Previdenza complementare: quanto versare e perché

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La previdenza complementare è la soluzione ideale per chi non lavora e vuole costruirsi in proprio una rendita pensionistica e per chi vuole integrare la pensione erogata dal sistema pubblico

Tutte le soluzioni propongono più linee d’investimento tra cui scegliere

Ci sono quelle più sicure, ma con rendimenti contenuti, e quelle più rischiose che presentano rendimenti maggiori

“Aderire alla previdenza complementare significa accantonare in modo regolare una parte dei propri risparmi durante la vita lavorativa per ottenere una pensione integrativa, aggiuntiva rispetto a quella erogata dalla previdenza obbligatoria”. Questa la “definizione” data dall’Associazione nazionale fra le imprese assicuratrici (Ania). Chi aderisce al piano stipula dunque un contratto con un’impresa di assicurazione, versa dei contributi che la stessa compagnia raccoglie e investe in una forma pensionistica complementare. Il montante accumulato può poi essere convertito in una pensione complementare, una volta che sono maturati i requisiti pensionistici.
E dunque, quali soluzioni scegliere? Secondo l’approfondimento dell’Ania, tutte le soluzioni propongono più linee d’investimento tra cui scegliere, da quelle più sicure, ma con rendimenti contenuti, a quelle più rischiose che presentano rendimenti maggiori. In generale il ventaglio di opzioni riguarda:
1) i fondi pensione aperti, offerti da banche, società di gestione del risparmio e società d’intermediazione mobiliari, possono essere destinati sia a singoli individui sia a una collettività di lavoratori sulla base di un accordo collettivo, anche aziendale.
2) I piani individuali pensionistici. Questi sono polizze vita specializzate per l’erogazione della pensione complementare offerte dalle compagnie di assicurazione.
3) I fondi pensione negoziali, sono istituiti dalle associazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori sulla base di un accordo collettivo, anche aziendale, oppure dalle regioni.

Da sottolineare che tutti possono aderire ad una forma di previdenza complementare anche se non lavorano. Il modo in cui versa la “propria quota” sono diverse. C’è il contributo volontario, il Tfr nel caso di un lavoratore dipendente e il contributo del datore di lavoro. Per quanto riguarda poi il quanto versare, non c’è un minimo. Da ricordare che il contributo è deducibile per un importo massimo di 5.165 euro l’anno.
Ma perché aderire alla previdenza complementare? Questa è la soluzione ideale per chi non lavora e vuole costruirsi in proprio una rendita pensionistica e per chi vuole integrare la pensione erogata dal sistema pubblico. “Dal momento che quest’ultima sarà sempre più bassa nei prossimi decenni, la previdenza complementare si rende necessaria soprattutto per i lavoratori più giovani. In più, essendo incentivata fiscalmente dallo Stato, può essere un’efficace forma di risparmio per tutti, anche a favore di figli o altri familiari a carico che ancora non lavorano, dato che i vantaggi fiscali sono riconosciuti anche in questi casi”, spiega l’Ania.

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