Fondi comuni: gli italiani pagano più di tutti in commissioni

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Italia e Taiwan in coda alla classifica sui costi dei fondi comuni d’investimento. Australia, Paesi Bassi e Usa tra i paesi più “convenienti”

I fondi domiciliati in Italia hanno tra i più alti costi ponderati per il patrimonio: per i fondi bilanciati, azionari e obbligazionari si parla rispettivamente dell’1,58%, 2,13% e 1,17%

Sul versante opposto si posizionano Australia, Paesi Bassi e Stati Uniti, con spese correnti che non comprendono fee d’ingresso, vendita o distribuzione

L’Italia resta fanalino di coda, insieme a Taiwan, della classifica sui costi dei fondi. Un conto gravato non solo dalle elevate commissioni di retrocessione ma anche da oneri iniziali di sottoscrizione altrettanto impegnativi. Sono i risultati del primo capitolo “Commissioni e spese” del Global investor experience di Morningstar, il report biennale giunto alla settima edizione che analizza le esperienze degli investitori in 26 mercati fra Europa, America del Nord, Asia e Africa. Valutando, appunto, i costi ricorrenti (spesso salati) che si trovano a sostenere in ogni parte del mondo.
Utilizzando una scala di valutazione che va da “Top” (il punteggio più elevato) a “Bottom” (quello più basso), la società leader nella ricerca indipendente sugli investimenti ha individuato quali sono i mercati più o meno vantaggiosi sul fronte dei costi. L’Italia torna a occupare per la seconda volta le ultime posizioni. Al di là delle fee di retrocessione e dei costi iniziali di sottoscrizione, come anticipato in apertura, i fondi domiciliati sul mercato nazionale hanno anche tra i più alti costi ponderati per il patrimonio: per i fondi bilanciati, azionari e obbligazionari si parla infatti rispettivamente dell’1,58%, 2,13% e 1,17%.
I fondi azionari che non prevedono invece commissioni di retrocessione risultano difficilmente accessibili essendo la distribuzione “dominata dalle banche”, nelle parole di Grant Kennaway, responsabile della manager selection di Morningstar. E “non ci sono segnali che le forze del mercato da sole riescano a ridurre le spese per gli investitori retail”, spiega. Una situazione simile si registra anche a Taiwan, Hong Kong e Singapore. Taiwan ottiene in particolare la valutazione “Bottom” per la terza volta, con le più elevate commissioni ponderate per il patrimonio nel caso dei fondi obbligazionari (1,58%). Una situazione, osserva l’esperto, in parte legata all’elevata concentrazione di prodotti che investono in asset class più “costose” come il debito dei mercati emergenti e l’high yield.

Sul versante opposto si posizionano Australia, Paesi Bassi e Stati Uniti. Paesi con spese correnti “unbundled”, vale a dire che non comprendono fee d’ingresso, vendita o distribuzione. Negli Usa e in Australia, in particolare, a spingere la richiesta di fondi a costi inferiori (come quelli passivi) è stato proprio lo shift verso una consulenza finanziaria basata su commissioni. Oltre a questi due paesi, al Regno Unito e ai Paesi Bassi raramente gli investitori pagano direttamente il servizio di consulenza ricevuto. Nei Paesi Bassi, tra l’altro, i regulator hanno vietato le commissioni di retrocessione. Analizzandoli singolarmente, negli Usa i costi ponderati per il patrimonio risultano pari allo 0,43% per i fondi obbligazionari, allo 0,58% per i bilanciati e allo 0,63% per gli azionari. In Australia, invece, si parla rispettivamente dello 0,54%, 0,87% e 1,05%. Per i Paesi Bassi dello 0,46%, 0,48% e 0,55%.

“La buona notizia per gli investitori in fondi a livello globale è che in molti mercati le commissioni stanno diminuendo, grazie alla combinazione di flussi verso fondi più economici e la revisione delle fee degli investimenti esistenti (17 mercati hanno registrato una riduzione dei costi mediani ponderati per il patrimonio per i fondi azionari e bilanciati, ndr)”, rassicura Kennaway. “Il maggiore utilizzo di spese correnti sempre più basse promuove la trasparenza e contribuisce al successo degli investitori. Tuttavia, a livello globale, la situazione è eterogenea e questo può portare a una mancanza di chiarezza nei confronti dei clienti”.

di Rita Annunziata

Responsabile dell’Osservatorio sul wealth management al femminile di We Wealth. Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente videoreporter per Class Editori e ricercatrice per il Centro di ricerca sulle mafie e la corruzione dell’Università Suor Orsola Benincasa. Collabora anche con La Repubblica.

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