La Federal Reserve ha confermato i tassi interrompendo, come previsto, il ciclo di allentamenti avviato ininterrottamente da luglio, ma ha lasciato aperta la porta a possibili tagli futuri, attenuando i toni rispetto a un’inflazione che resta formalmente al di sopra del target.
“Queste elevate letture inflattive riflettono largamente il prezzo dei beni, che è stato accresciuto dall’effetto dei dazi”, ha dichiarato il presidente della Fed Jerome Powell nel corso della conferenza stampa, aggiungendo che “l’inflazione Pce core sta marciando un po’ al di sopra del 2% escludendo l’effetto dei dazi sui beni”.
Secondo Powell, il fatto che l’inflazione — il cui dato di dicembre indica un +2,7% — sia influenzata in modo rilevante dalle tariffe è “in verità una buona notizia, perché se non fosse per i dazi potrebbe indicare che [l’inflazione sopra l’obiettivo] arriva dalla domanda”. Quando l’andamento dei prezzi è sostenuto da una domanda eccessivamente robusta, le banche centrali sono infatti costrette a raffreddare l’economia alzando i tassi; al contrario, l’effetto dei dazi, ha ribadito il presidente della Fed, sarebbe destinato a esaurirsi come un impatto “una tantum”.
A rafforzare questa lettura, Powell ha sottolineato come sotto la superficie dei dati headline la dinamica dei prezzi appaia più benigna: “Se distogliamo lo sguardo dai beni e guardiamo ai servizi, vediamo effettivamente una disinflazione in corso in tutte le categorie di servizi”, ha spiegato, ricordando inoltre che “la maggior parte delle misure delle aspettative d’inflazione di lungo periodo rimangono coerenti con il nostro obiettivo del 2%”.
Tassi verso la neutralità e reazione composta dei mercati
La diagnosi di Powell contribuisce a spiegare perché, pur con un’inflazione stabilmente sopra il 2% da anni, la Fed non mostri l’urgenza di irrigidire ulteriormente la politica monetaria. Anzi, il presidente ha rimarcato come i tassi si collochino ormai “all’interno del range plausibile del livello neutrale”, quello che non stimola né frena l’economia, aprendo implicitamente alla possibilità che il prossimo movimento resti verso il basso, seppur con gradualità. In questo quadro, un taglio potrebbe arrivare più avanti nel corso del 2026, qualora l’effetto dei dazi si esaurisse e il mercato del lavoro mostrasse nuovi segnali di raffreddamento.
Le attese dei mercati, misurate dal FedWatch Tool, restano sostanzialmente invariate rispetto alla vigilia della decisione: il primo taglio è prezzato per giugno con una probabilità intorno al 60%, seguito da un secondo intervento a dicembre. Per la riunione di marzo, invece, la probabilità di un mantenimento dei tassi è ulteriormente salita, raggiungendo l’88,6%.
La reazione dei mercati è stata composta. Wall Street ha chiuso in sostanziale parità, riflettendo l’assenza di sorprese restrittive ma anche la consapevolezza che l’allentamento monetario non sarà né rapido né profondo. Il dollaro ha invece recuperato terreno, guadagnando lo 0,77% sull’euro, sostenuto da una Fed che si dice più vicina alla neutralità e da una crescita economica che Powell ha descritto come poggiata su basi solide.
Indipendenza della Fed: il rischio politico entra nello scenario
Sul quadro pesa però anche una variabile esterna alla dinamica macroeconomica. Come osserva Michael Pearce, chief U.S. economist di Oxford Economics, “i principali eventi che stanno plasmando le prospettive della Fed stanno avvenendo al di fuori dell’istituzione”. Il riferimento è alle tensioni legali e politiche che coinvolgono la banca centrale: dalla battaglia giudiziaria sul possibile licenziamento della governatrice Lisa Cook fino alle minacce legali rivolte allo stesso Powell. Secondo Pearce, si tratta di dossier che “probabilmente non porteranno a conseguenze rilevanti”, ma che, se dovessero avere esito negativo per la Fed, “comprometterebbero l’indipendenza operativa dell’istituzione, portando nel breve termine a tassi più bassi ma a un aumento delle aspettative d’inflazione”.
Un tema che lo stesso Powell ha evocato indirettamente. Interrogato su quale consiglio darebbe al suo successore, il presidente della Fed ha risposto con una massima di cinque parole: “Stay out of elected politics”. Un messaggio che suona come una linea di demarcazione netta tra politica monetaria e sfera politica, tanto più rilevante dopo che lo stesso Powell, l’11 gennaio, ha reso noto di essere oggetto di un’indagine penale condotta dall’ufficio della procuratrice federale del District of Columbia, Jeanine Pirro.
Nel complesso, il messaggio che emerge dalla Fed è quello di una banca centrale che ha archiviato la fase più acuta della lotta all’inflazione senza dichiararne la vittoria e che rivendica al tempo stesso la propria autonomia decisionale. Per i mercati, il segnale resta duplice: i tagli arriveranno, ma saranno guidati dai dati — e la credibilità dell’istituzione resta una variabile cruciale per tenere ancorate le aspettative di inflazione.

