Il risparmio gestito italiano, nonostante una raccolta complessivamente positiva, continua ad avere una pecora nera: il fondo bilanciato. Negli ultimi tre anni, al giugno 2025, i fondi bilanciati hanno perso masse per 26,7 miliardi di euro riducendo la propria quota di patrimonio nei fondi aperti di quasi un terzo, scendendo dal 13,5% al 9,4%, secondo i dati Assogestioni.
Una parte di questo fenomeno è dovuto al crescente successo dei fondi obbligazionari che, grazie al recupero dei rendimenti dovuto al rialzo dei tassi post 2022, hanno visto aumentare la propria quota dal 33,6 al 36,5% nello stesso triennio. Ma questo non basterebbe a spiegare il declino dei bilanciati, visto che anche la quota dei fondi azionari è aumentata dal 29,8% al 31%. Di conseguenza, non regge l’idea che il bilanciato sia in declino solo perché si può “fare a meno” di una componente azionaria nella caccia al rendimento.
La crisi della diversificazione tradizionale
Il tracollo combinato dei bond e delle azioni che ha trascinato in rosso i fondi bilanciati nel 2022 ha fornito la peggiore lezione su quanto sia volubile la correlazione positiva/negativa fra queste due asset class. Di fatto, la diversificazione di un bilanciato funziona bene soprattutto se le obbligazioni mantengono o aumentano il valore quando le azioni vanno in rosso – ma questo non è sempre il caso.
Nel mondo anglosassone la diversificazione spartita con il 60% azioni e 40% bond è da tempo sotto accusa, essendo da molti ritenuta non più l’unica via maestra per ottenere rendimenti corretti per il rischio adatti a un largo pubblico. Il Wall Street Journal ha dedicato un suo recente approfondimento alle alternative bilanciate a questo modello. L’aspetto interessante è che un portafoglio bilanciato non ha necessariamente bisogno di essere costruito su fondi o Etf bilanciati – che tipicamente costano di più della combinazione creata ad hoc di fondi azionari (più costosi, ma performanti) e obbligazionari (meno cari, ma anche meno dinamici).
Le nuove alternative: dal portafoglio permanente a Ray Dalio
Un esempio è il portafoglio permanente 25/25/25/25, nato per attraversare indenni le stagioni dell’economia dividendo il capitale in quattro parti uguali: azioni, obbligazioni, materie prime (soprattutto oro) e liquidità. L’idea di fondo è semplice: se il mondo si trova in crescita, le azioni daranno soddisfazione; se rallenta, i bond offriranno stabilità; se arriva l’inflazione, oro e commodity faranno da scudo; e se si passa per una crisi vera e propria, la liquidità sarà la migliore amica dell’investitore. Il limite? Nei lunghi mercati rialzisti azionari questo portafoglio tende a restare indietro, perché ha scelto deliberatamente di non puntare su un solo cavallo vincente.
Poi c’è il modello All-Weather, sviluppato da Ray Dalio e da Bridgewater con l’idea di costruire un portafoglio capace di resistere “a tutte le stagioni”. Qui la diversificazione si spinge oltre: pesi più alti ai bond a lunga scadenza, spazio a obbligazioni indicizzate all’inflazione, una quota stabile di oro e materie prime. La salsa segreta resta tale, anche se esistono versioni ‘interpretate’ di questo modello che prevedono la seguente allocazione:
- 30% azioni globali: per catturare la crescita
- 40% obbligazioni a lungo termine: fonte di stabilità
- 15% obbligazioni a medio termine indicizzate all’inflazione: per proteggersi da scenari inflattivi senza la volatilità dei titoli lunghi.
- 7,5% oro: copertura classica contro inflazione, crisi geopolitiche e perdita di fiducia nelle valute.
- 7,5% altre materie prime: diversificazione aggiuntiva e protezione in contesti di crescita con inflazione elevata.
L’obiettivo non è tanto battere le azioni nei momenti di euforia, quanto offrire rendimenti più regolari e ridurre la volatilità, sapendo che non esiste un’unica correlazione fra asset class che duri per sempre. Lo svantaggio? L’elevata esposizione ai bond lunghi può penalizzare in fasi di tassi in rialzo, e la complessità richiede di ribilanciare periodicamente le proporzioni (come vedremo, esistono anche Etf pronti all’uso che replicano il modello).
Infine, c’è la versione conservativa 30/70, che rovescia la logica del 60/40 e assegna ai bond il 70% del portafoglio, lasciando alle azioni solo il 30%. L’argomento a favore è che oggi i rendimenti obbligazionari sono tornati interessanti, mentre le valutazioni azionarie restano elevate e l’extra-rendimento offerto dall’equity rispetto ai titoli di Stato si è assottigliato. Per chi teme correzioni o semplicemente preferisce una minore volatilità, questo approccio permette di catturare i rendimenti del reddito fisso senza rinunciare del tutto alla crescita azionaria.
Fondi bilanciati o costruire queste allocazioni componendo i vari elementi?
Oggi il mercato offre Etf e soluzioni multi-asset che replicano fedelmente i vari modelli — dal portafoglio permanente di Harry Browne all’All-Weather di Ray Dalio — in modalità “imposta e dimentica”, perfette per chi desidera un approccio passivo, con costi contenuti e senza la necessità di interventi frequenti. Infatti la stategia si ribilancia da sola, evitando che alcune componenti ne alterino la composizione.
Ma questo approccio ha un limite evidente: la gestione meccanica rischia di ignorare i cambi di scenario, i cicli dei tassi, le fasi di stress geopolitico o i momenti in cui le correlazioni tra asset saltano del tutto. Chi preferisce mettere le mani e la testa sul proprio patrimonio, preferirà costruire in autonomia l’allocazione bilanciata adatta.
Chi può contare su un consulente finanziario capace potrebbe delegare l’aggiustamento delle leve del portafoglio quando serve: accorciare la duration obbligazionaria in fasi di rialzo dei tassi, spostare l’esposizione azionaria verso settori difensivi, aumentare la liquidità nei momenti di volatilità estrema.

