I mercati sono sempre più imprevedibili: alternano più spesso fasi di forte stress a recuperi rapidi e inattesi. Le tensioni geopolitiche, le aspettative sui tassi, ancora una volta ridimensionate, dinamiche inflattive e rotazioni improvvise tra asset class rendono più complessa la costruzione del portafoglio. Oggi non basta scegliere dove investire, bisogna comprendere la fase di mercato e utilizzare gli strumenti più adatti ad affrontarla. È questo il messaggio emerso dalla conferenza organizzata da Leonteq al Salone del Risparmio 2026, in cui gli esperti della società svizzera hanno analizzato, con il contributo di Giovanni Picone di FreeFinance, il ruolo dei certificati di investimento in mercati sempre più segnati da volatilità e incertezza.
Certificati: dalla conoscenza alla consapevolezza
Negli ultimi anni,il mercato dei certificati ha compiuto un percorso di maturazione rilevante. Da strumenti da spiegare e far conoscere agli investitori, sono entrati progressivamente non solo nei portafogli dei risparmiatori, ma anche nel mondo della consulenza finanziaria. Ciò che ancora deve cambiare, secondo Giovanni Picone, è però il modo in cui vengono utilizzati.
“Quello che manca – ha spiegato – e su cui bisogna fare un passo in più, è la consapevolezza di usare determinate strutture in determinati momenti.” Per questo motivo è importante non considerare il certificato come una soluzione valida in ogni contesto, ma comprenderne la struttura e leggerla alla luce dello scenario di mercato.
Certificati e volatilità: la variabile da monitorare
Una delle variabili centrali, in questo senso, è senza dubbio la volatilità. Nei certificati a barriera, che rappresentano una parte significativa del mercato, l’aumento della volatilità incide sulla probabilità stimata che la barriera venga violata e, di conseguenza, sul prezzo del prodotto. È per questo che nelle fasi di forte stress il certificato può amplificare al ribasso i movimenti del sottostante.
Ma proprio qui entra in gioco la consapevolezza dell’investitore. Un movimento negativo del prezzo può essere legato non solo alla discesa del sottostante, ma anche all’aumento della volatilità. Se il sottostante smette di scendere e la volatilità si stabilizza, il certificato può recuperare terreno anche senza un forte rimbalzo dell’asset di riferimento. Per questo, nelle fasi di stress, il rischio è prendere decisioni guidate dal panico più che dalla lettura della struttura, “come quella di vendere subito un certificato sotto pressione”, ha precisato Picone.
Mercati tra rimbalzi e nuovi rischi
La riflessione sui certificati si inserisce in un contesto di mercato ancora molto complesso. Da un lato c’è l’azionario che ha mostrato una forte capacità di recupero, sostenuto anche dal ritorno di interesse verso i grandi titoli tecnologici e dall’esito positivo di molte trimestrali. Dall’altro, restano attivi diversi fattori di rischio: tensioni geopolitiche, rialzo delle commodity energetiche, timori inflattivi e pressione sulla parte lunga delle curve obbligazionarie.
Proprio l’obbligazionario, nella lettura proposta durante la conferenza, è stato tra i segmenti più penalizzati. La classica logica di decorrelazione tra azioni e bond, alla base di molti portafogli bilanciati, ha mostrato limiti evidenti quando queste stesse variabili hanno finito per pesare su entrambe le componenti. Anche l’oro, in alcune fasi di stress, non ha offerto la protezione attesa, confermando quanto la diversificazione tradizionale possa essere messa alla prova da mercati più selettivi.
In uno scenario simile, i certificati possono trovare spazio in portafoglio come strumenti ibridi. Da un lato mantengono un’esposizione ai sottostanti azionari; dall’altro possono generare flussi cedolari e incorporare meccanismi di protezione condizionata. Non eliminano il rischio, ma possono contribuire a costruire portafogli più flessibili, a condizione che vengano scelti con coerenza rispetto allo scenario.
Resilienza e rendimento: scegliere la struttura giusta
Il certificato, ha ricordato Picone, non è uno strumento “adatto a tutte le stagioni”. Va fatta un’importante distinzione tra certificati resilienti e certificati più aggressivi. I primi puntano a ridurre l’impatto delle fasi di ribasso attraverso barriere profonde, strutture airbag o sottostanti più diversificati, come gli indici. I secondi offrono una maggiore reattività e rendimenti potenziali più elevati, ma espongono il portafoglio a oscillazioni più marcate.
Quando aumentare o ridurre il rischio
In un contesto di volatilità bassa e mercati sui massimi, l’istinto potrebbe portare ad aumentare il rischio, inseguendo il trend positivo. Nel mondo dei certificati, però, questa scelta può rendere il portafoglio più fragile in caso di shock, perché la protezione incorporata viene acquistata quando la volatilità è meno remunerativa.
Al contrario, nelle fasi di volatilità più elevata, alcune strutture più reattive possono diventare più interessanti, perché il mercato incorpora già un livello maggiore di rischio e il successivo riassorbimento della volatilità può contribuire alla rivalutazione del prodotto. Secondo l’impostazione illustrata nel corso della conferenza, con volatilità bassa può essere preferibile privilegiare strutture su indici, barriere profonde e prodotti più difensivi. Con volatilità media o alta può crescere il peso di soluzioni più reattive, purché inserite in una costruzione complessiva del portafoglio e non come singole scommesse isolate.
La gestione attiva dei certificati
Un altro concetto importante emerso ha riguardato la gestione dei certificati che non può essere soltanto “statica”. In un mercato che cambia rapidamente, il portafoglio deve essere costruito per fasi, dosando la componente core più resiliente e quella più aggressiva. L’obiettivo è partecipare alle fasi positive, ma anche ridurre l’impatto delle correzioni e mantenere margini per ruotare verso nuove opportunità.
In questo senso, la volatilità, più che una minaccia da subire, diventa una guida. Una variabile che può aiutare a decidere quando privilegiare la protezione, quando accettare una maggiore reattività e come bilanciare le diverse strutture. Il portafoglio, più che essere costruito una volta per tutte, deve poter assorbire gli shock e adattarsi all’evoluzione dello scenario.

