La minaccia di una nuova crisi energetica torna a preoccupare l’Europa, che teme di rivedere il film del 2022: impennata dell’inflazione e tassi d’interesse Bce arrivati, nel giro di un anno, da 0 al 4%. Un incubo per il carrello della spesa e per i sottoscrittori di mutui variabili che, però, non dovrebbe ripetersi con la stessa gravità, scrivono gli economisti di Oxford Economics, Scope Ratings e Morningstar DBRS.
“L’inflazione dell’Eurozona potrebbe attestarsi in media leggermente sopra il 2% quest’anno, invece di scendere sotto l’obiettivo della Bce, mentre la crescita del Pil potrebbe rallentare fino all’1% a causa dell’impatto sui redditi reali”, si legge in un rapporto di Oxford Economics; “tuttavia, se lo shock dal lato dell’offerta dovesse rivelarsi solo temporaneo – come riteniamo – gli effetti dovrebbero in gran parte invertirsi il prossimo anno”. Nello scenario peggiore previsto da Oxford Economics, l’inflazione del 2026 si attesterebbe oltre il 2,5% – per poi comunque tornare a scendere in area 2% negli anni successivi.
Per Alvise Lennkh-Yunus, Sovereigns and Public Sector di Scope Ratings, “le fonti energetiche dell’Europa sono anche più diversificate rispetto all’inizio della guerra della Russia in Ucraina… in questo contesto, è improbabile che i prezzi del gas (TTF) tornino ai livelli massimi precedenti del 2022, quando erano in media di 133 €/MWh, il triplo della media di 36 €/MWh del 2025”. Nonostante questa buona notizia, se il gas TTF dovesse mantenersi a 50 euro al MWh e il barile attorno ai 100 dollari, questo “potrebbe comunque avere implicazioni macroeconomiche”.
Da qui in avanti, ha affermato Oxford Economics, “i prezzi del gas potrebbero risultare circa il 30% più alti rispetto allo scenario di febbraio, il che si tradurrebbe in un aumento dell’inflazione complessiva di circa 0,3–0,4 punti percentuali quest’anno”.
Perché lo shock energetico potrebbe essere meno grave rispetto al 2022
Tuttavia, la natura di questo shock energetico sarebbe diversa da quella del 2022. Dal Medio Oriente proviene circa il 20% del petrolio greggio dell’Ue, il 14% del gas naturale liquefatto (GNL) e il 5% delle importazioni totali di gas. Un blocco che potrebbe essere temporaneo e aggirabile tramite rotte alternative.
Al contrario, nel 2022 si è verificata “una perdita strutturale di offerta di gas verso l’Europa”, in quanto “il gas russo trasportato via pipeline non è facilmente sostituibile, a differenza del petrolio o del GNL”, ha scritto DBRS: “l’attuale escalation in Medio Oriente, invece, non sembra destinata a provocare una perdita permanente di forniture energetiche verso l’Europa. I mercati sembrano suggerire che l’escalation possa essere reversibile”.
C’è poi una differenza nel punto di partenza macro: nel 2022, al momento dell’invasione dell’Ucraina, i tassi erano a zero e sono rimasti fermi da febbraio fino a luglio. “L’inasprimento monetario arrivò quindi in presenza di inflazione già elevata e in accelerazione, rendendo difficile contenere il pass-through verso salari e prezzi dei servizi”, ha affermato l’agenzia di rating. Di norma, frenare un processo inflazionistico in atto è più complesso che prevenirlo dopo le prime avvisaglie – una lezione recente che la Bce potrebbe tenere a mente.
Cosa può fare la Bce (e cosa aspettarsi da Euribor e mutui)
“Sebbene vi siano argomenti a favore di ignorare temporanei picchi dei prezzi energetici, il Consiglio direttivo sarà influenzato dall’esperienza recente: dopo la pandemia e la crisi energetica, la combinazione di shock di offerta e domanda forte ha generato un’impennata dell’inflazione e delle aspettative inflazionistiche”, ha scritto Oxford Economics. “Riteniamo molto improbabile che la Bce modifichi la politica monetaria nella riunione di marzo, anche se i prezzi energetici restassero elevati”.
Nello scenario di base, l’attuale tasso al 2% resterà invariato per tutto l’anno; ma se le tensioni sullo Stretto di Hormuz non dovessero allentarsi, con un impatto duraturo sui prezzi, Oxford Economics prevede fino a due rialzi da 25 punti base.
I mercati hanno iniziato a prezzare questo rischio portando l’Euribor a 3 mesi, il tasso di ancoraggio per la gran parte dei mutui variabili, al 2,05%, ai massimi da metà dicembre. È ancora un segnale debole, ma anche qui l’esperienza del 2022 può essere istruttiva: l’impennata dell’Euribor non si è osservata a febbraio, a seguito dell’invasione dell’Ucraina, ma solo tre mesi più tardi.

