Le voci sul declino dell’eccezionalismo americano, per ora, sembrano rimandate — almeno a giudicare dai nuovi record toccati da Wall Street nonostante i dazi e il deprezzamento del dollaro. Eppure, gli investitori appaiono sempre più consapevoli del rischio implicito nelle valutazioni azionarie statunitensi e hanno iniziato a guardare altrove. Lo dimostra il crescente successo dei fondi che escludono esplicitamente gli Stati Uniti dalla loro allocazione di portafoglio. Tra settembre e inizio ottobre gli ETF azionari globali ex-US hanno raccolto 175 miliardi di dollari, contro i 100 miliardi dei fondi globali che includono titoli americani, secondo i dati EPFR citati dal Financial Times.
Concentrare capitali negli Stati Uniti, anche senza volerlo, è estremamente facile. L’indice globale di riferimento, l’MSCI World, assegna agli USA un peso superiore al 72%; la sua variante più diversificata, l’MSCI World All Country, riduce l’esposizione americana solo al 64,7%. Nelle prime dieci società dell’indice All Country, ben nove sono americane (l’unica eccezione è la taiwanese TSMC, leader mondiale dei semiconduttori).
Se a questi indici si affianca un ETF che replica l’S&P 500 o il Nasdaq, come accade frequentemente nei portafogli retail, il peso complessivo degli Stati Uniti può crescere ulteriormente. Eppure, gli USA rappresentano oggi poco più del 26% del PIL globale — un argomento che sembrerebbe giustificare una maggiore diversificazione geografica, se non fosse che gran parte delle società leader per capitalizzazione resta quotata a Wall Street. Una condizione di primato che continua ad autoalimentarsi grazie ai flussi verso indici globali fortemente esposti agli Stati Uniti. Tuttavia, le valutazioni americane potrebbero aver raggiunto livelli tali da spingere molti investitori a riequilibrare il portafoglio.
Da un lato, i mercati emergenti hanno registrato la miglior performance annua degli ultimi 15 anni (+28% da inizio anno). Dall’altro, è aumentata l’allocazione verso i fondi focalizzati sull’Europa. Gli afflussi e gli asset negli ETF collegati agli indici STOXX e DAX sono cresciuti in modo significativo nella prima metà del 2025: 23,4 miliardi di euro netti contro i soli 2,8 miliardi dell’intero 2024.
“La maggior parte dei portafogli è fortemente sbilanciata verso gli Stati Uniti. L’Europa è stata incredibilmente marginalizzata negli ultimi decenni e molte allocazioni europee si sono ridotte al 10–15%,” ha dichiarato a IPE Lukas Ahnert, Senior Product Specialist di Xtrackers. “La mentalità sta cambiando, ma le allocazioni non sono ancora cambiate in modo sostanziale. È una sveglia per i portafogli troppo centrati sugli Stati Uniti”.
Da inizio anno al 10 ottobre, l’indice S&P 500 e l’Euro Stoxx 50 mostrano entrambi una performance intorno al +13%, prima di considerare l’effetto cambio che penalizza sensibilmente la Borsa americana: per un investitore dell’area euro, il deprezzamento del dollaro sottrae circa 10,8 punti percentuali alla performance statunitense.
“Non siamo negativi sulle azioni americane… ma se il dollaro continua a scendere, il rendimento totale è meno brillante,” ha dichiarato al Financial Times Alain Bokobza, responsabile dell’asset allocation globale di Société Générale, aggiungendo di essere “molto fiducioso” in un ulteriore indebolimento del biglietto verde.
Ribaltando la prospettiva, una parte crescente di investitori statunitensi potrebbe trovare valore in asset denominati in valute estere, beneficiando dell’effetto cambio. Anche sul versante obbligazionario emergono opportunità: come mostrato dal gestore Allspring in una recente presentazione a Milano, un BTP a cinque anni acquistato da investitori americani con copertura del rischio di cambio offre oggi un rendimento lordo intorno al 5% annuo, contro il 2,75% ottenibile da chi investe dall’Italia o dall’area euro.
Il punto, nell’immediato, potrebbe non essere la fine del primato americano sulle performance, ma una crescente attenzione alla diversificazione anche sotto il profilo valutario.

