Fed promossa dai mercati, mentre scatta il tapering

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Attese rispettate sul percorso di rientro dagli stimoli monetari, mentre Powell conferma il “wait and see” sull’inflazione

La Federal Reserve avvierà la riduzione del ritmo di acquisti di 15 miliardi mensili a partire da novembre, proiettando la fine del programma a metà 2022

Sui tassi Powell ha mantenuto un atteggiamento attendista, aggiungendo una rassicurazione: “se necessario, non esisteremo a intervenire

Nel frattempo, la Banca d’Inghilterra è stata più colomba delle attese, rimandando l’atteso rialzo dei tassi a dicembre

La riduzione del ritmo di acquisti da parte della Federal Reserve, che entro novembre avvierà il percorso di normalizzazione della politica monetaria, è stato accolto con favore a Wall Street – dove era stato ampiamente messa in conto la decisione, dopo mesi di progressivo avvicinamento da parte della banca centrale.

L’S&P 500 ha chiuso la seduta di mercoledì 3 novembre con un rialzo dello 0,65%, in netta accelerazione dopo la pubblicazione del comunicato del Fomc.

A partire da novembre, il piano da 120 miliardi di dollari di acquisti netti inizierà a ridursi a un ritmo mensile di 15 miliardi – se la rotta sarà mantenuta il Qe andrà ad esaurirsi entro giugno. Nel dettaglio, il taglio sarà ripartito fra 10 miliardi di titoli del Tesoro e 5 miliardi di Mortgage-backed securities.

L’uscita dall’allentamento quantitativo è la premessa necessaria per cominciare il percorso di stretta monetaria vera e propria: il rialzo dei tassi che, a fronte di un’economia in buona salute, dovrebbe impedire che le pressioni inflazionistiche diventino stabilmente al di sopra dell’obiettivo di medio termine del 2%.

Per il momento, il primo atto della normalizzazione monetaria non ha distolto gli investitori dal puntare sull’ulteriore crescita del mercato azionario. Il contesto per gli utili aziendali resta positivo, se si considera che nei mesi della pandemia gli americani hanno potuto accumulare risparmio pronto a convertirsi in nuovi consumi. Parallelamente, la stretta fiscale promessa dall’amministrazione Biden sembra che si stia ridimensionando, in particolare per quanto riguarda proprio l’imposizione sulle aziende.

Secondo il presidente della Fed c’è ancora lo spazio “per essere pazienti”  sul rialzo dei tassi, anche se, ha aggiunto, “se una risposta si renderà necessaria, non avremo esitazioni”.

L’andamento dell’inflazione, ancora prevalentemente legata all’andamento dei prezzi dell’energia, è il principale oggetto di osservazione. Come avevamo già evidenziato alcune settimane fa, alcuni elementi del paniere stavano indicando rincari anche in settori e prodotti tipicamente meno volatili come gli affitti. Se le aspettative dei consumatori sull’inflazione a lungo termine dovessero aumentare, potrebbe accelerare anche la richiesta di salari più elevati ed innescare quella spirale che i banchieri centrali solitamente interrompono attraverso una stretta monetaria.

In uno scenario particolarmente difficile, la Fed si potrebbe trovare di fronte al dilemma in cui, da un lato, c’è un’inflazione che minaccia di mantenersi sopra i livelli-obiettivo in modo persistente e, dall’altro, un mercato del lavoro ancora non pienamente risanato dalle conseguenze del Covid. Attualmente, gli occupati negli Stati Uniti sono cinque milioni in meno rispetto a quelli del febbraio 2020. Dietro a questo dato, tuttavia, ci sono imprese che faticano a reperire forza lavoro. Lo stesso Powell ha ammesso che interpretare questa situazione è “complicato” e che “c’è spazio per molta umiltà qui”.

Secondo Intermonte Sim “il meeting Fed ha avuto l’esito atteso: il tapering si farà”, mentre non è arrivata “Nessuna news sul rialzo tassi, atteso nella seconda metà del 2022. Il mercato intanto inizia a prezzare ben quattro rialzi entro fine 2024”. Il messaggio prudente della Fed, che conferma un atteggiamento “aspettiamo e vediamo” è stato apprezzato dagli investitori, anche perché raffreddare l’inflazione appare, ove necessario, un compito più facile per la banca centrale rispetto allo scenario opposto (la disinflazione che ha segnato molti degli anni successivi alla Crisi finanziaria). Si è espresso in questi termini Roberto Perli, head of global policy research at Cornerstone Macro, in una dichiarazione al Financial Times: “Non sappiamo davvero come fare i conti con la bassa inflazione o, peggio, la deflazione”.

Nel frattempo, giovedì 4 novembre, la Banca d’Inghilterra ha ribaltato le attese della maggioranza degli analisti temporeggiando ulteriormente su un rialzo dei tassi che sembrava ormai in rampa di lancio. Il costo del denaro è rimasto stabile allo 0,1% nel Regno Unito, contro lo 0,25% previsto dal pricing di mercato alla vigilia dell’incontro. In seguito alla decisione la sterlina ha perso lo 0,8% sul dollaro a 1,358 (era a 1,364 prima dell’annuncio della BoE). L’appuntamento con il rialzo dei tassi britannici è rimandato a dicembre.

di Alberto Battaglia

Alberto Battaglia è giornalista professionista specializzato in macroeconomia, mercati finanziari e assicurazioni. Responsabile dell’area macroeconomica e assicurativa di We Wealth, ha maturato la sua esperienza nelle principali testate economiche italiane: Milano Finanza, Radio24, Wall Street Italia, SkyTg24 e Il Sole 24 Ore Plus24.

Laureato in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito il Master in Giornalismo alla stessa università, con una esperienza di formazione alla London School of Economics and Political Science (LSE).

Nel 2022 ha vinto il Premio ABI-FEduF-FIABA “Finanza per il Sociale”, riconoscimento patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per la capacità di raccontare temi economici complessi con rigore e accessibilità. I suoi reportage sono stati pubblicati su Avvenire, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.

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