Perché non c'è pace tra israeliani e palestinesi

Alberto Negri
Alberto Negri
2.7.2021
Tempo di lettura: 5'
Quello che chiamano “negoziato”, in quest'area del mondo si realizza attraverso il lancio di razzi o facendo raid aerei. Che colpiscono per lo più i civili e servono a terrorizzare la popolazione. A mostrare che gli altri sono “i barbari”. È ora di dire basta
In Israele è finita un'era con l'uscita dopo 12 anni dal governo del premier Benjamin Netanyahu ma non termina la paura degli israeliani e l'oppressione dei palestinesi. Nello stato ebraico si finge un ritorno a una normalità che c'è nel quotidiano ma che tutti sanno essere assai precaria mentre tra gli arabi si perpetua uno stato di angoscia e di mancanza di alternative. La tregua dopo la guerra degli undici giorni a Gaza e nella città israeliane è effimera e soprattutto non risolve nessuno dei problemi: la stessa comunità internazionale, dagli Stati Uniti, all'Europa, ai Paesi arabi, tende a voltare la testa dall'altra parte. La stessa leadership politica israeliana è instabile e non garantisce per nulla un futuro, né agli ebrei né tanto meno agli arabi, che siano cittadini israeliani o dei Territori. I capi palestinesi, poi, sono più controversi che mai. Il presidente dell'Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen, è anziano e soprattutto ha perso ogni credibilità rinviando per l'ennesima volta questa primavera le elezioni: teme di perdere il potere a favore di Hamas, il movimento fondamentalista che con il lancio di razzi su Gerusalemme si è intestato il ruolo di difensore dei palestinesi non solo di Gaza ma anche della Cisgiordania.
Israele con Netanyahu ha sicuramente ottenuto molto, anzi troppo. Nei suoi quattro anni alla Casa Bianca Donald Trump ha fatto molto per lo storico alleato, accreditando Gerusalemme come capitale d'Israele, spostandovi l'ambasciata, e riconoscendo la sovranità israeliana sulle Alture del Golan. Ha inoltre presentato un “piano di pace del secolo” che prevedeva l'annessione da parte di Israele del 30% della Cisgiordania e della Valle del Giordano, ha tagliato i fondi ai palestinesi e portato avanti una lotta senza quartiere all'Iran, abbandonando unilateralmente l'accordo sul nucleare del 2015 voluto da Obama e ristabilendo sanzioni contro la repubblica islamica. Tra i successi che Netanyahu si è intestato, con l'aiuto determinante di Washington, c'è anche la firma degli Accordi di Abramo nel settembre 2020 con Emirati e Bahrein, i primi Paesi arabi del Golfo a normalizzare le relazioni diplomatiche con lo Stato ebraico, seguiti da Marocco e Sudan.

Ma con l'arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca, il legame così sbandierato con l'altra sponda dell'Atlantico è venuto a mancare. In realtà Netanyahu questa volta è stato messo ai margini perché ai vertici dello stato ebraico sanno perfettamente che non è l'uomo adatto per negoziare con l'amministrazione democratica di Biden, cioè con il maggiore e più indispensabile alleato di Israele, che riceve dagli Usa miliardi di dollari di aiuti militari. Per la prima volta un senatore democratico. Bernie Sanders, tra l'altro di origini ebraiche, ha chiesto di congelare almeno parte di questi aiuti: non accadrà per il veto presidenziale ma tanto basta a far capire quanto il clima sia cambiato.La questione però non è soltanto la supremazia di Israele come superpotenza militare del Medio Oriente. Il nodo è se lo stato ebraico vuole andare davvero alla radice dei problemi.

È difficile ammettere - come scrive Gideon Levy su Haaretz - quanto Israele sia disposto a investire nella guerra, senza investire niente per tentare di evitarla. Come non si preoccupi affatto dei rischi di un'eventuale guerra, ma tremi di paura di fronte a qualunque tentativo per impedirla. In Israele parlare con Hamas è considerata un'opzione molto più pericolosa che bombardarlo. Poche ore dopo l'entrata in vigore del cessate il fuoco Israele ha riposto una cieca fiducia in Hamas, aprendo strade e scuole e chiudendo i rifugi. In altre parole, nella Striscia di Gaza c'è un partner di cui ci si può fidare, che mantiene le sue promesse, ovvero sempre disposto a fare la guerra anche se costa centinaia di morti e distruzione. Le due parti, quella israeliana e quella di Hamas, sono sempre pronte a sacrificare la pace e poi tornare al cessate il fuoco pur non mutare la tragica routine che da decenni devasta la regione. Il loro modo di “negoziare” è lanciarsi razzi e fare raid aerei, che colpiscono per lo più i civili e servono a terrorizzare la popolazione, a mostrare che gli altri sono “i barbari”. Forse sarebbe ora di uscire da questa tragedia.
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È stato inviato speciale e corrispondente di guerra del Sole 24 Ore negli ultimi 30 anni per le zone Medio Oriente, Africa, Asia Centrale e i Balcani. Nel 2009 ha vinto il premio giornalistico Maria Grazia Cutuli, nel 2015 il premio Colombe per la pace. nel 2016 il premio Guidarello Guidarelli e nel 2017 il premio Capalbio saggistica per il libro "Il Musulmano Errante".
Oggi è Senior Advisor dell’ISPI, Istituto degli Studi di Politica Internazionale.

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