Gli evergreen stanno cambiando il modo in cui i private markets entrano nei portafogli della clientela wealth. Ma proprio la rapidità della loro crescita solleva una questione centrale: rendere più semplice l’accesso agli asset privati non significa renderli liquidi. È uno dei temi emersi a IPEM Global Paris 2026, durante il panel Evergreen funds – gamechanger or end game?, che ha riunito Alisa Wood partner di KKR, Theo Delia Russell Deputy Head Private Banking Division and Management Committee di Mediobanca, Marco Zamberletti, Managing Director, Head of Managed Investments di Deutsche Bank Switzerland e Alexandre Lefebvre, Head of Amundi Alternative and Private Assets. Il punto di partenza è la dimensione raggiunta dal mercato. Durante il panel, Novantigo ha fornito una fotografia specifica dell’Europa, con circa 470 fondi evergreen, 193 asset manager e 212 miliardi di euro di masse, rispetto ai 65 miliardi di fine 2023.
Perché gli evergreen stanno crescendo
Il successo di questi strumenti nasce innanzitutto dai limiti operativi dei tradizionali fondi chiusi: capital call, tempi di investimento lunghi e maggiore complessità gestionale. Lefebvre ha spiegato come gli evergreen possano semplificare l’accesso ai private markets e rendere più immediata l’allocazione. Ma ha anche richiamato un punto decisivo: la struttura non cambia la natura illiquida degli asset sottostanti. Per questo diventano essenziali sia gli strumenti di gestione della liquidità sia una disclosure chiara verso l’investitore. Il tema si lega direttamente alla crescita del wealth. Wood ha ricordato come gli investitori istituzionali abbiano progressivamente aumentato nel tempo l’esposizione ai private markets, fino a quote molto rilevanti in portafoglio. In molti casi, però, quel canale ha ormai margini di espansione più limitati. La clientela privata rappresenta quindi una nuova frontiera di crescita, resa possibile proprio da strutture capaci di facilitare l’accesso.
Zamberletti: non tutti gli evergreen sono uguali
Zamberletti ha posto l’accento sulla qualità dell’accesso. L’apertura dei private markets al wealth è positiva quando il cliente privato partecipa agli stessi investimenti degli istituzionali e non a una seconda fascia di opportunità. Da qui la necessità di distinguere tra i diversi veicoli: non tutti gli evergreen sono uguali. Il punto non è soltanto la struttura, ma il deal flow a cui il fondo accede, l’allineamento tra le diverse categorie di investitori e la qualità della due diligence. Lo stesso principio vale per la democratizzazione. Per Zamberletti il vero tema non è semplicemente abbassare il ticket minimo, ma verificare se l’investimento sia coerente con il patrimonio complessivo del cliente e con la sua capacità di sostenere l’illiquidità.
Delia Russell: il rischio è l’“ETF-izzazione”
Sul fronte della distribuzione, Delia Russell ha evidenziato un rischio diverso: trattare gli evergreen come se fossero prodotti tradizionali e facilmente liquidabili. Secondo il manager di Mediobanca, questi strumenti rappresentano una forte innovazione per i distributori, ma non possono essere gestiti come Etf. La struttura del prodotto può essere la stessa, ma cambiano radicalmente il tipo di cliente, il livello di educazione necessario e la capacità di sopportare periodi di illiquidità. Il rischio aumenta quando la corsa al mercato spinge i GP a distribuire lo stesso veicolo su più piattaforme e presso segmenti molto diversi tra loro.
KKR: la complessità non scompare, si sposta
Wood ha poi sottolineato un altro aspetto: gli evergreen non sono semplicemente prodotti per il wealth, ma un diverso modo di accedere ai private markets. La differenza rispetto ai fondi chiusi è soprattutto nella gestione della complessità. Capital call, J-curve, diversificazione e reinvestimento non scompaiono: vengono in larga parte trasferiti dall’investitore finale al gestore. Per questo, secondo KKR, un evergreen può avere senso anche per gli istituzionali, purché vi sia reale allineamento tra le diverse categorie di investitori e una gestione attenta dei possibili squilibri di liquidità.
Liquidità e gate, il vero banco di prova
Il tema su cui il panel ha mostrato maggiore convergenza è quello della liquidità. Zamberletti ha sottolineato che i gate non dovrebbero diventare oggetto di negoziazione caso per caso, ma restare una componente strutturale del prodotto e della gestione dei rimborsi. Wood ha spostato invece l’attenzione sulla composizione della cosiddetta liquidity sleeve: più che concentrarsi soltanto sulla soglia formale dei gate, è importante capire quali strumenti vengono utilizzati per sostenere i rimborsi e quanto siano realmente liquidi nei momenti di stress. Delia Russell ha inoltre richiamato la necessità di una maggiore regia tra GP e distributori. Con molti prodotti, Paesi e canali coinvolti contemporaneamente, serve una sorta di “traffic controller” capace di governare crescita, distribuzione e capacità del veicolo.
Public e private sempre più nello stesso portafoglio
Il punto d’arrivo del confronto riguarda infine la costruzione del portafoglio. Lefebvre ha osservato come sempre più clienti stiano smettendo di considerare public e private markets come due universi separati. La convergenza avviene quindi soprattutto sul lato dell’investitore, che guarda sempre di più al patrimonio in modo unitario. Per le private bank questo significa andare oltre la semplice distribuzione del prodotto: servono ricerca, due diligence e capacità di integrare asset liquidi e illiquidi in un vero total portfolio approach. Delia Russell ritiene che questa evoluzione renderà progressivamente i private markets una componente ordinaria dell’asset allocation. Anche dal lato dei gestori, le aspettative restano elevate: KKR stima che nei prossimi tre-cinque anni una quota molto significativa dei flussi nel private equity possa arrivare proprio dagli evergreen. La domanda, quindi, sembra essere cambiata. Non più se gli evergreen resteranno, ma come farli crescere senza confondere accessibilità e liquidità. È su questa distinzione che si giocheranno la qualità della distribuzione e la tenuta del mercato nei momenti di stress.
