Il futuro dell’economia cinese, tra export resiliente e consumi deboli

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Primo piano di un tetto tradizionale cinese con tegole gialle decorate e un muro rosso sottostante, con finiture verdi e bianche. Le tegole sono ricoperte di neve e creano un contrasto con i colori vivaci.

In equilibrio tra una produzione manifatturiera ancora robusta e una domanda interna che resta fragile, l’economia cinese invia segnali contrastanti, mentre Pechino tenta di rilanciare il ciclo economico con misure graduali. Tra incertezza e opportunità, ecco a cosa guardare oltre la Grande Muraglia

Dopo mesi di deflazione e aspettative deluse, la Cina sta cercando un equilibrio più stabile. Le nuove politiche economiche, pur non risolutive, hanno segnato un punto di svolta, impedendo che l’economia scivolasse in un circolo vizioso di stagnazione. Ma l’ottimismo degli operatori resta moderato: a pesare sono soprattutto il mercato immobiliare in crisi e la debolezza della domanda interna, che non compensano i progressi registrati da export e manifattura. Il risultato è un’economia che procede a ‘due velocità’, con città ricche più dinamiche e province in stallo. Un quadro complesso, che riflette tanto le contraddizioni di Pechino quanto la necessità di un approccio selettivo da parte degli investitori. Ne parla in dettaglio ai lettori di We Wealth Naomi Waistell, co-manager del Fondo Carmignac Portfolio Emergents.

Il clima è cambiato, ma la fiducia resta fragile

L’apparente ritorno di stabilità dell’economia cinese si regge su basi meno solide di quanto sembri. Rispetto al settembre 2024, quando la deflazione dominava il quadro, l’atmosfera appare oggi più positiva, grazie alle misure annunciate in autunno e interpretate allora come la prova di un cambio di passo. Ma all’iniziale ottimismo si è presto sostituito un più cauto scetticismo.

“Quello che in settembre 2024 era stato definito un momento ‘whatever it takes’ – osserva Waistell – oggi appare piuttosto come un ‘more is needed’, a dimostrazione del divario tra aspettative e realtà. Le imprese e i mercati si attendono stimoli rapidi e consistenti, mentre il governo preferisce valutare gradualmente gli effetti delle politiche già introdotte. Questo approccio prudente contribuisce a consolidare un sentiment più stabile rispetto al passato, ma lascia irrisolte molte delle fragilità che ancora pesano sulla seconda economia mondiale“.

Debito regionale, crisi immobiliare e rischi di crescita

Alla cautela delle autorità si aggiungono limiti strutturali che ne riducono l’efficacia. Il principale ostacolo riguarda la trasmissione delle politiche economiche, frenata dall’elevato indebitamento dei governi locali.

“Senza capitale sufficiente– commenta Waistell – le amministrazioni non riescono a sostenere pienamente l’implementazione delle misure, creando un vero e proprio collo di bottiglia. Il problema non è tanto l’introduzione delle politiche, quanto la loro capacità di arrivare all’economia e su questo fronte i governi locali restano il punto più debole”. 

Non solo: a complicare il quadro c’è il peso del mercato immobiliare, che negli anni passati aveva alimentato crescita, fiducia e ricchezza.

“Oggi quella dinamica si è interrotta e un nuovo ciclo virtuoso non è ancora visibile. Senza la spinta del real estate, la fiducia dei consumatori rimane compressa, rendendo più difficile avviare un processo di ripresa sostenibile”.

Infine, anche l’export mostra segnali di vulnerabilità: la domanda anticipata potrebbe tradursi in un rallentamento nella seconda metà dell’anno.

“Con un tasso di investimenti già elevato sul PIL, puntare ulteriormente su questo motore rischierebbe di generare ritorni decrescenti, abbassare la produttività e aumentare il debito complessivo. Il risultato è un sistema in cui gli strumenti disponibili non appaiono ancora in grado di sciogliere le contraddizioni più profonde dell’economia cinese”.

Un’economia “a due velocità

Il cuore del dilemma sul futuro dell’economia cinese emerge confrontando tra i suoi diversi settori. Da una parte, l’export e la manifattura continuano a offrire sostegno, garantendo un contributo essenziale al PIL. Dall’altra, il mercato immobiliare resta depresso e i consumi interni non mostrano segnali convincenti di ripresa.

“Si sta delineando un’economia a due velocità – osserva Waistell – con un’industria ancora resiliente ma con una domanda domestica che fatica a riaccendersi. Questa frattura si riflette anche nella geografia dello sviluppo: le città di fascia alta continuano a rafforzarsi, mentre quelle di livello inferiore si trovano in stallo, con interi complessi residenziali incompleti o deserti. Le disparità rischiano così di amplificarsi, mettendo in discussione la stessa idea di “common prosperity” e rendendo più complesso il percorso di stabilizzazione”.

Alla debolezza del real estate si somma la difficoltà di far ripartire i consumi. La sovraccapacità produttiva e la scarsa domanda interna continuano a generare pressioni deflattive, mentre la fiducia dei cittadini resta fragile.

L’obiettivo di un riequilibrio verso un modello di crescita trainato dai consumi appare ancora lontano, perché richiede interventi strutturali: aumento dei redditi, maggiore protezione sociale, riforma del sistema hukou e creazione di nuova occupazione produttiva.

“Tuttavia, i dati dell’economia mostrano che la domanda interna non è ancora in grado di sostenere un ciclo di crescita stabile e questo pesa su interi segmenti dell’economia”.     

Timidi segnali di ottimismo

Nonostante i segnali di debolezza, arrivano anche i primi indizi di un cambio di passo politico. Di fronte all’aggravarsi delle pressioni deflattive, il governo ha iniziato a dichiarare la propria intenzione di combattere l’“involution” e di razionalizzare le sovraccapacità produttive.

“In un discorso di luglio – ricorda l’esperta di Carmignac – Xi Jinping ha ribadito che non conta solo il livello del PIL o il numero di progetti realizzati, ma anche la quantità di debito accumulato. Una presa di posizione significativa, che segna un tentativo di disciplinare la competizione interna e di ricondurre il sistema su basi più sostenibili. Parallelamente, si è osservato un allargamento del deficit fino al 15% del PIL e un nuovo impulso al credito, stimoli che valgono circa il 4% del prodotto interno lordo. Questi interventi spinge verso un moderato ottimismo, sebbene la scala della crisi immobiliare resta tale da richiedere ulteriori risposte”.

Per ulteriori informazioni visita la pagina del Fondo Carmignac Portfolio Emergents.

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di Antonio Murtas

Laureato in Giurisprudenza presso l’Università Bocconi di Milano. Ha scritto per We Wealth di private insurance, asset management, private banking e private markets.

Domande frequenti su Il futuro dell’economia cinese, tra export resiliente e consumi deboli

Qual è la principale sfida che l'economia cinese deve affrontare attualmente?

La principale sfida è rappresentata dalla debolezza della domanda interna e dalla crisi del mercato immobiliare. Questi fattori impediscono una crescita economica più robusta, nonostante la resilienza dell'export e della manifattura.

Quali sono i settori dell'economia cinese che stanno mostrando segnali positivi?

L'export e il settore manifatturiero sono i settori che stanno registrando progressi. Questi risultati positivi, tuttavia, non sono sufficienti a compensare le debolezze in altri ambiti.

Le nuove politiche economiche cinesi hanno avuto un impatto significativo?

Le nuove politiche economiche hanno segnato un punto di svolta, impedendo che l'economia cinese scivolasse in una stagnazione più profonda. Tuttavia, non sono considerate risolutive dei problemi strutturali.

Come viene percepito il futuro economico cinese dagli operatori del settore?

L'ottimismo degli operatori economici riguardo al futuro della Cina è moderato. Permangono preoccupazioni legate al debito regionale, alla crisi immobiliare e ai rischi per la crescita.

Qual è la situazione attuale dell'inflazione in Cina?

L'articolo menziona che la Cina ha attraversato mesi di deflazione. Questo periodo ha contribuito a creare aspettative deluse e ha spinto il governo a cercare un equilibrio economico più stabile.

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