Private banking e private market: l’Italia può crescere così

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Innocenzo Cipolletta, presidente di AIFI, è in piedi su un podio durante la conferenza annuale AIFI 2025. Un grande schermo dietro mostra il titolo introduttivo e i loghi di AIFI, KPMG e Assolombarda. L'ambiente dell'evento è formale, con uno sfondo nei toni del blu e del verde.

Gli investitori privati sono la chiave per far decollare il private capital. E il private banking può essere il ponte tra patrimonio e innovazione

Indice

C’è una nuova frontiera della crescita in Italia, e si chiama private capital. Per rendere veramente competitive le piccole medie imprese italiane sono necessari ingenti investimenti, secondo Draghi per spingere le pmi europee saranno necessari 800miliardi di euro all’anno, e una tale cifra non può essere coperta solo dai capitali pubblici.

Il mondo del private capital oggi vale ancora troppo poco nei portafogli degli investitori privati, ma rappresenta la più concreta opportunità per spingere l’economia reale, sostenere l’innovazione delle imprese e trasformare il risparmio in ricchezza. E proprio il private banking è chiamato a guidare questa transizione.

Durante il convegno annuale dell’AIFI – l’associazione che rappresenta il private equity, il venture capital e il private debt in Italia – è emersa con chiarezza la centralità del ruolo che i consulenti finanziari e le banche private possono giocare nel portare il private market al centro delle strategie patrimoniali degli italiani.

Oggi, secondo AIFI, solo lo 0,5% della ricchezza finanziaria delle famiglie italiane è allocata nei mercati privati. Il dato stride con la crescita del 36% della ricchezza familiare negli ultimi anni, rimasta però ancorata a immobili e liquidità. Il 40% degli attivi liquidi degli italiani giace sui conti correnti. Intanto però, gli investimenti alternativi sono sempre più presenti nei portafogli dei grandi investitori internazionali, dove rappresentano fino al 20%.

Il private banking come acceleratore culturale

È qui che entra in gioco il private banking. Secondo una recente rilevazione AIFI, l’86% degli imprenditori italiani riconosce che la propria cultura finanziaria è migliorata grazie al confronto con il proprio banker. E proprio negli incontri di pianificazione – che non riguardano solo investimenti, ma anche la trasmissione d’impresa e la crescita familiare – il tema dei private market può trovare spazio. A condizione che il settore privato venga affiancato da un quadro normativo più favorevole, come ricordato dal sottosegretario al Mef Federico Freni.

Private equity, venture capital e debito privato: i numeri di un’opportunità

Il private capital in Italia coinvolge oggi quasi 2.400 società partecipate in private equity e venture capital, e oltre 600 nel comparto del private debt. Una realtà che dà lavoro a più di 850mila persone. Ma il potenziale resta inespresso: secondo Innocenzo Cipolletta, presidente AIFI, “le imprese italiane con capitale privato sono ancora troppo poche rispetto a quelle potenzialmente interessate”.

I numeri parlano chiaro: il ticket medio degli operatori italiani nel private equity è di circa 16 milioni di euro, perfettamente calibrato sulla spina dorsale del settore imprenditoriale italiano, dove a prevalere sono le piccole e medie imprese. Ma questo non significa che non siano necessari anche investimenti più ingenti, al momento nelle mani degli investitori internazionali con un investimento medio di 104milioni dagli Stati Uniti e 84milioni dal Regno Unito.

In generale, la raccolta in Italia cresce, ma resta lontana anche dai competitor più vicini, come la Francia. Il panorama del venture capital ha iniziato a svilupparsi in contemporanea in questi due Paesi, ma poi i percorsi hanno preso strade molto diverse. Basti pensare che, come raccontato da Anna Gervasioni, rettrice dell’Università LIUC e direttrice generale di AIFI, negli ultimi cinque anni, per ogni euro raccolto in Italia dai private individuals, in Francia ne sono stati raccolti dieci.

Un cambio di paradigma necessario

Fino a quindici anni fa, il private equity era visto come una possibilità di investimenti pioneristici, dedicati solo a investitori molto specializzati. Oggi non è più così, i mercati privati non sono più una “cottage industry” riservata agli investitori sofisticati. Sono una componente matura e industrializzata dell’asset management. Basti pensare che anche il mondo degli asset manager è finalmente entrato nel private market, con grandi nomi come BlackRock, Fidelity, UBS e Vanguard che investono nel settore.

“Questo è stato il secolo dell’equity”, ha ricordato Giorgio Gobbi, responsabile della sede milanese di Banca d’Italia. Tuttavia, le borse stanno diventando un club per grandi aziende. I capitali privati, invece, possono offrire un’alternativa concreta per le imprese che vogliono crescere senza necessariamente quotarsi.

E proprio per sostenere questa trasformazione, il private banking ha un compito preciso: aiutare gli investitori italiani a spostarsi da una logica di protezione del patrimonio a una logica di crescita patrimoniale, portando più private capital nei portafogli, e più capitale di rischio alle imprese. È un passaggio culturale, prima ancora che finanziario. Ma il momento, a detta degli operatori, è maturo.

di Matilde Sperlinga

Giornalista, in We Wealth si occupa di mercati, con un focus su geopolitica e venture capital. Laureata in Scienze Politiche e Filosofia presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano.

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