore, che rappresenta l’alfa e l’omega del modello organizzativo. Dall’altro lato, le grandi corporation internazionali come Eni, General Electric e Vodafone, hanno modelli organizzativi diversi. Di conseguenza ci sono più soldi, più operazioni ma anche un conseguente maggiore bisogno di manager. Questo vale fino al mese di febbraio 2020. Oggi c’è un po’ più di gelo. Si aspetta di capire quando e come si assesteranno i vari business”.

Che ruolo svolgono i manager nelle operazioni di private equity?

“A livello pratico i manager subentrano al ruolo dell’imprenditore. Spesso c’è una dipendenza veramente simbiotica tra quest’ultimo e l’azienda. Per uscire da questo impasse, bisogna creare una struttura organizzativa, dove i processi diventano autonomi e autosufficienti in modo tale da garantire una certa continuità e stabilità aziendale e ridurre il rischio di un’ipotetica assenza dell’imprenditore”.

Cosa aspettarci dal 2020 sul fronte private equity?

“Molto dipende dai temi di assorbimento dello shock da parte dei diversi settori. Se continuerà a esserci liquidità, se la politica monetaria resterà invariata e se i tempi di uscita dalla crisi non supereranno i sei mesi, il tessuto imprenditoriale italiano resterà un’opportunità da sviluppare per i fondi di private equity. Ma è difficile fare oggi delle previsioni accurate”.

Rita Annunziata
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