Sostenibilità, Italia 20esima nella classifica globale

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Se la Danimarca guadagna il primo posto della classifica globale sulla sostenibilità, l’Italia non regge il confronto e scivola dalla sedicesima alla ventesima posizione. Ma il covid-19 potrebbe rappresentare un punto di partenza per un futuro economicamente vigoroso e rispettoso dell’ambiente

Nella top 5 della classifica globale si posizionano Danimarca, Lussemburgo, Svizzera, Regno Unito e Francia

Secondo i ricercatori, vi è una correlazione positiva tra i risultati dal punto di vista della sostenibilità e i livelli di prodotto interno lordo pro capite

L’Italia traballa e scivola dalla sedicesima alla ventesima posizione della classifica globale sulla sostenibilità. Ma dalle ceneri della pandemia potrebbero sorgere le radici di un nuovo futuro non solo “economicamente vigoroso” ma anche “rispettoso dell’ambiente”.
Secondo l’Environmental performance index 2020, l’analisi annuale della Yale University e della Columbia University in collaborazione con The McCall MacBain foundation e The Mullion Group, la Danimarca guadagna la vetta del podio, seguita da Lussemburgo e Svizzera. L’Europa, infatti, domina le prime undici posizioni, con Regno Unito, Francia, Austria, Finlandia, Svezia, Norvegia, Germania e Paesi Bassi. Manca l’Italia che, con 71 punti, si colloca alla ventesima posizione insieme al Canada e alla Repubblica Ceca.

Lo studio, giunto alla 22esima edizione, analizza 180 paesi sulla base di 32 indicatori di performance anche se, precisano i ricercatori, non tiene conto degli sviluppi recenti, incluso il calo dell’inquinamento atmosferico dovuto alle misure di contenimento del contagio da covid-19 e le emissioni di gas serra provocate dagli incendi amazzonici del 2019. Il punto è cercare di comprendere in che modo i singoli governi stanno affrontando le sfide ambientali, dalla tutela della biodiversità alla qualità dell’aria e dell’acqua, e come la prosperità economica possa allo stesso tempo rappresentare la malattia e la cura di una problematica che lascia indietro soprattutto i paesi in via di sviluppo.

Secondo la ricerca, infatti, buoni risultati dal punto di vista della sostenibilità sono associati ad altrettanto positivi risultati in termini di prodotto interno lodo pro capite. Questo perché, spiegano gli analisti, “la prosperità economica consente alle nazioni di investire in politiche e programmi che portano a risultati desiderabili”. Tuttavia, c’è anche un altro lato della medaglia da considerare. Una maggiore prosperità economica, precisano, “spesso comporta un maggiore inquinamento e altre tensioni sulla vitalità dell’ecosistema”, specialmente nei paesi in via di sviluppo. I paesi in ritardo sulle politiche di sviluppo sostenibile devono dunque “raddoppiare gli sforzi su tutti i fronti”.

In questo contesto, nonostante lo scivolone, l’Italia si classifica al primo posto per la protezione del bioma terrestre, al 10° per gli stock ittici e all’11° per la qualità dell’acqua potabile. Ma il covid-19 potrebbe rappresentare il punto di partenza per un futuro ancora più all’insegna della sostenibilità. Secondo i ricercatori, la pandemia globale ha messo in evidenza l’importanza non solo dell’interdipendenza tra le nazioni ma anche dell’investire nella resilienza. “Le conseguenze indesiderate delle chiusure in molte nazioni includono un forte calo dei livelli di inquinamento”, precisa lo studio. Uno “scorcio inaspettato” di quello che il pianeta potrebbe diventare, ispirando quindi la trasformazione politica necessaria per un futuro al contempo “economicamente vigoroso e rispettoso dell’ambiente”.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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