Mercati post Fed: come riposizionare i portafogli

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L’inflazione ha costretto la Fed ad un aumento dei tassi che non si vedeva da quasi 30 anni. Meglio puntare sull’obbligazionario o sull’azionario?

La Federal Reserve mercoledì ha annunciato un rialzo dei tassi – che potrebbe essere bissato a luglio – dello 0,75%: il più alto rialzo dal 1994

I mercati sembrano aver apprezzato la determinazione della Fed nel combattere l’inflazione: S&P500 e Nasdaq hanno chiuso, dopo l’annuncio di Powell, rispettivamente al +1,5% e al +2,5%

“Fronte azionario, complessivamente il secondo semestre potrebbe rappresentare una buona opportunità di accumulo in ottica 2023” ha commentato Antonio Cesarano

Con l’inflazione che non accenna a fermarsi – a maggio i prezzi sono cresciuti ulteriormente dello 0,6% rispetto ad aprile – la Fed ha annunciato, mercoledì, un rialzo dei tassi dello 0,75%, il rialzo più alto dal 1994. I mercati a sorpresa, dopo cinque sedute consecutive in territorio negativo, hanno accolto di buon grado le parole di Jerome Powell chiudendo al rialzo: l’S&P 500 ha guadagnato l’1,5%, mentre il Nasdaq il 2,5%. È ora di ridare fiducia all’azionario o è ancora troppo presto?

Per Antonio Cesarano, Chief Global Strategist di Intermonte, a breve termine i mercati azionari potrebbero essere ancora penalizzati. “Al momento le stime sugli utili per azione per il corrente anno fiscale si situano su valori storicamente elevati sia per S&P 500 sia per Eurostoxx 600 e non hanno ancora risentito del taglio delle stime di crescita a livello macro. Nel corso dell’estate, soprattutto dopo l’inizio del prossimo round di trimestrali da metà luglio, è possibile che si assista ad un taglio di tali stime. La percezione dal lato micro si adeguerebbe pertanto al diverso contesto macro, il che potrebbe indurre ad ulteriori penalizzazioni dei corsi” spiega Cesarano, che sottolina come complessivamente il secondo semestre potrebbe rappresentare una buona opportunità di accumulo in ottica 2023.

La prudenza, ad ogni modo, deve essere d’obbligo. Se da una parte i mercati sia obbligazionari che azionati sembrano avere ormai scontato la politica di rialzo dei tassi da parte delle banche centrali, dall’altra rimane sullo sfondo una grande incognita che porta il nome di recessione. “L’elemento che sembra ora iniziare a pesare di più è il timore degli effetti sulla crescita delle manovre restrittive e soprattutto il contesto di minore liquidità indotto dalle politiche di Quantitative Tightening” continua Cesarano che, in termini di target price, aggiunge: “In contesti recessivi il rapporto prezzo/utili dell’indice S&P500 in passato si è attestato intorno a 15. Anche ipotizzando un livello di utili per azione invariato (circa 224$ per azione), per arrivare ad un rapporto pari a 15 l’indice dovrebbe collocarsi almeno in area 3400”. In altre parole, se sarà recessione c’è ampio spazio per i mercati per scendere ancora.  

Fronte obbligazionario, il mercato soprattutto statunitense, ha già scontato una forte accelerazione del ritmo di rialzo dei tassi Fed portando il decennale US in prossimità del 3,5%. Anche in questo caso per prendere esposizione sul reddito fisso bisogna aspettare la seconda metà dell’anno. “Nel secondo semestre gli operatori potrebbero iniziare a tenere maggiormente in considerazione l’impatto sulla crescita in ottica 2023, soprattutto se inizieranno ad emergere segnali di ridimensionamento dell’inflazione. Sotto queste condizioni, i tassi potrebbero iniziare a stabilizzarsi anzitutto negli Usa, dove l’inflazione è scoppiata diversi mesi prima che in Europa” conclude Cesarano.

di Lorenzo Magnani

Laureato in Finanza e mercati Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano, nella redazione di We Wealth scrive di mercati, con un occhio anche ai private market. Si occupa anche di pleasure asset, in particolare di orologi, vini e moto d’epoca.

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