Riforma della giustizia: l’inefficienza italiana, in cifre

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Ben al di là del nodo-prescrizione, processi civili e amministrativi da anni attendono una “scossa”

I dati sul sistema giudiziario nazionale, e il confronto con quelli degli altri Paesi, aiutano a capire in che misura l’Italia risulti indietro e quali siano le cause

L’inefficienza della giustizia italiana viene spesso citata dagli economisti come uno dei maggiori deterrenti all’afflusso di investimenti diretti esteri

L’inefficienza del sistema giudiziario italiano è nei numeri. Riformare la giustizia, in particolare quella civile e amministrativa, viene spesso considerata una delle priorità per migliorare l’attrattiva del Paese agli occhi degli investitori. La ragionevole durata dei processi, in particolare, è un diritto sancito dalla Costituzione che spesso, però, non trova una realizzazione nei fatti. La riforma della giustizia promossa dal ministro Marta Cartabia si propone di intervenire non solo sulla molto discussa prescrizione per i processi penali, ma anche nella velocizzazione e il miglioramento dell’efficienza per la giustizia civile e amministrativa. Quale situazione eredita, dunque, l’attuale governo?

Uno sguardo di respiro europeo sulla giustizia italiana l’ha offerto l’Eu Justice Scoreboard, che ha aggiornato a luglio i dati relativi a tutti gli stati membri all’anno 2019. Da quest’ultima fotografia è possibile scorgere un piccolo miglioramento rispetto alle criticità storiche del sistema giudiziario italiano: rispetto ai dati di cinque anni prima, i tempi per il primo grado di giudizio nelle cause civili si è ridotto (i dati sono inclusi nei grafici in basso), mentre la spesa pro capite per la giustizia è aumentata così come il numero dei giudici. Il confronto generale fra Italia e il resto d’Europa, tuttavia, resta fortemente negativo.

Il contenzioso civile italiano impiega più di 500 giorni per raggiungere il primo grado di giudizio; è il dato più elevato nell’Ue, dopo quello greco. La situazione peggiora ulteriormente con il secondo e il terzo grado – quest’ultimo, in particolare, richiede un’attesa di circa 1300 giorni; è una vera anomalia se si considera che quello spagnolo, il terzo grado di giudizio più “lento” dopo quello italiano (sempre per le cause civili) richiede meno della metà del tempo.

Parte del problema è dovuto alla mole di cause civili in corso in Italia: in rapporto alla popolazione, il Bel Paese è qui al secondo posto in Europa, con una distanza minima dall’Ungheria.

 

Questo sovraccarico si combina con un numero ridotto di giudici in rapporto alla popolazione. In Italia ce ne sono poco più di dieci ogni 100mila persone, in linea con Spagna e Francia, ma molto meno della metà rispetto alla Germania – dove una causa civile raggiunge il primo grado di giudizio in meno della metà del tempo. L’Italia è al 21esimo posto sui 27 stati membri Ue per numero di giudici pro capite.

Anche la giustizia amministrativa italiana risulta decisamente ingolfata: il primo grado di giudizio è il terzo più lento d’Europa, dietro a quelli di Portogallo e Malta. Se si considerano tutti i gradi di giudizio, poi, le tempistiche per raggiungere una sentenza definitiva in materia amministrativa sono le quinte più lunghe. Fanno peggio solo alcuni Paesi mediterranei come Cipro, Malta e Grecia.

Dai palazzi di giustizia, la scarsità di risorse per far fronte alla mole di lavoro viene spesso indicata come uno dei fattori problematici. Lo stato italiano al decimo posto in Europa in termini di spesa pro capite per la giustizia, davanti a Paesi come la Francia, ma dietro alla Germania. Anche in rapporto al Pil la spesa italiana risulta un po’ al di sopra della media (all’11esimo posto) e, di per sé, questo dato non è molto utile a comprendere le anomalie finora illustrate.

Parte della risposta, in qualche modo inclusa nei provvedimenti delineati dal ministro Cartabia, consiste nell’insufficiente incentivo alle misure di risoluzione delle controversie alternative al procedimento giudiziario. Queste ultime, infatti, favorirebbero l’alleggerimento del carico di lavoro che grava sulla magistratura, contribuendo a smaltire i contenziosi accumulati. Su questo punto l’Italia rimane molto indietro rispetto alla media europea. I punteggi attribuiti dallo EU Scoreboard mostrano come gli incentivi alle soluzioni alternative alle controversie (Adr) risultino i sesti più deboli in tutta Europa, alle spalle di tutti i Paesi più avanzati (sempre per fare il medesimo confronto, con la Germania è quinta). In particolare gli Adr risultano carenti in Italia per quanto riguarda la materia del diritto del lavoro e il diritto amministrativo, mentre per le cause civili gli incentivi sono, in verità, fra i più alti in Europa.

di Alberto Battaglia

Alberto Battaglia è giornalista professionista specializzato in macroeconomia, mercati finanziari e assicurazioni. Responsabile dell’area macroeconomica e assicurativa di We Wealth, ha maturato la sua esperienza nelle principali testate economiche italiane: Milano Finanza, Radio24, Wall Street Italia, SkyTg24 e Il Sole 24 Ore Plus24.

Laureato in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito il Master in Giornalismo alla stessa università, con una esperienza di formazione alla London School of Economics and Political Science (LSE).

Nel 2022 ha vinto il Premio ABI-FEduF-FIABA “Finanza per il Sociale”, riconoscimento patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per la capacità di raccontare temi economici complessi con rigore e accessibilità. I suoi reportage sono stati pubblicati su Avvenire, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.

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