Freedom24: come evolvono le piattaforme di investimento

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Le piattaforme digitali hanno reso gli investimenti più accessibili, ma oggi non basta più essere semplici e veloci. Francesco Bergamini racconta come si posiziona Freedom24 in questa evoluzione, tra ETF, assistenza e accesso ai mercati globali

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Negli ultimi anni le piattaforme digitali hanno contribuito a rendere gli investimenti più accessibili, ampliando la platea degli investitori retail. Applicazioni user-friendly, costi ridotti e un servizio sempre “a portata di mano” ne hanno sostenuto la crescita che, secondo una rilevazione dell’ESMA, ha accelerato proprio negli anni della pandemia, con il biennio 2020-2021 a fare da catalizzatore per il trading retail.

Oggi, però, velocità e accessibilità non bastano più: è necessario saper rispondere a bisogni sempre più specifici e complessi, in parallelo a un contesto macroeconomico e geopolitico che negli ultimi anni ha reso le scelte di investimento più articolate. Il tutto restando scalabili, ma senza stravolgere la propria identità.

Come si affronta questa sfida in un mercato che sta diventando sempre più competitivo? Ne abbiamo parlato con Francesco Bergamini, Rappresentante di Freedom24 in Italia.

Ci racconti come si posiziona Freedom24 e quali bisogni intercetta maggiormente?

Freedom24 nasce con l’idea di essere una piattaforma classica con strumenti finanziari tradizionali per privati e aziende, senza puntare su strumenti ibridi come CFD o Forex. Oltre a questo si distingue anche per un centro studi interno, che trasferisce al cliente analisi e letture di mercato.

Uno dei bisogni principali che cerchiamo di incontrare è un accesso ai mercati più ampio. Quindi non solo mercati europei, americani, ma anche altri mercati emergenti. Per esempio, parlando di Europa, abbiamo accesso al mercato greco, una delle nazioni europee che sta crescendo bene e sta registrando diversi flussi di capitali. Offriamo esposizione al Medio Oriente – tramite la borsa di Abu Dhabi – e al mercato asiatico, tramite la borsa di Hong Kong, ma anche Asia centrale, con l’accesso, per esempio, al mercato kazako. Un altro elemento distintivo è l’accesso diretto alle borse: Freedom24 non passa da mercati intermedi o sedi regionali, ma consente di operare direttamente sul mercato di riferimento.

Oltre a questo, diamo accesso a strumenti per le imprese, ovvero copertura sui tassi di cambio e prodotti strutturati ad hoc che non sono disponibili direttamente sulla piattaforma, ma vengono creati in modo da personalizzarli sull’azienda. In più, offriamo la possibilità di avere i conti in multivaluta, operando su diversi mercati.

Nell’attuale contesto di mercato, cosa cercano gli investitori da una piattaforma come la vostra e su cosa si orientano?

Quello che cercano, secondo me, in prima battuta, è trasparenza sulle commissioni. Storicamente l’investitore si è avvicinato al mondo degli investimenti tramite la banca, che ha una struttura di costi più complessa. Con l’avvento della regolamentazione – come la MiFID o MiFID II – le piattaforme digitali hanno avuto modo di emergere, offrendo maggior chiarezza. Molti dei nostri clienti cercano di capire quali sono commissioni ricorrenti, se presenti, e quali sono i costi di gestione del portafoglio. Il secondo aspetto da sottolineare è la ricerca di una maggior assistenza. Veniamo da un passato fortemente bancocentrico, in cui il contatto fisico ha sempre avuto un peso importante. Proprio perché ci rivolgiamo a una clientela più matura, il supporto resta fondamentale ed è importante avere sempre un punto di contatto. Infine, gli investitori cercano accesso ai mercati internazionali e una gamma ampia di strumenti.

A proposito di servizi e strumenti, ce ne sono alcuni che più di altri hanno attirato l’attenzione dei clienti?

Tra tutti, il comparto che ha attirato più attenzione e che ho visto crescere in maniera più importante è stato sicuramente quello degli ETF. Questi strumenti hanno aiutato, secondo me, molti investitori, non solo per una struttura commissionale più semplice – perché tendenzialmente sono poco costosi – ma anche per la possibilità di diversificare senza un particolare sforzo. La nostra clientela ha sicuramente più ETF in portafoglio, ma poi ha anche una forte propensione ai componenti azionari. Oltre a questo, un altro forte trend che abbiamo visto – specialmente nell’ultimo anno e mezzo – è stato un aumento dell’uso di opzioni, non come semplice scommessa sul mercato, ma a fini di gestione del rischio e della volatilità. Questo lo vediamo specialmente sul mercato americano, ma è sicuro uno degli strumenti che tuttora e tutt’oggi sta crescendo molto di più, vediamo un’adozione sempre più intensa.

Chi è oggi l’investitore più attratto dagli ETF? Conta di più l’età o le caratteristiche del prodotto? E quali sono i trend più evidenti tra geografie e comparti?

Quello che osserviamo è una forte presenza di ETF ben diversificati sul piano settoriale, ma spesso molto esposti agli Stati Uniti sul piano geografico. È un aspetto che alcuni investitori più sofisticati colgono bene, soprattutto quando guardano a mercati molto concentrati come il Nasdaq: in questi casi, la natura passiva dello strumento può limitare la diversificazione effettiva, nonostante quella apparente. Per questo una parte della clientela valuta anche strumenti alternativi. I più giovani, invece, si avvicinano agli ETF soprattutto come strumento di accumulo, con una logica più automatica e un orizzonte d’investimento di lungo periodo.

Da dove dovrebbe partire un investitore che oggi cerca di costruire un portafoglio diversificato e allo stesso tempo resiliente?

Credo che il problema maggiore o comunque l’errore che vediamo fare più frequentemente è avere diversificazione, ma solo settoriale e non geografica. Il secondo aspetto è il rischio valutario, che si collega inevitabilmente anche all’esposizione geografica. In generale, molti investitori tendono a pensare che il mercato americano possa rappresentare la panacea di tutti i problemi. Senza negarne le opportunità, spesso si sottovaluta il fatto che anche i mercati europei offrono segmenti e comparti capaci di generare rendimenti interessanti.

L’ultimo aspetto che secondo me viene sottovalutato – proprio perché due volte si predilige un investimento generico – è investire in settori di cui si conosce poco. Questo spesso porta gli investitori e i clienti a trovarsi nella posizione di non sapere cosa fare, sia in caso di perdita, sia di profitto. Il concetto importante che vorrei trasmettere è che l’informazione e la consapevolezza di ciò che si sta facendo sono due fattori decisivi in ottica di costruzione di portafoglio.

di Paola Ragno

Giornalista pubblicista e Senior Content Editor di We Wealth, è laureata in Mediazione linguistica e interculturale presso l’Università degli Studi di Bari. In We Wealth cura lo sviluppo di prodotti multimediali e redazionali, per l’online e il cartaceo. Nel passato ha lavorato e collaborato anche con Class CNBC.

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