- La Cina ha presentato un reclamo all’Organizzazione mondiale del commercio “per difendere i suoi legittimi diritti e interessi” in risposta ai dazi americani
- Da monitorare anche la recente minaccia di Donald Trump sulle tariffe del 100% ai paesi Brics, se creeranno una loro valuta
- Zerbinati: “Concentrarsi esclusivamente sui Brics potrebbe aumentare l’esposizione a rischi specifici legati a singole economie”
Cina al contrattacco, con una serie di misure mirate. A pochi minuti dall’entrata in vigore dei dazi del 10% annunciati da Donald Trump sulle merci cinesi, Pechino vara tariffe del 15% su carbone e gas naturale liquefatto e del 10% su petrolio, macchinari agricoli, auto di grossa cilindrata e pick-up. La Terra del Dragone ha presentato anche un reclamo all’Organizzazione mondiale del commercio, oltre ad aver inserito due società a stelle e strisce – Pvh Corp e Illumina – nella black list delle “entità non affidabili” con l’accusa di aver “violato i principi del mercato, interrotto gli scambi regolari con le aziende cinesi e adottato misure discriminatorie” nei confronti delle stesse.
Cina al contrattacco: la reazione dei mercati
Sulla scia dei contro-dazi della Cina, l’indice Hang Seng chiude la seduta in rialzo del +2,83% a 20.789,96 punti. Al contrario, i timori di una guerra commerciale sembrerebbero aver limitato il rimbalzo di Tokyo (+0,72%), Seul (+1,13%) e Taiwan (+0,44%). Ma sarà bufera sui mercati emergenti? “La storia recente suggerisce che l’impatto potrebbe non essere così negativo”, sostiene Sammy Suzuki, head of emerging markets equities di AllianceBernstein. Durante il primo mandato del repubblicano, infatti, l’indice Msci emerging markets ha registrato un rendimento annuo del 14,1% in dollari, battendo anche il 13,3% dell’indice Msci World. “Un elemento chiave è che, rispetto al 2016, oggi i piani politici di Trump sono ben noti ai mercati. Di conseguenza, riteniamo che molte delle cattive notizie siano già state incorporate dal mercato”, aggiunge Suzuki.
Verso una bufera sui mercati emergenti?
I mercati emergenti, tra l’altro, non si esauriscono con la Cina. “Il quadro è estremamente diversificato e include paesi affermati come l’India e la Corea del Sud, aree in crescita come l’Arabia Saudita, e altre più piccole ma interessanti come Brasile, Grecia e Polonia. Gli investitori possono trovare gemme nascoste perfino in paesi esclusi dal benchmark, come il Kazakistan”, afferma Suzuki. In più, laddove le tensioni commerciali tra Usa e Cina dovessero intensificarsi, potrebbero aprirsi nuove opportunità per altri mercati meno esposti ai dazi, secondo l’esperto. “Società attive in settori chiave come l’intelligenza artificiale o realtà che beneficiano delle riforme annunciate in Corea del Sud per modernizzare l’economia e la società, dovrebbero essere meno colpite dalle mosse della nuova amministrazione”, dichiara.
Trump e i dazi al 100% ai paesi Brics
Da monitorare anche la recente minaccia di Trump sulle tariffe del 100% ai paesi Brics, se creeranno una loro valuta: un insieme di paesi inizialmente composto da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica – dalle loro iniziali deriva l’acronimo – e che oggi include Egitto, Iran, Etiopia ed Emirati Arabi Uniti. Secondo Giorgio Vintani, analista e consulente finanziario indipendente intercettato da We Wealth, le misure sui dazi varate dal tycoon “certamente non favoriranno i Brics e i mercati emergenti, tradizionalmente riconosciuti come esportatori”. Uno degli effetti principali di questa guerra commerciale “sarà la supervalutazione del dollaro”, dice Vintani, e il “conseguente deprezzamento delle valute locali”, cui occorre aggiungere il costo dei dazi. “Mentre le economie forti saranno in grado di rispondere a tono, imponendo a loro volta nuove tariffe, i paesi più deboli non avranno questa possibilità”, evidenzia l’analista.
Brics: sono ancora un tema di investimento?
Ma ha ancora senso pensare ai Brics come tema di investimento? Secondo Vintani, considerando i cambiamenti negli equilibri geopolitici avvenuti dopo il conflitto russo-ucraino, l’originario termine coniato da Jim O’Neill negli anni 2000 avrebbe in realtà perso significato. “A mio avviso, si parla piuttosto di mercati emergenti o di singoli temi o paesi all’interno della categoria, come Cina o India, per esempio”, incalza l’analista. Un’analisi dei fondi comuni di investimento autorizzati per la distribuzione retail in Italia, condotta da FIDAworkstation per We Wealth, rivela in effetti una netta discrepanza: solo tre fondi sono specificamente focalizzati sui Brics, mentre circa 180 sono dedicati ai mercati emergenti in generale.
“Questo dato riflette una preferenza del mercato per una strategia di investimento più ampia e diversificata, che abbraccia l’intero spettro delle economie emergenti”, afferma Monica Zerbinati, financial analyst dell’ufficio studi di Fida - Finanza dati analisi. Attualmente, l’indice Msci emerging markets comprende 24 paesi, tra cui Arabia Saudita, Brasile, Cile, Cina, Colombia, Corea del Sud, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Filippine, Grecia, India, Indonesia, Kuwait, Malesia, Messico, Perù, Polonia, Qatar, Repubblica Ceca, Sudafrica, Taiwan, Thailandia e Turchia. “Questo elenco, pur essendo un riferimento di mercato, non rappresenta un criterio assoluto: molti gestori adottano definizioni più ampie, includendo economie in transizione che, pur non rientrando formalmente nella classificazione Msci, offrono opportunità di investimento interessanti”, continua Zerbinati.
Come investire sui mercati emergenti adesso
Secondo l’esperta, la diversificazione geografica e settoriale offerta dai mercati emergenti rappresenterebbe un vantaggio significativo per gli investitori. “Concentrarsi esclusivamente sui Brics potrebbe limitare le opportunità di investimento e aumentare l’esposizione a rischi specifici legati a singole economie o regioni”, incalza. “Inoltre, l’eterogeneità dei mercati emergenti consente agli investitori di beneficiare di dinamiche economiche diverse e spesso non correlate. Mentre alcune economie emergenti sono trainate dalle esportazioni di materie prime, altre sono centrate su settori tecnologici o manifatturieri. Questa diversificazione può contribuire a mitigare i rischi e a ottimizzare i rendimenti”.
La scelta tra un’esposizione a una singola area geografica o a un universo più ampio dipenderebbe soprattutto dalla dimensione del portafoglio: gli investitori istituzionali con asset significativi possono permettersi una maggiore granularità, mentre per i portafogli più contenuti una soluzione più generalista può risultare più efficiente, sostiene Zerbinati. “La decisione di allocare risorse nei Brics o in un paniere più ampio di mercati emergenti non è univoca e dipende da molteplici fattori, tra cui la strategia complessiva dell’investitore, il profilo di rischio e l’orizzonte temporale. La valutazione spetta al consulente finanziario, il cui compito è inserire questa scelta in una pianificazione più ampia, bilanciando diversificazione e specificità in funzione degli obiettivi di investimento”, conclude l’esperta.

