Nel Global Wealth Report 2026 l’Italia esce meglio di quanto suggerisca il dibattito pubblico: 11° al mondo per ricchezza mediana, tra le distribuzioni meno diseguali del campione. Ma tre quarti del patrimonio delle famiglie sono immobilizzati e la ricchezza reale è ferma dal 2020.
I nuovi milionari nel 2025 sono in Italia circa 28.600, ma la cosa interessante — soprattutto per chi guarda ai patrimoni italiani — sta in altre tre tabelle, che compongono il ritratto di uno Stato con profili nuovi e diversi.
Ricchezza mediana, l’Italia è undicesima al mondo
La ricchezza personale globale è cresciuta del 10,8% in dollari nel 2025, più del doppio dei due anni precedenti. Ma nello stesso anno la ricchezza mediana — il valore che divide la popolazione esattamente a metà — è diminuita nella maggior parte dei mercati monitorati. La media sale perché sale il vertice della distribuzione; la posizione di chi sta nel mezzo arretra. E’ il segnale di una concentrazione in corso che i conteggi dei milionari, da soli, non mostrano.
In questo quadro l’Italia occupa una posizione singolare.
Per ricchezza media per adulto è 23°, con circa 279.000 dollari: dietro Germania, Francia e Spagna, a distanza siderale dalla Svizzera.
Per ricchezza mediana risale all’11° posto, con circa 131.000 dollari: sopra Paesi Bassi, Regno Unito e Francia, e più del doppio della Germania, ferma a 53.000.
Il confronto più istruttivo è con gli Stati Uniti: secondi al mondo per media, con quasi 700.000 dollari per adulto, ma ventottesimi per mediana, sotto i 70.000. L’americano mediano, con una ricchezza media nazionale quasi tripla della nostra, sta patrimonialmente peggio dell’italiano mediano.
L’Italia tra i Paesi con la ricchezza più distribuita
Il coefficiente di Gini completa il quadro: 0,54 per l’Italia, contro lo 0,77 degli Stati Uniti, lo 0,74 della Svezia, lo 0,68 della Svizzera. Tra le grandi economie del campione, la nostra è una delle distribuzioni patrimoniali meno diseguali. La ricchezza italiana non è concentrata in poche mani: è diffusa, capillare, appoggiata su una base ampia di famiglie proprietarie.
Tre quarti della ricchezza italiana sono immobilizzati
Il rapporto misura la quota di asset liquidi — liquidità, depositi, fondi comuni, titoli detenuti direttamente, previdenza volontaria — sul patrimonio netto delle famiglie. In Italia questa quota è il 24%.
Negli Stati Uniti è il 47%, in Australia il 45%, in Svizzera e Lussemburgo intorno al 40%, nel Regno Unito il 38%.
Tre quarti della ricchezza delle famiglie italiane sono dunque immobilizzati: case in primo luogo, poi partecipazioni societarie, polizze, previdenza obbligatoria. Non è ricchezza di qualità inferiore — l’immobile e l’azienda sono spesso ciò che ha costruito la solidità mediana di cui sopra — ma è ricchezza che si comporta in modo profondamente diverso dal denaro. Non si fraziona senza costi, non si mobilita in tempi brevi, non si divide tra più aventi diritto senza vendere o senza che qualcuno compensi qualcun altro.
Il rapporto stesso lo osserva con una formula: essere milionari non significa avere un milione in banca, e per la maggior parte dei patrimoni fino ai cinque milioni di dollari l’abitazione di proprietà è la componente dominante. Sono le valutazioni immobiliari a promuovere molte famiglie nella fascia milionaria, senza che il loro reddito disponibile cambi di un euro.
La liquidità cresce, ma il divario resta
C’è peraltro una tendenza di fondo che vale la pena annotare: in tutti i mercati monitorati la quota liquida del patrimonio è cresciuta costantemente negli ultimi 10-15 anni. Anche in Italia, dal 23% del 2011 al 24% attuale. Ma il passo è lento, e il divario con i sistemi anglosassoni — dove la diffusione di azioni e fondi presso le famiglie fa la differenza — resta strutturale, radicato nella cultura dell’investimento prima ancora che nella ricchezza disponibile.
Fattore tempo: ricchezza italiana ferma dal 2020
Il terzo elemento è forse il più severo. Misurata in valuta locale e al netto dell’inflazione, la ricchezza media per adulto in Italia è rimasta sostanzialmente piatta dal 2020: il rapporto la definisce l’unico caso del campione in cui, in sei anni, non è cambiato praticamente nulla.
Attorno a noi, la Corea del Sud è cresciuta di oltre il 55%, la Russia del 37%, la Croazia del 29%. La crescita italiana del 2025 espressa in dollari — come quella di tutta l’area euro — è in larga parte un effetto cambio: l’euro si è apprezzato di circa il 9% sul biglietto verde, gonfiando otticamente valori che in moneta costante non si sono mossi.
Il patrimonio degli italiani non cresce, ma nemmeno si concentra. Si conserva, distribuito com’è, in attesa.
Great Wealth Transfer, cosa succederà al patrimonio italiano?
Nell’intervista che apre il documento, il capo economista di Ubs Paul Donovan segnala che il grande trasferimento di ricchezza tra generazioni in corso — il Great Wealth Transfer — sta attirando attenzione politica, e che i governi, con rapporti debito-Pil più alti del recente passato, cercheranno verosimilmente di mobilitare la ricchezza privata per abbassare il costo del proprio debito.
Aggiunge un’osservazione meno citata ma più sottile: la disuguaglianza è oggi più visibile che mai per effetto dei social media, al punto che la percezione dell’iniquità cresce anche dove l’iniquità misurata diminuisce. La ricchezza, insomma, è tornata a essere un tema politico prima che economico?
Per un Paese come il nostro, questa combinazione merita una riflessione. L’Italia ha un patrimonio familiare mediano tra i più solidi d’Occidente, distribuito in modo relativamente equo, ma fermo in termini reali da sei anni e immobilizzato per tre quarti in attivi che non si possono spendere, dividere o trasferire con un bonifico. Nei prossimi 15 anni una parte rilevante di questo patrimonio cambierà di mano per ragioni anagrafiche, dentro un contesto in cui le regole oggi sono favorevoli.
Nel momento in cui questa ricchezza dovrà muoversi — passare a un figlio, dividersi tra più eredi, sostenere una successione d’impresa — con che cosa, concretamente, si muoverà? Il rapporto non dà la risposta, ma il dato del 24% suggerisce che la risposta, per la maggior parte delle famiglie italiane, non è già scritta nel patrimonio. Va preparata.
