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La crush per il Crash e la piazza italiana degli orologi da collezione | WeWealth

La “crush” per il Crash e la piazza italiana

Teresa Scarale
Teresa Scarale
30.12.2022
Tempo di lettura: 3'
L’Italia – o meglio, la Firenze di Pandolfini – è stata il palcoscenico sul quale è stato aggiudicato il Cartier più caro al mondo. “Un orologio che fino a pochi anni fa costava 20.000 euro” dice Cesare Bianchi, responsabile del dipartimento orologi della casa d’aste, dando ai lettori qualche interessante spunto di mercato

Un anno fa – era il 2 dicembre 2021 – veniva venduto in Italia l’orologio più caro di sempre per il nostro Paese, un Cartier Crash, per la cifra di 861.500 euro. Lo batteva in asta Pandolfini. Non solo: si trattava del nuovo segnatempo Cartier più costoso al mondo. «Un orologio che non si acquista a una cifra importante per il movimento e la meccanica: deve esserci qualche motivo attinente alla storia dell’orologeria oppure al design. Il Patek si compra perché è un ‘buon orologio’, il Cartier perché si qualifica come oggetto di gioielleria», commenta Cesare Bianchi, capo del dipartimento orologi (e del dipartimento gioielli) della casa d’aste fiorentina, leader in Italia nel settore. Nel caso del record italiano, concorrevano entrambi i motivi: design e storia. In primo luogo, la forma: basta vedere il Cartier Crash una sola volta per non dimenticarsene più: il suo quadrante totalmente anticonvenzionale resta indelebile nella memoria.

Leggenda vuole che sia stato ispirato da un incidente occorso allo stesso Jean-Jacques Cartier mentre andava al lavoro: il gioielliere si chiese in quel momento cosa sarebbe successo a un orologio come il Bagnoire, in caso di schianto violento. Fu così che ne parlò a Rupert Emmerson, capo designer della casa, il quale gliene propose un’idea grafica. Era il 1967. Era nato il Crash. Letteralmente, “Schianto”. In Svizzera? No, a Londra: il sito produttivo degli orologi della casa francese era infatti nella capitale britannica. Diretto proprio da Jean-Jacques, figlio di Jacques, uno dei tre fratelli Cartier che portarono alla fama mondiale la casa fondata dal bisnonno nel 1847. Jean-Jacques sapeva cogliere i gusti della nuova clientela della boutique di Bond Street. 


Quel nuovo segnatempo da polso divenne uno dei simboli della swinging London, oggi l’orologio più ambito dai rapper miliardari statunitensi, che pure non disdegnano il “comune” Royal Oak tempestato di diamanti. Del primo Cartier Crash pre Richemont “ne vennero prodotti all’inizio solo dodici esemplari; altri dodici sul finire degli anni ottanta, per soddisfare la pressante richiesta della clientela”. Il grosso discrimine per il collezionista sta infatti negli anni di produzione: “Se si tratta di un prodotto pre o post Vendome, come si chiamava prima il gruppo Richemont, arrivato nel 1993. Il pezzo passato in asta da noi risale al 1991”, anno in cui un’epoca stava per tramontare e un’altra per sorgere: “è allora che la produzione viene spostata”. 


Una data spartiacque per ogni collezionista, o semplicemente intenditore. “Può essere tracciato un parallelismo con le Mercedes”. La nuova linea di produzione sceglie infatti di ridurre di pochi millimetri il Crash, con la conseguenza di rendere i modelli londinesi – percepiti come gli originali – ricercatissimi. La scelta di ridimensionare la cassa dell’orologio fu squisitamente commerciale: in tal modo sarebbe stato, per i canoni dell’epoca, unisex. “Quell’orologio fa parte di un concetto produttivo antico. Probabilmente l’ultimo fabbricato da Cartier London, anche se non ci sono documenti che lo comprovino. È l’ultimo prodotto con criteri artigianali per un’unica persona, su ordinazione: ecco il perché della cifra di aggiudicazione”, prosegue Bianchi. Il modello offerto da Pandolfini è inoltre raro fra i rari: non solo appartiene all’ultima produzione londinese; è anche uno dei pochissimi pezzi mai prodotti in platino”. 


Cesare Bianchi, capo dipartimento orologi di Pandolfini


L’acquirente è italiano? “No. Un collezionista era arrivato a contenderselo, ma alla fine ha vinto il rivale straniero. Per il venditore – italiano – un bel colpo. Fino a pochi anni fa quell’orologio veniva quotato 20.000 euro”. In ogni caso, un gran colpo anche per il mercato italiano. Che, storicamente, “ha fatto sempre razza a sé. In passato è stato anticipatore di tendenze, ora si sta normalizzando. Da noi il vintage è più forte che negli altri mercati”. Segno, quello dell’amore per i pezzi d’annata, di grande competenza. “I collezionisti italiani amano le grosse marche. I Rolex, i Patek. Generalmente non c’è interesse per i piccoli produttori che vanno forte altrove, come gli FP Journe, i Dufour. La piazza italiana, oltre alla qualità artigianale, cerca il brand”. Almeno pubblicamente. Non bisogna dimenticare che “il mondo delle aste pubbliche per l’orologeria rappresenta ancora una minoranza delle vendite”, rammenta Cesare Bianchi. Del resto, “il mercato degli orologi nell’ambito dei pleasure asset è fra i più giovani, insieme a quello del vino”. 

Dove sta andando il mercato italiano? “La clientela italiana sta rafforzando il proprio interesse verso orologi semplici meccanicamente, robusti e impermeabili a discapito di modelli più formali, ultra complicati. Nella prima parte dell’anno, il mercato ha registrato una fortissima crescita di valore di alcuni tra i modelli sportivi più richiesti di Rolex e Patek Philippe. La scarsa disponibilità di alcune referenze nei punti vendita autorizzati, unitamente al desiderio di alcuni grandi investitori di diversificare il proprio portafoglio investimenti, hanno provocato un aumento vertiginoso dei valori sul mercato secondario”, alimentando lo scollamento fra i prezzi di listino e quelli di scambio. “Penso a orologi come il Nautilus o l’Aquanaut di Patek, o ad alcuni dei più recenti modelli super sportivi di Rolex. Abbiamo registrato un notevole incremento di valore anche per il modello Overseas di Vacheron Constantin”. 

Quindi, quali sono le attese? “Nel secondo semestre ci aspettiamo un normale riallineamento verso il basso dei valori, anche perché i prezzi raggiunti hanno fatto aprire i cassetti a molti collezionisti, desiderosi di realizzare grandi profitti”. L’offerta si è ampliata, con l’arrivo nei cataloghi anche di “orologi rari”. Come già notato da Aurel Bacs nello scorso numero, se è vero che un orologio prezzato ufficialmente 30.000 euro arriva a costarne 100.000 sul mercato secondario del nuovo, “è anche vero che in questo momento magari lo stesso modello lo si può trovare – sempre nel mercato secondario – a 80.000 euro. C’è una sorta di razionalizzazione, pur restando in un contesto di domanda indubbiamente robusta”.

Caporedattore Pleasure Asset. Giornalista professionista, garganica, è laureata in Discipline Economiche e Sociali presso l'Università Bocconi di Milano. Scrive di finanza, economia, mercati dell'arte e del lusso. In We Wealth dalla sua fondazione

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