PREVIOUS ARTICLE NEXT ARTICLE

Chi ha soffiato sul fuoco della destabilizzazione

Chi ha soffiato sul fuoco della destabilizzazione

Salva
Salva
Condividi
Alberto Negri
Alberto Negri

03 Aprile 2018
Salva

Se andiamo all’origine della guerra totale al terrorismo scopriamo responsabilità insospettabili, dalla teoria Usa “dell’arco della crisi”, all’appoggio dei mujaheddin in Afghanistan in chiave anti Urss, all’Iraq, alla Libia

Siamo entrati da tempo nell’era della destabilizzazione ma stentiamo a capire che cosa rappresenta davvero. La percezione del terrorismo come minaccia globale contro la pace e la sicurezza internazionali si fa risalire agli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti e alle dinamiche che essi hanno originato, la “guerra globale al terrorismo”, proclamata dall’amministrazione Bush e le sue ramificazioni in Afghanistan e Iraq.

In realtà le radici di questa guerra globale al terrorismo sono ambigue. Nel 1979 con l’invasione sovietica dell’Afghanistan a sostegno del regime filo-comunista di Kabul venne montata la più grande operazione di destabilizzazione della storia recente.

Per analizzare il terrorismo bisogna guardare quindi anche al contesto storico dell’epoca perché i conti del passato li paghiamo ancora oggi.

Nel novembre del 1978 il presidente americano Jimmy Carter nominò il diplomatico George Ball capo di un task force incaricata di elaborare un rapporto sull’Iran che riferiva al Consigliere della sicurezza nazionale, il celebre Zbigniew Brzezinski.

George Ball ricalcò con abilità uno studio sul fondamentalismo islamico di uno dei massimi esperti mondiali, l’inglese Bernard Lewis, professore emerito all’Università di Princeton. Il progetto di Lewis era stato reso noto durante l’incontro del Bilderberg Group nell’aprile del 1979 in Austria ma elaborato molti mesi prima della rivoluzione iraniana: il rapporto suggeriva di appoggiare i movimenti radicali islamici dei Fratelli Musulmani e di Khomeini con l’intento di promuovere la balcanizzazione dell’intero Medio Oriente lungo linee tribali e religiose.

Più o meno quello che è accaduto negli ultimi decenni. Il disordine sarebbe sfociato in quello che il professore definì un “Arco di Crisi”, per poi diffondersi anche nelle repubbliche musulmane dell’Unione Sovietica.

L’Arco della Crisi

L’espressione “arco della crisi”, coniata da Lewis, ebbe un’enorme fortuna, fu ripresa da Brzezinski insieme alla teoria di utilizzare l’Islam in funzione antisovietica e L’Iran, sfortunatamente per l’amministrazione Carter, si rivelò più un problema per gli Stati Uniti che per Mosca ma l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Armata Rossa nel dicembre ’79 diede un impulso straordinario alla teoria di Lewis: gli Stati Uniti con l’appoggio militare e logistico del Pakistan e quello finanziario dell’Arabia Saudita armarono migliaia di mujaheddin che inchiodarono i russi nel Jihad, una “guerra santa” decennale, un conflitto disastroso che nell’89 costrinsei sovietici a ritirarsi.

Vent’anni dopo la rivoluzione iraniana, Bernard Lewis, ispiratore del non intervento americano a favore dello Shah nel ’79, è stato l’intellettuale più influente nella decisione americana di invadere l’Iraq nel 2003. Il presidente George Bush jr circolava con i suoi saggi e articoli sottolineati dai collaboratori nei passaggi più significativi. Se nel ’78 Lewis pensava di utilizzare gli islamici in funzione anti-sovietica, poi fu il piùstrenuo sostenitore della necessità di rovesciare Saddam

Hussein: lo definì “un passo decisivo per dare una spinta modernizzatrice a tutto il Medio Oriente”.

Oggi con la Siria è la stessa cosa: dopo avere partecipato alla battaglia contro l’Isis in Iraq e in Siria, l’amministrazione Usa non sa cosa fare.

Sostiene i curdi siriani ma non vuole scontrarsi con la Turchia di Erdogan, alleato della Nato ma arci-nemico dei curdi e alla fine lascia che a proteggerli siano le truppe diAssad, cioè dell’uomo che gli americani, con arabi e turchi, hanno voluto abbattere dando il via libera all’afflusso di migliaia di jihadisti in Siria.

Ma torniamo all’Afghanistan del 1979. Con la direzione degli americani, l’appoggio logistico del Pakistan e finanziamenti provenienti dal mondo arabo e musulmano fu organizzata la resistenza dei mujaheddin che portò nel 1989 al ritiro dell’Armata Rossa. Una volta questi mujaheddin erano considerati gli “eroi” dell’Occidente che lottavano contro l’Impero Rosso poi sono diventati i “barbari” che hanno portato il terrorismo anche in Europa. Il terrorismo ha un andamento meteorologico: dipende delle stagioni della politica.

Destabilizzazione e terrorismo

La destabilizzazione e il terrorismo nascono da molti fattori ma quelli determinanti sono i calcoli sbagliati. Anche il terrorismo che abbiamo visto negli ultimi anni nasce da un calcolo sbagliato. Nel 2011 tutti pensavano che Bashar Al Assad sarebbe caduto in pochi mesi come Ben Alì, Mubarak e Gheddafi. Ne erano convinti gli americani con il segretario di Stato Hillary Clinton, la Turchia di Erdogan, l’Arabia Saudita, il Qatar, gli Emirati e anche la Francia, la Gran Bretagna e l’Italia.

Si pensò così di fare lo stesso schema dell’Afghanistan del 1979. Gli americani dirigevano da dietro, stay behind, era la dottrina Usa, la Turchia si occupava dei ribelli: Erdogan aprì così “l’autostrada del Jihad” e passarono 40mila jihadisti provenienti da tutto il mondo mentre le monarchie del Golfo finanziavano i gruppi di opposizione.

Il 6 luglio 2011 l’ambasciatore americano Robert Ford da Damasco andò a Hama a passeggiare in mezzo ai ribelli anti-Assad. Era il chiaro segnale che il regime di Assad doveva essere eliminato, in qualunque modo. Robert Ford ha poi riconosciuto in diverse interviste, una di queste a Newsweek nel giugno 2017, che in Siria ci fu l’intervento dell’Arabia Saudita e delle monarchie del Golfo, assieme alla Turchia, per sostenere i ribelli e che questi sono poi confluiti nei gruppi radicali dell’ISIS ed Al Qaeda. Ma qui hanno continuato a bersi la favoletta dei gruppi ribelli moderati. La conclusione è semplice: l’Occidente e i suoi alleati arabi e turchi ha usato i terroristi per fare la guerra e poi i jihadisti e le loro cellule europee ci sono tornati indietro per fare gli attentati in Europa.

Le forze di sicurezza europee si sono trovate a contrastare in casa un terrorismo ispirato dai jihadisti ma generato delle politiche ambigue degli stessi stati che devono proteggere dagli attentati.

Perché abbiamo fatto questo? Perché i nostri alleati arabi sunniti sono tra i nostri maggiori investitori e clienti di armamenti, perché fa comodo a Israele disgregare le potenze regionali ostili.

Ma guardiamo alla Libia, che ci riguarda da vicino. L’Italia fu costretta da Francia, Gran Bretagna e Usa a bombardare il suo maggiore alleato nel Mediterraneo che soltanto sei mesi prima avevamo ricevuto a Roma per firmare accordi economici da 50 miliardi di dollari e l’intesa sul controllo dei flussi dei profughi. Dovevamo colpire Gheddafi perché i terminali Eni erano stati messi dalla Nato tra i bersagli da colpire.

L’intervento contro Gheddafi è stato un atto di destabilizzazione enorme: ha fatto affluire in Italia centinaia di migliaia di profughi senza alcun controllo, l’immigrazione è diventata con la sicurezza il tema centrale della politica di questi anni e alla fine ha contribuito a cambiare i dati politici del Paese. La Siria oggi è un modo per fare una guerra per procura contro l’Iran, uno stato che ha una connotazione assai strategica perché non si è mai piegato agli Stati Uniti ed è poi è arrivato a un accordo sul nucleare che Washington boicotta con le sanzioni finanziarie e vorrebbe rivedere su richiesta dei Israele e dei sauditi. Come stanno le cose è assai chiaro: con lo spostamento dell’ambasciata Usa Gerusalemme Trump ha inviato un messaggio molto evidente su qual è l’interesse strategico primario degli Usa nella regione. Non America First ma Israel First, Saudi Arabia Second. Gli altri vengono tutti dopo, europei compresi.

Esaminando il terrorismo e la destabilizzazione negli ultimi 40 anni fino ai nostri giorni non c’è da trarre particolari conclusioni se non ricordare un proverbio dei nostri vecchi: “Chi semina grandine raccoglie tempesta”.

Alberto Negri
Alberto Negri
È stato inviato speciale e corrispondente di guerra del Sole 24 Ore negli ultimi 30 anni per le zone Medio Oriente, Africa, Asia Centrale e i Balcani. Nel 2009 ha vinto il premio giornalistico Maria Grazia Cutuli, nel 2015 il premio Colombe per la pace. nel 2016 il premio Guidarello Guidarelli e nel 2017 il premio Capalbio saggistica per il libro "Il Musulmano Errante". Oggi è Senior Advisor dell’ISPI, Istituto degli Studi di Politica Internazionale.
Il presente articolo costituisce e riflette un’opinione e una valutazione personale esclusiva del suo Autore; esso non sostituisce e non si può ritenere equiparabile in alcun modo a una consulenza professionale sul tema oggetto dell'articolo.

WeWealth esercita sugli articoli presenti sul Sito un controllo esclusivamente formale; pertanto, WeWealth non garantisce in alcun modo la loro veridicità e/o accuratezza, e non potrà in alcun modo essere ritenuta responsabile delle opinioni e/o dei contenuti espressi negli articoli dagli Autori e/o delle conseguenze che potrebbero derivare dall’osservare le indicazioni ivi rappresentate.
Condividi l'articolo
LEGGI ALTRI ARTICOLI SU: Outlook e Previsioni