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L’Italia alla prova dello smart working

L’Italia alla prova dello smart working

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Virginia Bizzarri
Virginia Bizzarri

12 Maggio 2020
Tempo di lettura: 7 min
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  • In italia un’azienda su quattro ha investito sul lavoro agile prima del lockdown

  • A puntare maggiormente sul lavoro a distanza sono state le aziende del Mezzogiorno, le public utilities e le aziende con più di 500 dipendenti

  • Claudio Gagliardi (Unioncamere): “con il lockdown, questo processo ha avuto un’accelerazione forzata e di dimensioni straordinarie”

Secondo i dati del sistema informativo Excelsior, un’impresa su quattro ha investito nello smart working prima del lockdown. Un processo che ha subito un’accelerazione “forzata” con le misure di contenimento per far fronte all’emergenza coronavirus

Solo un’impresa italiana su quattro è arrivata preparata alla prova del lavoro agile imposta dal lockdown. È questo uno dei dati emersi dal bollettino annuale del sistema informativo Excelsior di Unioncamere e Anpal.

Nello specifico, tra il 2015 e il 2019, il 24,6% delle imprese italiane ha investito nell’adozione di sistemi di smart working al fine di innovare il proprio modello organizzativo aziendale. Un trend in crescita rispetto al 2018 in cui il dato si attestava al 23,5%. Guardando alle differenze tra i settori, guidano la classifica le public utilities (luce, acqua, gas) in cui il 34,7% delle imprese ha dichiarato di aver investito in smart working, a seguire quello dei servizi (25,5%), l’industria (22,5%) e infine le costruzioni (19,9%). In particolare, nel mondo dei servizi, più della metà delle imprese di servizi informatici e delle telecomunicazioni (50,9%) ha investito nello smart working, un dato che si è attestato al 48,8% per imprese di servizi finanziari e assicurativi, e al 40,3% per i servizi avanzati di supporto alle imprese.

Guardando all’aspetto geografico, in Italia, a puntare maggiormente sul lavoro a distanza, sono state le aziende del Mezzogiorno, con il 27,1% delle imprese meridionali che hanno investito a favore di questa modalità organizzativa. A seguire il Nord Ovest, con il 24,1%, il Nord Est con il 23,5% e il Centro con il 23%. Una variabile che si è dimostrata particolarmente rilevante nell’adozione dello smart working è quella relativa alla classe dimensionale delle imprese. Gli investimenti in smart working hanno riguardato infatti il 53,1% delle aziende con più di 500 dipendenti, il 50,3% delle aziende tra i 250 e i 499 dipendenti e il 41,8% delle aziende tra i 50 e i 249 dipendenti. Al contrario, per le imprese tra i 10 e i 49 dipendenti e quelle tra 1 e 9 dipendenti il dato scende rispettivamente al 31,1% e 21,3%.

“I dati del Sistema informativo Excelsior mettono in evidenza già nel 2019 un lento ma costante trend di crescita dello smart working nelle imprese italiane” spiega a We Wealth Claudio Gagliardi, vice segretario di Unioncamere, evidenziando che, con il lockdown, questo processo ha avuto un’ accelerazione “forzata” e di “dimensioni straordinarie”. “Sono moltissime le imprese, anche di piccole dimensioni e al sud, che pur tra tante difficoltà hanno potuto apprezzare le grandi potenzialità dello smart working –  prosegue Gagliardi – Molte attività lavorative, secondo i dati che stiamo raccogliendo in queste settimane, continueranno nella modalità del lavoro agile anche nella cosiddetta fase 2 e oltre. Ma serve un di più di formazione, di organizzazione e in definitiva di cultura manageriale”. Tuttavia, sottolinea Gagliardi, “per un salto di qualità nello smart working sarà importante lavorare sulle motivazioni delle persone, sull’autonomia e sulla responsabilità individuale, definire chiaramente gli obiettivi, comunicare bene in azienda, gestire il tempo e misurare la produttività”. E conclude: “le Camere di Commercio stanno già lavorando a fianco delle imprese anche su questi temi per sostenere la ripresa del Paese”.

 

Virginia Bizzarri
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