Inflazione e tassi in rialzo? La strategia di Credit Suisse

Rita Annunziata
17.6.2022
Tempo di lettura: 3'
Credit Suisse, nell’ultimo Investment monthly di giugno, svela la sua strategia d’investimento di medio termine. Confermando il sovrappeso tattico delle azioni globali nei portafogli

Credit Suisse stima che la crescita del prodotto interno lordo globale potrebbe crollare dal 3,2% del 2022 al 2,7% del 2023

L’inflazione core (che esclude generi alimentari ed energia) dovrebbe chiudere il 2022 intorno al 4% sia negli Stati Uniti che nell’Eurozona e nel Regno Unito

Lisibach: “Chiudiamo la nostra posizione di sottopeso di lunga data nei titoli di Stato, che si è dimostrata benefica in un contesto di rendimenti in drastico aumento”

Guerra russo-ucraina e lockdown cinesi hanno spinto la manifattura globale verso una fase di profondo declino. L’inflazione, intanto, resta significativamente al di sopra dei target delle principali banche centrali. Spingendo queste ultime a mantenere un atteggiamento aggressivo. Credit Suisse, nell’ultimo Investment monthly di giugno, svela la sua strategia d’investimento di medio termine. Confermando il sovrappeso tattico delle azioni globali nei portafogli.


“Il comparto manifatturiero globale è attualmente in una fase di profondo declino, poiché i lockdown in Cina e la guerra in Ucraina hanno inciso pesantemente sull’attività globale”, racconta Peter Foley, economist di Credit Suisse. “Tuttavia, ci aspettiamo un rimbalzo a breve termine dopo giugno. I dati sul commercio cinese e le indagini sull’indice dei direttori d’acquisto indicano una netta ripresa dell’attività a maggio, grazie al calo dei casi di covid-19 e all’attenuazione dei lockdown. Analogamente, l’impulso al ribasso causato dal crollo dei commerci non energetici con la Russia in una serie di paesi è ormai alle spalle”.

Ciononostante, aggiunge, la ripresa del settore manifatturiero potrebbe essere di breve durata. A ostacolare la domanda globale nel prossimo futuro potrebbero infatti essere non solo la contrazione dei redditi reali, ma anche l’inasprimento delle condizioni finanziarie e il crollo della fiducia delle attività economiche. La crescita del prodotto interno lordo globale, nelle stime del colosso svizzero, potrebbe crollare dal 3,2% del 2022 al 2,7% del 2023.


“L’inflazione rimane significativamente al di sopra dei target delle banche centrali nelle principali economie”, continua Foley. “L’ultimo rialzo dei prezzi dell’energia probabilmente aggiungerà un ulteriore rialzo all’inflazione headline nei prossimi trimestri. E i nuovi problemi di approvvigionamento dalla Cina potrebbero creare ulteriori pressioni sui prezzi nel settore dei beni”. Secondo l’istituto elvetico, è improbabile che l’inflazione nell’Eurozona tocchi il picco prima di settembre (8,6%). Mentre negli Stati Uniti dovrebbe ridursi gradualmente nel corso dell’anno, sebbene sempre al di sopra del target. L’inflazione core (che esclude generi alimentari ed energia), stimano, dovrebbe chiudere il 2022 intorno al 4% sia negli Stati Uniti che nell’Eurozona e nel Regno Unito.


Un aspetto che indurrebbe le banche centrali “quasi certamente” a mantenere un atteggiamento aggressivo, avverte Foley. Ricordiamo che la Federal Reserve, nella giornata del 15 giugno, ha dato il via libera al rialzo dei tassi da 75 punti base (il nuovo range di riferimento è dunque 1,5-1,75%). E Credit Suisse prevede altri 200 punti base di rialzi quest’anno, che porterebbe il range del tasso dei fondi federali al 3,50-3,75%. Quanto alla Bce, l’istituto svizzero si attende che il tasso di deposito salga dal -0,5% all’1,0% entro la fine dell’anno e al 2,0% entro la fine del 2023. E molti altri istituti centrali più piccoli (come quelli dei paesi sviluppati ed emergenti) stanno inasprendo la propria politica. Fa eccezione la Bank of Japan che, secondo Credit Suisse, non innalzerà i tassi prima della fine del prossimo anno.


In questo contesto di mercato, l’Investment committee (Ic) di Credit Suisse ritiene giustificato mantenere un approccio neutrale sui titoli di Stato. Questo perché, spiega il chief global strategist Philipp Lisibach, le dinamiche dell’inflazione “dovrebbero cambiare” con un “probabile trend al ribasso” per i prossimi sei mesi che potrebbe “alleviare i timori”. Inoltre, osserva Lisibach, “gran parte dell’inasprimento monetario atteso dalla Fed dovrebbe ormai risultare riflesso nei prezzi di mercato, riducendo il rischio di ulteriori sorprese da falco”. 


Quanto alle azioni globali, viene invece confermato il sovrappeso tattico. “È importante notare come l’Ic resti del parere che il rischio di una recessione globale e statunitense nei prossimi 12 mesi è basso. Nei mesi a venire ci aspettiamo che la dinamica della produzione industriale registri un rimbalzo, offrendo un certo sollievo”, continua Lisibach. Per la Terra del Dragone, conclude, “gli annunci politici hanno dato ragione alla nostra decisione di marzo di portare in sovrappeso le azioni cinesi, visto che la Cina ha nettamente sovraperformato altri mercati primari. L’Ic conferma questo sovrappeso, dal momento che i cambiamenti politici dovrebbero consentire agli investitori di riacquistare fiducia nel mercato”.

Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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