Un tempo si diceva che il private equity fosse una partita riservata agli investitori istituzionali. Oggi, invece, sono gli investitori al dettaglio, i clienti del wealth management globale, a fornire una nuova fonte di capitale a un settore che continua a fare i conti con il calo della raccolta. Secondo i dati PitchBook, nei dodici mesi terminati a giugno 2026 il fundraising globale del private equity si è fermato a 468,8 miliardi di dollari, in calo del 12,1%. In parallelo, si è ridotto di oltre un terzo anche il numero dei fondi che hanno completato la raccolta, a segnalare una crescente concentrazione del settore. Senza un cambio di marcia, il 2026 sarà il quinto anno di raccolta in calo per il private capital nel suo complesso.
Ma per i non addetti ai lavori l’aspetto più interessante è che gli investitori retail stanno assumendo un ruolo sempre più importante nell’alimentare l’industria. “I crescenti afflussi provenienti dagli investitori retail stanno diventando la principale fonte di nuovo capitale”, afferma il report di PitchBook. “Dalla fine del 2024 al primo trimestre del 2026, il patrimonio gestito dai fondi evergreen di private equity statunitensi è quasi raddoppiato, passando da 51,3 a 99,3 miliardi di dollari”.
La crescita degli evergreen non è soltanto il risultato dell’aumento delle valutazioni degli asset in portafoglio. Secondo i dati Morningstar-PitchBook, gli evergreen statunitensi di private equity appartenenti alle categorie interval fund e tender-offer fund hanno registrato afflussi netti per 16,3 miliardi di dollari nei dodici mesi terminati a marzo 2026.
Il fenomeno contribuisce a concentrare ulteriormente il capitale raccolto “nelle mani dei grandi gestori, che dispongono già di prodotti consolidati destinati alla clientela wealth”, osserva PitchBook.
Mercati privati, la raccolta rallenta. Resistono solo i capitali del private debt
L’andamento della raccolta globale per strategia. Variazioni percentuali rispetto ai dodici mesi precedenti. Dati aggiornati al 30 giugno 2026.
| Strategia | Raccolta Miliardi di dollari | Variazione Raccolta annua | Numero Fondi | Variazione Numero fondi |
|---|---|---|---|---|
| Private equity | 468,8 | −12,1% | 862 | −35,5% |
| Venture capital | 183,1 | −4,2% | 1.815 | −31,6% |
| Immobiliare | 90,7 | −32,5% | 357 | −39,1% |
| Asset reali | 137,3 | −26,2% | 99 | −52,4% |
| Private debt | 309,1 | +14,0% | 259 | −39,6% |
| Fondi di fondi | 26,5 | −57,2% | 92 | −66,1% |
| Mercato secondario | 95,1 | −20,6% | 73 | −30,5% |
| Co-investimenti | 37,5 | −18,3% | 206 | −46,4% |
| TOTALE MERCATI PRIVATI | 1.348,0 | −12,7% | 3.763 | −37,0% |
Private equity, la raccolta torna a crescere dopo sette trimestri di calo
La buona notizia per il settore è che fra aprile e giugno la dinamica della raccolta del PE ha dato un primo segnale di recupero congiunturale, interrompendo una sequenza di sette trimestri consecutivi di contrazione della raccolta misurata sui dodici mesi mobili.
Nel secondo trimestre del 2026, i fondi che hanno completato il fundraising hanno raccolto complessivamente 165,3 miliardi di dollari, riportando il totale degli ultimi dodici mesi dai 417 miliardi del primo trimestre a 468,8 miliardi. “Si tratta di un segnale incoraggiante per un’industria che attraversa da diversi anni una fase di difficoltà nella raccolta, mentre cerca di smaltire gli effetti dell’espansione registrata negli anni del boom successivo alla pandemia”, ha affermato PitchBook.
Nonostante alcune note positive, i risparmiatori avrebbero ragione di farsi più di una domanda quando viene loro proposta un’asset class, quella del private equity, nella quale gli investitori istituzionali stanno incontrando da tempo difficoltà ad assumere nuovi impegni di capitale.
In parte, questo rallentamento è il risultato delle allocazioni cresciute molto negli anni passati, che avrebbero portato gli istituzionali “ad avvicinarsi ai limiti di rischio”. Ma è solo un pezzo della storia. L’aumento dei tassi d’interesse rispetto all’era Covid ha reso più complicato vendere le aziende a condizioni favorevoli, riducendo le distribuzioni e ostacolando il meccanismo che alimenta la raccolta di nuovi fondi. Tipicamente, infatti, dopo aver sottoscritto un fondo di private equity, l’investitore attende che il gestore valorizzi e venda le partecipazioni: incassa così, auspicabilmente con ritorni all’altezza delle aspettative, il capitale investito e gli eventuali guadagni, che può decidere di reinvestire in un nuovo veicolo.
Quasi 5mila miliardi di dollari ancora nei fondi più anziani
La debolezza delle distribuzioni ha fatto sì che, fra il 2022 e il 2025, i flussi di cassa netti per gli investitori dei mercati privati siano rimasti negativi, con richiami di capitale superiori alle somme restituite dai fondi.
Il risultato è un crescente stock di investimenti che rimangono nei portafogli dei fondi più anziani, in attesa che i guadagni ancora sulla carta si trasformino in liquidità. PitchBook descrive questo fenomeno come “l’invecchiamento del valore patrimoniale netto (NAV)”, che “rappresenta una delle principali preoccupazioni per l’ecosistema dei mercati privati”.
Si parla di quasi 5mila miliardi di dollari di valore patrimoniale netto detenuto da fondi di private capital, non soltanto di private equity, che hanno almeno sette anni di vita: una cifra pari al 39% del NAV complessivo a dicembre 2025. “È proprio l’enorme dimensione raggiunta da questi asset più maturi a destare preoccupazione, mentre gli investitori continuano ad attendere che i guadagni ancora sulla carta si trasformino in liquidità”, osserva PitchBook.
La democratizzazione dei mercati privati: un’opportunità anche per i gestori
È quindi legittimo chiedersi come sia possibile che i fondi evergreen, veicoli d’investimento privi di una scadenza prestabilita, abbiano pressoché raddoppiato il proprio patrimonio in quindici mesi, durante i quali il resto dell’ecosistema continuava a fare i conti con le difficoltà della raccolta e delle distribuzioni.
Una possibile spiegazione è che i grandi gestori abbiano individuato nella clientela wealth una nuova fonte di capitale, capace di affiancare quella istituzionale proprio nel momento in cui quest’ultima incontra maggiori difficoltà a investire ancora.
“Dal punto di vista dei gestori, le dinamiche economiche stanno ridefinendo le strategie”, affermavano gli analisti di Morningstar-PitchBook in Benchmarking the Evergreen Evolution. “Con il rallentamento della raccolta dei tradizionali fondi chiusi di private market e le allocazioni dei grandi investitori istituzionali che si avvicinano ai rispettivi limiti massimi, i gestori guardano al mercato del wealth management come a una fonte stabile di capitale a lungo termine. Le strutture evergreen – aggiungono – consentono di beneficiare di afflussi ricorrenti, di una distribuzione commerciale scalabile e di flussi commissionali più prevedibili, offrendo così un contrappeso alla natura ciclica della raccolta presso gli investitori istituzionali”.
La “democratizzazione” dei mercati privati non rappresenta quindi soltanto l’accesso a opportunità un tempo riservate a un’élite: riflette anche l’evoluzione di un’industria che ha sempre più bisogno dei risparmiatori per continuare a raccogliere capitali.

