Powell: inflazione sopra il target causa dazi. Ed è un bene

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Un uomo in giacca e cravatta parla su un podio, gesticolando con le mani. Una bandiera americana è sullo sfondo e una persona sfocata è visibile in primo piano.

La Fed conferma i tassi e spiega che l’eccesso di inflazione è legato a fattori temporanei sui beni, non alla domanda. I mercati restano calmi, i tagli non sono esclusi più avanti nel 2026

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La Federal Reserve ha confermato i tassi interrompendo, come previsto, il ciclo di allentamenti avviato ininterrottamente da luglio, ma ha lasciato aperta la porta a possibili tagli futuri, attenuando i toni rispetto a un’inflazione che resta formalmente al di sopra del target.

“Queste elevate letture inflattive riflettono largamente il prezzo dei beni, che è stato accresciuto dall’effetto dei dazi”, ha dichiarato il presidente della Fed Jerome Powell nel corso della conferenza stampa, aggiungendo che “l’inflazione Pce core sta marciando un po’ al di sopra del 2% escludendo l’effetto dei dazi sui beni”.

Secondo Powell, il fatto che l’inflazione — il cui dato di dicembre indica un +2,7% — sia influenzata in modo rilevante dalle tariffe è “in verità una buona notizia, perché se non fosse per i dazi potrebbe indicare che [l’inflazione sopra l’obiettivo] arriva dalla domanda”. Quando l’andamento dei prezzi è sostenuto da una domanda eccessivamente robusta, le banche centrali sono infatti costrette a raffreddare l’economia alzando i tassi; al contrario, l’effetto dei dazi, ha ribadito il presidente della Fed, sarebbe destinato a esaurirsi come un impatto “una tantum”.

A rafforzare questa lettura, Powell ha sottolineato come sotto la superficie dei dati headline la dinamica dei prezzi appaia più benigna: “Se distogliamo lo sguardo dai beni e guardiamo ai servizi, vediamo effettivamente una disinflazione in corso in tutte le categorie di servizi”, ha spiegato, ricordando inoltre che “la maggior parte delle misure delle aspettative d’inflazione di lungo periodo rimangono coerenti con il nostro obiettivo del 2%”.

Tassi verso la neutralità e reazione composta dei mercati

La diagnosi di Powell contribuisce a spiegare perché, pur con un’inflazione stabilmente sopra il 2% da anni, la Fed non mostri l’urgenza di irrigidire ulteriormente la politica monetaria. Anzi, il presidente ha rimarcato come i tassi si collochino ormai “all’interno del range plausibile del livello neutrale”, quello che non stimola né frena l’economia, aprendo implicitamente alla possibilità che il prossimo movimento resti verso il basso, seppur con gradualità. In questo quadro, un taglio potrebbe arrivare più avanti nel corso del 2026, qualora l’effetto dei dazi si esaurisse e il mercato del lavoro mostrasse nuovi segnali di raffreddamento.

Le attese dei mercati, misurate dal FedWatch Tool, restano sostanzialmente invariate rispetto alla vigilia della decisione: il primo taglio è prezzato per giugno con una probabilità intorno al 60%, seguito da un secondo intervento a dicembre. Per la riunione di marzo, invece, la probabilità di un mantenimento dei tassi è ulteriormente salita, raggiungendo l’88,6%.

La reazione dei mercati è stata composta. Wall Street ha chiuso in sostanziale parità, riflettendo l’assenza di sorprese restrittive ma anche la consapevolezza che l’allentamento monetario non sarà né rapido né profondo. Il dollaro ha invece recuperato terreno, guadagnando lo 0,77% sull’euro, sostenuto da una Fed che si dice più vicina alla neutralità e da una crescita economica che Powell ha descritto come poggiata su basi solide.

Indipendenza della Fed: il rischio politico entra nello scenario

Sul quadro pesa però anche una variabile esterna alla dinamica macroeconomica. Come osserva Michael Pearce, chief U.S. economist di Oxford Economics, “i principali eventi che stanno plasmando le prospettive della Fed stanno avvenendo al di fuori dell’istituzione”. Il riferimento è alle tensioni legali e politiche che coinvolgono la banca centrale: dalla battaglia giudiziaria sul possibile licenziamento della governatrice Lisa Cook fino alle minacce legali rivolte allo stesso Powell. Secondo Pearce, si tratta di dossier che “probabilmente non porteranno a conseguenze rilevanti”, ma che, se dovessero avere esito negativo per la Fed, “comprometterebbero l’indipendenza operativa dell’istituzione, portando nel breve termine a tassi più bassi ma a un aumento delle aspettative d’inflazione”.

Un tema che lo stesso Powell ha evocato indirettamente. Interrogato su quale consiglio darebbe al suo successore, il presidente della Fed ha risposto con una massima di cinque parole: “Stay out of elected politics”. Un messaggio che suona come una linea di demarcazione netta tra politica monetaria e sfera politica, tanto più rilevante dopo che lo stesso Powell, l’11 gennaio, ha reso noto di essere oggetto di un’indagine penale condotta dall’ufficio della procuratrice federale del District of Columbia, Jeanine Pirro.

Nel complesso, il messaggio che emerge dalla Fed è quello di una banca centrale che ha archiviato la fase più acuta della lotta all’inflazione senza dichiararne la vittoria e che rivendica al tempo stesso la propria autonomia decisionale. Per i mercati, il segnale resta duplice: i tagli arriveranno, ma saranno guidati dai dati — e la credibilità dell’istituzione resta una variabile cruciale per tenere ancorate le aspettative di inflazione.

Domande frequenti su Powell: inflazione sopra il target causa dazi. Ed è un bene

Qual è la posizione attuale della Federal Reserve sui tassi di interesse e quali sono le prospettive future?

La Federal Reserve ha interrotto il ciclo di allentamenti dei tassi, ma ha lasciato aperta la possibilità di futuri tagli. Questo indica un approccio cauto, in attesa di ulteriori dati sull'inflazione.

Qual è la causa principale dell'inflazione elevata secondo Jerome Powell?

Secondo Jerome Powell, le attuali letture inflattive sono in gran parte dovute all'aumento dei prezzi dei beni, un effetto amplificato dall'introduzione dei dazi.

Come reagiscono i mercati finanziari alla politica dei tassi della Fed e all'inflazione?

L'articolo menziona una 'reazione composta dei mercati' ai tassi che si avvicinano alla neutralità. Questo suggerisce una risposta variegata e non univoca da parte degli investitori.

Quali sono i rischi politici che potrebbero influenzare l'indipendenza della Fed?

L'intestazione 'Indipendenza della Fed: il rischio politico entra nello scenario' suggerisce che pressioni politiche esterne potrebbero rappresentare una minaccia per l'autonomia decisionale della banca centrale.

Qual è l'impatto dei dazi sull'inflazione secondo la Fed?

La Fed ritiene che i dazi abbiano contribuito ad accrescere il prezzo dei beni, influenzando così negativamente l'andamento dell'inflazione e mantenendola al di sopra del target.

FAQ generate con l'ausilio dell'intelligenza artificiale

di Alberto Battaglia

Alberto Battaglia è giornalista professionista specializzato in macroeconomia, mercati finanziari e assicurazioni. Responsabile dell’area macroeconomica e assicurativa di We Wealth, ha maturato la sua esperienza nelle principali testate economiche italiane: Milano Finanza, Radio24, Wall Street Italia, SkyTg24 e Il Sole 24 Ore Plus24.

Laureato in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito il Master in Giornalismo alla stessa università, con una esperienza di formazione alla London School of Economics and Political Science (LSE).

Nel 2022 ha vinto il Premio ABI-FEduF-FIABA “Finanza per il Sociale”, riconoscimento patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per la capacità di raccontare temi economici complessi con rigore e accessibilità. I suoi reportage sono stati pubblicati su Avvenire, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.

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