Al termine di quella “buona posizione” in cui la Bce dice trovarsi – e in cui potrebbe restare per tutto il 2026 – ci sarà un taglio o un rialzo dei tassi? La risposta, oggi più che mai, è tutt’altro che scontata. Lunedì il membro del Consiglio Isabel Schnabel ha dato corpo agli argomenti in favore di un futuro rialzo dei tassi in un’intervista a Bloomberg, sostenendo che il ciclo di tagli è probabilmente concluso e che una pluralità di fattori, fra cui gli incrementi nella spesa pubblica e della produttività collegata all’AI, potrebbero far crescere il tasso d’interesse neutrale – quello che non stimola né contrae l’economia. Di conseguenza, mantenere a lungo i tassi di riferimento sull’attuale 2%, nella logica espressa da Schnabel, potrebbe rivelarsi di fatto un allentamento della politica monetaria – se l’interesse neutro nel frattempo si sarà spostato verso l’alto.
Un altro “falco” del Consiglio, il governatore slovacco Peter Kazimir, ha rincarato la dose martedì, dichiarando a Reuters che nel corso del 2026 un calo dell’inflazione nell’Eurozona, dovuto a effetti base collegati al calo dei prezzi dell’energia, non dovrebbe incoraggiare alcuna reazione da parte della Bce: “Il calo previsto non mi preoccupa affatto. Non c’è bisogno di reagire a piccole deviazioni, soprattutto se legate all’energia”, ha dichiarato. “La politica monetaria deve fornire certezza e cercare di iper-progettare la politica intorno a piccoli sobbalzi dell’inflazione creerebbe in realtà incertezza”.
Bce: le ragioni per nuovi tagli, nonostante la frenata dei falchi
Dietro questa superficie, però, gli operatori di mercato restano profondamente divisi – anche perché i fattori che potrebbero motivare uno o più tagli dei tassi potrebbero andare oltre un semplice abbassamento temporaneo dell’inflazione dovuto a fattori “statistici”.
In particolare, c’è la forte aspettativa che la Federal Reserve procederà con ulteriori tagli dei tassi d’interesse – e non solo nella riunione del 10 dicembre, ma anche nel corso del 2026. A rafforzare questa previsione si unisce il forte impulso politico che porterà a capo della Fed un nuovo presidente più allineato alla visione espansiva della Casa Bianca.
L’ipotesi che il cambio euro-dollaro si rafforzi ulteriormente, dopo un rally dell’11% nel corso del 2025, complicherebbe la vita alle aziende esportatrici e ridurrebbe ulteriormente l’inflazione importata, in particolare per l’acquisto di materie prime ed energia.
Già oggi il cambio dell’euro ponderato sul paniere di valute dei partner commerciali ha raggiunto il massimo storico, complice la svalutazione dello yuan cinese sui mercati offshore.
E proprio una politica esportatrice cinese aggressiva potrebbe essere il secondo elemento in grado di aumentare le pressioni disinflazionistiche in Europa. Secondo Goldman Sachs, la strategia di Pechino di dirottare altrove una parte della capacità produttiva bloccata dai dazi statunitensi è stata direttamente responsabile della revisione al ribasso delle aspettative di crescita e inflazione nell’Eurozona. Tuttavia, lo scenario base di GS resta quello di tassi fermi al 2% fino al termine del 2027 – con maggiori probabilità di tagli che non di rialzi. “L’abbassamento delle nostre previsioni su crescita e inflazione riduce le resistenze per nuovi tagli se la competizione più intensa sulle esportazioni con la Cina indebolirà la domanda interna, contagiando al ribasso la determinazione dei prezzi”, ha concluso l’analista Alexandre Stott.
“La Cina potrebbe essere il fattore decisivo che spinge la Bce a tagliare i tassi”, ha dichiarato a Reuters Carsten Brzeski, responsabile della ricerca macro globale e capo economista dell’area euro di ING. “Ai clienti dico che il nostro scenario base resta di tassi invariati, ma la probabilità che la Bce effettui uno o due ulteriori tagli tra oggi e l’estate del prossimo anno resta piuttosto alta”.
Non si tratta di un punto di vista isolato. Secondo l’ultimo sondaggio degli investitori obbligazionari condotto da Bank of America a inizio dicembre, la Bce è attesa come la principale banca centrale da cui ci si aspettano sorprese “dovish”, ossia più tagli dei tassi del previsto – con un 31% degli intervistati ad affermarlo. Per completezza, esiste anche una componente di investitori che pensa l’esatto opposto: il 17% degli investitori in credito ad alto rating e il 23% degli investitori in high yield.
La sensazione è che, se qualcosa dovesse muoversi dalla “buona posizione” della Bce l’anno prossimo, sarà più probabilmente verso il basso.

