Startup vs pmi tradizionali: chi vince la sfida della crisi?

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Secondo uno studio promosso da OfficinaMps e realizzato con Swg, il 51% delle startup ritiene di aver reagito positivamente alla crisi. Una quota di 12 punti percentuali superiore alle imprese tradizionali. E c’è anche chi ha tradotto l’emergenza in un’opportunità di guadagno

In un contesto in cui il 42% delle startup si sente abbandonato e privo di appoggi esterni, emerge il bisogno di servizi bancari dedicati ma anche il ricorso alla consulenza su aspetti di natura fiscale e legale

Se le startup si avviano verso una fase di consolidamento dell’attuale modello di business, tra le imprese tradizionali cresce la sensazione di imminenti interventi volti alla messa in sicurezza dell’azienda

Un innato ottimismo, l’architettura snella, la propensione a rinnovarsi e a riadattare il proprio modello di business alle contingenze. Ma anche la capacità di cambiare, anche radicalmente, nel breve periodo. Sono solo alcuni dei fattori che, nell’anno della crisi, hanno consentito agli startupper di superare le sfide dell’emergenza. E di ottenere un vantaggio anche rispetto alle imprese tricolori tradizionali.
Secondo uno studio promosso da OfficinaMps (laboratorio permanente dedicato all’innovazione di Banca Monte dei Paschi di Siena) e realizzato con Swg, il 51% delle startup afferma oggi di essere riuscito a reagire positivamente alla crisi, una percentuale superiore di 12 punti rispetto alle imprese tradizionali. E il 15% è stato in grado di tradurre l’emergenza anche in un’opportunità di guadagno, registrando un incremento di fatturato. Si tratta principalmente di “realtà più giovani” e “appartenenti al comparto dell’Ict (Information and communications technology, ndr), endemicamente più flessibile di fronte a scenari imprevisti e processi da riscrivere”, spiegano i ricercatori.

Inoltre, nell’ultimo anno una startup su due ha modificato il proprio modello di business, percependosi “rinnovata” (39%) e non “rivoluzionata” (12%). Diverso invece il caso delle imprese più tradizionali, per le quali l’impatto della crisi pandemica risulta più dirompente: il 79% si è dovuta infatti riconvertire e il 26% è andata incontro a interventi più radicali. In un contesto in cui, tuttavia, il 42% delle startup si sente abbandonato e privo di appoggi esterni, “non c’è la pretesa di riuscire a far tutto da soli”, si legge nello studio. I tre quarti delle realtà, infatti, sentono “il bisogno di servizi bancari dedicati e, in generale, c’è un ampio ricorso alla consulenza su aspetti di natura fiscale e legale, così come la necessità di interfacciarsi con enti governativi, regioni, associazioni di categoria e incubatori d’impresa”.

Il 36%, inoltre, percepisce la necessità di un più agevole accesso al credito, ma emerge anche un bisogno di networking (19%), consulenza (14%) e internazionalizzazione (14%), oltre a un miglior rapporto con la pubblica amministrazione (12%), la digitalizzazione (10%) e la semplificazione di processo o gestione (9%). Di conseguenza, nel prossimo futuro, il 74% ritiene che potrebbe aver bisogno di un supporto consulenziale, in particolare nell’ambito commerciale, marketing e comunicazione (32%), ma anche nell’ambito strategia, analisi di mercato e internazionalizzazione (20%) e nella finanza agevolata e bandi pubblici (19%). Sul fronte dei servizi bancari, poi, il 32% punta a procedure snelle, tempi rapidi e poca burocrazia, il 17% all’accesso a migliori condizioni economiche e il 14% a un interlocutore di riferimento stabile nel tempo.

In questo contesto, l’ottimismo e la fiducia sembrano comunque far da padroni. L’82%, infatti, ritiene che la situazione del proprio business sia destinata a migliorare nei prossimi 12 mesi, contro il 27% delle imprese tradizionali. Le più ottimiste (l’87%) sono quelle che hanno iniziato l’attività proprio a cavallo tra il 2019 e il 2020, ma anche quelle che riportano più di quattro addetti (90%). Complessivamente, il 29% si attende un netto miglioramento, il 53% un lieve miglioramento, il 10% nessun cambiamento, il 5% un lieve peggioramento e solo il 3% un netto peggioramento. Per il 64%, infine, “ci si avvia verso una fase di consolidamento dell’attuale modello di business, eventualmente già riadattato alla nuova situazione”. Contrariamente, concludono i ricercatori, tra “le imprese tradizionali cresce la sensazione di imminenti interventi necessari alla messa in sicurezza dell’azienda o, in alternativa, a una sua profonda trasformazione”.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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