Carabinieri e crimini d'arte, si combatte nel segno di Venere

Teresa Scarale
Teresa Scarale
26.5.2021
Tempo di lettura: 5'
Dal fiorente mercato dei falsi ai furti in calo (ma resta la ferita aperta del Caravaggio di Palermo). Il generale Roberto Riccardi racconta 50 anni di lotte, molti successi e qualche sconfitta. Nel nome di un patrimonio da quasi 1000 miliardi
«Me ne porti una ventina?»

«Un'attimo che si asciuga la vernice».

La vernice è quella di un Franco Angeli (1935-1988), trovatosi a dipingere «più da morto che da vivo», per dirla con il generale di brigata Roberto Riccardi, a capo del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale. L'occasione è quella della Intelligence Week di Vento & Associati. Il Comando, istituito nel 1969 – un anno prima della Convenzione Unesco di Parigi – in 50 anni di attività ha recuperato tre milioni di opere d'arte trafugate, sventato traffici di falsi, disarcionato filiere di scavi clandestini. Un esercito della bellezza che grazie ad appostamenti, giorni passati in auto, falsi acquirenti, sofisticate tecniche di indagine, ha protetto il nostro patrimonio nazionale nel nome della Costituzione, con una competenza spesso superiore a quella di alcuni storici dell'arte.
L'Italia non è una superpotenza. Per motivi strutturali (energetico, militare) e culturali (divisioni, autodenigrazione). Il Belpaese ha però dalla sua il proprio patrimonio storico-artistico, un – se non il – pilastro del nostro soft power. Qualcuno (il Sole24Ore) ha stimato in 986 miliardi questa ricchezza, un asset tangibile e reputazionale allo stesso tempo, da molti scambiato come «giacimento di beni d'arte», riflette l'ambasciatore Sergio Vento. «L'Italia è bersaglio prediletto dell'attività di sottrazione delle opere d'arte non solo per l'ammontare del suo patrimonio, ma anche perché le politiche dei beni culturali per molti decenni sono state superficiali».

Prosegue il generale Roberto Riccardi: «Non difendere l'arte in Italia è un crimine, perché equivale a distruggerla. È il dono “del padre” che abbiamo il dovere di consegnare ai nostri figli. Gli artisti sono persone che aggiungono al mondo bellezza, sensibilità. Noi non combattiamo nel segno di Marte, combattiamo nel segno di Venere», prosegue il generale Riccardi. Quella della tutela delle arti è una vocazione antica, che affonda le radici fino al generale Belisario e arriva all'agente segreto Rodolfo Siviero , passando per Raffaello prefetto delle antichità di Roma.
Il mercato dei furti d'arte è legato a doppio filo a quello dei falsi. Si sussurra che molte delle opere presenti nelle istituzioni del Paese siano in realtà copie di pezzi trafugati. «Si, è possibile», risponde il generale a Maria Latella, moderatrice della tavola rotonda. «Già nell'antichità si realizzavano più copie di una stessa opera, se era venuta particolarmente bene. Michelangelo stesso era un eccellente falsario dell'arte. Chi lavora in questa filiera criminale è sempre una persona molto addentro all'arte».

Si pensi a Han van Meegeren, uno dei più grandi falsari della storia. Uno dei suoi falsi Vermeer finì nella collezione del gerarca nazista Hermann Göring, e il falsario «riuscì a salvarsi dall'accusa di collaborazionismo solo realizzando davanti ai giudici un autentico falso Vermeer, fra scrosci di applausi». Nel caso delle 650 opere false di Franco Angeli, «avevamo ritrovato il cliché per imitare il celebre mezzo dollaro Usa adoperato dal maestro. Le persone coinvolte erano quelle che più di altre avrebbero dovuto proteggerne l'opera: quelle dell'archivio Franco Angeli».

Oppure, ricorda il generale, «al caso di 17 dipinti sottratti al Museo Castelvecchio di Verona, fra cui Mantegna, Rubens, Canaletto, Pisanello. Il basista era un addetto alla sicurezza del museo, fidanzato di una della banda. In quel caso, abbiamo recuperato la refurtiva prima che arrivasse a Odessa». Il successo di molte operazioni si basa sulla imprescindibile collaborazione dei partner europei e internazionali: i traffici non si fermano certo alle frontiere e la sensibilità sta aumentando. A tal proposito il generale rammenta il caso di un farmacista di Bruxelles trovato in possesso di 775 pezzi di archeologia dauna: se ne era innamorato in un museo di Trinitapoli. E la porta del Bataclan dipinta da Banksy, ritrovata nel 2020 in Abruzzo: uno dei trafugatori era un italo-francese di Tortoreto Lido.
Il mercato illecito si muove di pari passo con quello legale e con l'aumento della ricchezza (tanto è vero che sta crescendo in estremo oriente e in Russia). Attualmente, si divide fra Usa (40%), Regno Unito (20%), Cina (20%). Il restante 20% è sparso fra gli altri paesi ricchi. La fattispecie del furto d'arte però è in sensibile diminuzione. «Oggi non si può più rubare un Caravaggio pensando di tenerlo nascosto alla vista. A meno di non volerselo tenere in una stanza per guardarlo e basta. Del resto, come diceva Oscar Wilde, amare razionalmente l'arte equivale a non amarla». E il Caravaggio sottratto a Palermo quindi?, chiede il giornalista Fabio Isman al generale. «La natività con i Santi Francesco e Lorenzo rubata nel 1969 è una ferita aperta che non può rimarginarsi fino a quando il dipinto non sarà ritrovato. Ma io non dispero, non possiamo perdere la speranza. Abbiamo da poco restituito un Francesco Caucig che mancava all'appello dalla grande guerra: e io e i miei successori continueremo».
Caporedattore della sezione Pleasure Asset di We Wealth. Giornalista professionista, garganica, è laureata in Discipline economiche e sociali presso l’Università Bocconi di Milano. Scrive di finanza, economia e mercati dell’arte. È in We Wealth dalla sua fondazione

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