Trump: la guerra dei dazi può fare male a Wall Street?

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Una persona in giacca e cravatta rossa parla su un podio con il sigillo presidenziale, che ricorda lo stile iconico di Trump. Lo sfondo include il logo della Casa Bianca e le bandiere.

Wall Street ha dimostrato nelle ultime sedute di cedere facilmente alla volatilità, dalla vicenda DeepSeek ai dazi annunciati da Donald Trump contro Messico, Canada e Cina (in parte congelati). Una volatilità destinata a restare in vista delle prossime mosse del tycoon? We Wealth ne ha discusso con Nicolò Nunziata, responsabile ricerca e mercati di Finint Private Bank

Indice

  • Donald Trump ha congelato le tariffe nei confronti di Messico e Canada, in cambio di una promessa: difendere i confini per frenare l’immigrazione clandestina e aiutarlo nella lotta al traffico di droga
  • Il 60% del petrolio importato dagli Stati Uniti viene dal Canada, così come il 50% dell’alluminio. Automotive e componentistica auto – importati sempre dal Canada – pesano per circa il 15% del fatturato totale negli Usa
  • Nunziata (Finint Private Bank): “Nel nuovo contesto che potrebbe dispiegarsi, sia di complicazioni geopolitiche sia di rasserenamento macro e discesa dei tassi di interesse, l’oro resterà una costante”

I dazi annunciati da Donald Trump a meno di due settimane dall’insediamento alla Casa Bianca – contro Messico, Canada e Cina – sarebbero dovuti entrare in vigore il 4 febbraio. Ma le carte in tavola sono tornate a mescolarsi, dopo l’immediata reazione delle capitali attaccate. Il tycoon ha infatti congelato le tariffe nei confronti delle due nazioni vicine, in cambio di una promessa: difendere i confini per frenare l’immigrazione clandestina e aiutarlo nella lotta al traffico di droga, in particolare il fentanyl. Wall Street ha intanto dimostrato nelle ultime sedute di cedere facilmente alla volatilità, che sia il lancio di un’app di intelligenza artificiale cinese (vedi il caso DeepSeek) oppure i timori di una guerra commerciale più ampia rispetto al primo mandato del repubblicano. Una volatilità destinata a restare in vista delle prossime mosse del presidente americano?

L’interdipendenza tra Stati Uniti, Canada e Messico

“Trump potrebbe non sembrare coordinato nelle sue azioni e dichiarazioni, ma nella vicenda dei dazi noto, in realtà, un forte coordinamento”, dichiara a We Wealth Nicolò Nunziata, responsabile ricerca e mercati di Finint Private Bank. “È chiaro che l’idea di applicare il 25% di tariffe ai beni provenienti da Canada e Messico fosse irrealizzabile”, prosegue l’esperto. In primis, per una questione di elevata interdipendenza tra i paesi. Basti pensare che il 60% del petrolio importato dagli Stati Uniti viene dal Canada, così come il 50% dell’alluminio. Automotive e componentistica auto – importati sempre dal Canada – pesano per circa il 15% del fatturato totale negli Usa.

Quanto al Messico, i beni di consumo più rilevanti sono pomodori (50% consumati negli Usa), avocado (80%), circuiti elettronici (5%) e automobili e componentistica auto (25%). È evidente che alcuni di questi prodotti sono teoricamente importabili da altri paesi, come pomodori e avocado, mentre in casi come l’alluminio e il petrolio “trovare un sostituto in tempi brevi è molto complicato per non dire irrealistico”, sottolinea Nunziata. La tesi dell’esperto è che le tariffe siano principalmente uno strumento di negoziazione per Trump. “Credo che l’obiettivo recondito sia indebolire il dollaro per esportare di più, ma intanto sta utilizzando i dazi anche per frenare l’immigrazione clandestina. Due obiettivi in uno”, dichiara l’esperto.

Trump: una spada di Damocle su Wall Street?

Secondo Nunziata, il tema delle tariffe non si esaurirà a breve, ma assisteremo a varie forme di contrattacco delle nazioni toccate. Ragion per cui ulteriori ondate di volatilità a Wall Street non sarebbero da escludere. “Però Trump ha dimostrato di essere estremamente pragmatico. Non ha timore di cambiare idea, laddove lo ritenesse necessario”, sostiene l’esperto. “Credo che il mercato a un certo punto inizierà ad assuefarsi a questo tipo di approccio, per cui il noise delle sue dichiarazioni tendenzialmente andrà a ridursi”, rassicura. “I numeri sull’America sono tutto sommato buoni, a partire da un’inflazione che dovrebbe scendere nel corso dell’anno e tendere al 2,5-2,0%. Quindi si tratta di un contesto di investimento tutto sommato favorevole”.

La concentrazione dell’azionario statunitense

Fatte queste premesse, occorre ricordare che il mercato americano resta fortemente concentrato, con i primi 10 titoli che rappresentano circa il 20% dell’indice S&P 500. Senza dimenticare che se si guarda alla composizione dell’indice Msci World, gli Stati Uniti pesano circa il 72%. “Il mercato è troppo sbilanciato e troppo rischioso”, sostiene Nunziata. “La vicenda DeepSeek ha contribuito a instillare il dubbio sulla sostenibilità di un certo tipo di posizionamento del mercato sul tech. Sta emergendo che l’intelligenza artificiale ha un’evoluzione meno prevedibile di ciò che sembra. Ragion per cui sarebbe ragionevole diversificare il rischio dal tech, virando su ciò che sarà oggetto di rotazione”, suggerisce l’esperto. Lanciando infine uno sguardo all’oro, che ha continuato la sua corsa ritoccando i massimi storici oltre i 2.800 dollari. “Nel nuovo contesto che potrebbe manifestarsi, sia di complicazioni geopolitiche sia di rasserenamento macro e discesa dei tassi di interesse, l’oro sembrerebbe comunque essere favorito. Direi che rimarrà una costante”.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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