Politiche monetarie e fiscali accomodanti, crescita degli utili e intelligenza artificiale. Ecco perché il 2026 potrebbe essere nuovamente un anno da record per Wall Street
Morgan Stanley, Goldman Sachs, l’FMI, The Economist: queste sono solo alcune delle fonti che VisualCapitalist, sito di informazione economico-finanziario, ha analizzato per capire dove andranno i mercati nel 2026. Le 2 mila previsioni raccolte da articoli e report di analisti e esperti di settore, sono state poi sintetizzate in 25 punti di raccordo. Ecco qual è il Prediction Consensus per il 2026.
L’anno del ritorno del rischio
Se il 2025 è stato un anno di aggiustamento — con i mercati che si sono ricalibrati su tassi più alti, la geopolitica riorganizzata attorno a una seconda amministrazione Trump e ai dazi, e l’IA passata dall’hype all’implementazione — il 2026 si profila come un anno di consolidamento. Il sentimento condiviso è cautamente ottimista, ma attraversato da incertezza. Morgan Stanley descrive il 2026 come “l’Anno del Ritorno del Rischio”, un periodo in cui l’attenzione dei mercati si sposta dalle ansie macro ai fondamentali micro, creando un terreno fertile per gli asset più rischiosi. Il contesto politico è inoltre insolitamente favorevole: stimolo fiscale, un allentamento monetario continuo (seppur più lento) e deregolamentazione formano quello che gli analisti definiscono un “triumvirato politico” raramente visto al di fuori delle recessioni.
S&P 500: attesi guadagni a doppia cifra
Tant’è che gli analisti di Wall Street sembrano essere d’accordo: il 2026 sarà un anno caratterizzato ancora da performance positive, anche se i rendimenti degli ultimi anni saranno difficili da replicare – l’S&P 500 ha performato in media più del 20% annuo da inizio 2023. Tra le grandi banche americane più rialziste, c’è JP Morgan, che ha fissato il target price per fine anno a 8000 punti, scenario che si renderebbe concreto in particolar modo se la Fed decidesse di allentare la sua politica monetaria più del previsto. Morgan Stanley invece evidenzia a supporto di uno scenario rialzista il ritorno della leva operativa, i guadagni di efficienza dell’Intelligenza Artificiale e una politica fiscale accomodante. Secondo Bank of America invece il fattore determinante che fa ben sperare è la crescita degli utili. Gli “eps” (il rapporto tra utili e azioni) dovrebbe aumentare nel corso dell’anno del 14%, mentre i multipli “p/e” potrebbero contrarsi di 10 punti. Simile valutazione per Morgan Stanley, che prevede un “eps” medio dell’S&P 500 di 317 dollari (crescita del 17%).
Il super-ciclo dell’oro continuerà?
L’oro per gli operatori di settore resta uno degli asset dalle previsioni più positive e meno incerte. Morgan Stanley punta a 4.500 dollari l’oncia, circa il 9% in più rispetto ai livelli attuali. Il World Gold Council osserva che l’oro ha registrato oltre 50 nuovi massimi storici nel 2025 e potrebbe segnare il suo quarto miglior rendimento annuale dal 1971. I driver sono strutturali: acquisti delle banche centrali, copertura geopolitica e preoccupazioni sulla sostenibilità fiscale. In uno scenario di doom loop di deterioramento fiscale accelerato, l’oro potrebbe salire del 15–30% rispetto ai livelli attuali.
2026, ancora l’anno dell’IA
Per il terzo anno consecutivo, l’intelligenza artificiale è il tema dell’anno. Se nel 2024 l’attenzione era sull’hype e nel 2025 sull’implementazione su larga scala, nel 2026 il confronto tra gli analisti riguarda integrazione e conseguenze. Deloitte prevede che entro la fine del 2026 fino al 75% delle aziende potrebbe investire in IA agentica (sistemi autonomi in grado di pianificare, agire e adattarsi con una supervisione umana limitata). Questi agenti di IA diventeranno “colleghi digitali”, aiutando piccoli team a ottenere risultati sproporzionati rispetto alle dimensioni aziendali. Inoltre, dopo anni di attesa, i guadagni di produttività derivanti dall’IA dovrebbero finalmente materializzarsi in modo misurabile. Secondo Morgan Stanley le aziende software e internet dovrebbero vedere i ricavi da IA generativa crescere di oltre 20 volte nei prossimi tre anni.
Economia: sarà un atterraggio morbido?
Lato previsioni economiche, l’FMI prevede una crescita globale del 3,2% nel 2025 e del 3,1% nel 2026 — al di sotto della media pre-pandemia del 3,7%, ma non recessiva. Morgan Stanley si aspetta numeri simili: crescita globale del 3,0% nel 2025 e del 3,2% nel 2026 e 2027. Le economie avanzate dovrebbero crescere intorno all’1,5–1,6%, mentre i mercati emergenti rimangono sopra il 4%. Il consenso è per un atterraggio morbido: la crescita rallenta, l’inflazione continua la sua graduale discesa e le banche centrali allentano la politica monetaria — ma non in modo aggressivo. Lo scenario base di Morgan Stanley prevede che la Fed riduca i tassi al 3,0–3,25% entro metà anno e poi faccia una lunga pausa. La BoE dovrebbe portare i tassi al 2,75% prima di fermarsi. La BCE, alle prese con un’inflazione sotto il target e una crescita debole, potrebbe tagliare più di quanto i mercati attualmente scontino. Il Giappone rimane un’eccezione: l’unica grande banca centrale dei paesi sviluppati potenzialmente in rialzo, con la BoJ che dovrebbe arrivare allo 0,75% entro dicembre prima di prendersi una pausa.
Dazi: qua per restare
Forse nessun tema genera più consenso di questo: il regime dei dazi è destinato a durare. I dazi reciproci di Trump generano quasi 300 miliardi di dollari di entrate annue e, sebbene possano affrontare sfide legali (Barclays si aspetta che la Corte Suprema li dichiari illegali), l’aliquota tariffaria effettiva ha raggiunto il 12,1%, il livello più alto dal 1934. Tuttavia, l’impatto economico sembra essere assorbito in modo più graduale di quanto molti temessero. UBS prevede una “fase debole” all’inizio del 2026, con i dazi che influenzeranno i prezzi negli Stati Uniti, seguita da un ampliamento e rafforzamento della crescita a partire dal secondo trimestre. Ma il cambiamento strutturale è profondo: il commercio potrebbe riorientarsi in modo permanente, con una sempre più diffusa diversificazione delle catene di approvvigionamento e un utilizzo dei dazi da parte degli Stati Uniti come strumento di leva economica.