A settembre l’inflazione Usa è salita più del previsto e, con essa, la pressione sulla Fed: quanto c’è di non transitorio in questi dati
L’inflazione americana è aumentata più del previsto a settembre e le pressioni attorno alla Federal Reserve e alla stessa amministrazione Biden sembrano destinate a crescere di pari passo. L’indice dei prezzi al consumo è cresciuto dello 0,4% mensile e del 5,4% annuo, contro una previsione del 5,3%: si tratta dell’incremento più consistente mai registrato dal 1991. Le componenti del paniere che hanno contribuito maggiormente al risultato finale sono sempre le stesse. L’energia ha visto un rincaro annuo del 24,8%, e, all’interno di questa categoria, i carburanti sono aumentati del 42% e il servizio gas del 20,6%. Come già osservato nei mesi scorsi anche le auto usate hanno dato un forte contribuito al risultato finale, con un rincaro annuo del 24,4% – questa componente però ha già invertito la rotta nelle ultime due variazioni mensili e risente ancora dei rincari registrati fra aprile e giugno. Ma dietro all’indice generale, c’è anche molto altro.
A generare le maggiori preoccupazioni sull’inflazione di lungo periodo, infatti, sono altre componenti, i cui rincari tendono a fissarsi più a lungo. Questi ultimi potrebbero diventare un onere a lungo termine sulle spese delle famiglie. E’ il caso dei prezzi degli affitti, che a settembre hanno segnato una variazione annua del 3,2%, con una crescita mese su mese che si è mantenuta costantemente “a segno più” da marzo in poi. Anche escludendo alimenti ed energia i prezzi sono aumentati del 4% a settembre, marciando al doppio della velocità di crociera prevista negli obiettivi della Fed. Il fatto che quest’inflazione sia per la maggior parte dovuta a fattori transitori ha giustificato l’atteggiamento attendista della banca centrale. Tuttavia, mentre i prezzi dell’energia dovrebbero allentarsi dopo l’inverno, una serie di altri rincari potrebbero spingere i lavoratori americani a chiedere salari più elevati.
Per il momento la crescita delle retribuzioni si è mantenuta al di sotto del tasso d’inflazione americano, ma se le due grandezze dovessero cominciare a marciare a velocità simili potrebbe innescarsi temuta spirale prezzi-salari che renderebbe l’inflazione tutt’altro che transitoria. Per questo, gli aumenti osservati nei prezzi di trasporti (4,4%), auto nuove (8,7%), alimenti (4,6%), affitti (3,2%) costituiscono un problema per la Fed e per il governo federale.
La prima potrebbe essere costretta a stringere la politica monetaria per evitare che la spirale salari-prezzi possa entrare in gioco (rinunciando, eventualmente, a ottenere la piena occupazione). Dal canto suo, l’amministrazione Biden, già in netto appannamento nei sondaggi, potrebbe avere ben poco da guadagnare in termini di popolarità da un rialzo dei tassi anticipato. Il mercato attende questo evento sapendo bene che andrebbe a ridurre anche il ritmo della crescita economica e, potenzialmente, anche quella di Wall Street.
Per il momento, i dati sull’inflazione non sono in grado di smuovere la rotta tracciata dalla Fed, anche se i segnali di possibili rincari più “viscosi” e meno transitori stanno già arrivando.
Alberto Battaglia è giornalista professionista specializzato in macroeconomia, mercati finanziari e assicurazioni. Responsabile dell’area macroeconomica e assicurativa di We Wealth, ha maturato la sua esperienza nelle principali testate economiche italiane: Milano Finanza, Radio24, Wall Street Italia, SkyTg24 e Il Sole 24 Ore Plus24.
Laureato in Linguaggi dei Media all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito il Master in Giornalismo alla stessa università, con una esperienza di formazione alla London School of Economics and Political Science (LSE).
Nel 2022 ha vinto il Premio ABI-FEduF-FIABA “Finanza per il Sociale”, riconoscimento patrocinato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per la capacità di raccontare temi economici complessi con rigore e accessibilità. I suoi reportage sono stati pubblicati su Avvenire, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.
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